La Storia come tragedia splatter

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Lo splatter è un sottogenere che si può applicare a quasi tutte le tipologie di opere letterarie e audiovisive. È come una caratteristica flessibile, capace di adattarsi agli ambienti più diversi, arricchendoli con i suoi spruzzi di sangue (da cui il nome, to splat, schizzare). Una sua particolarità sta nell’essere contemporaneamente estremo – data la sua fondazione su brutalità, budella sparse e crudeltà – e affermato. Una stranezza non indifferente, dato che, in linea di massima, più un’opera è crudele, più difficilmente riesce a diffondersi tra il pubblico. Di norma viene relegato nell’ambito dell’horror cinematografico, nascondendo però in tal modo la sua compagine più squisitamente letteraria.

In letteratura, infatti, lo splatter non è affare nuovo; anzi, volendo guardare alla nostra tradizione, già i seminatori di discordia dell’Inferno dantesco vagavano per il loro cerchio mutilati in maniera orrorifica, a ricordare le divisioni che avevano maliziosamente scatenato in vita. Dante, senza troppa sorpresa, ne è terrorizzato, quasi al pari del mio professore di Filologia dantesca che, ai tempi della triennale, collegò il gore della scena alla demenzialità gore di Tarantino, giusto per riuscire a far visualizzare i dannati a noi studenti non-iniziati.

Nella Commedia abbiamo la violenza come punizione, come la resa grafica del destino di chi pecca danneggiando gli altri, e più o meno si può dire lo stesso per alcune opere dei secoli successivi, dove, tra l’altro, vi è spesso un correttivo o un finale capace di dissipare l’intreccio narrativo. Ne è esempio la Gerusalemme Liberata, in cui il sangue che fuoriesce dalle armature porta, nella conclusione, all’entrata trionfale dei crociati di Goffredo di Buglione dentro la città santa. E vissero – quasi – tutti felici e contenti.

Può esistere, però, uno splatter che si circondi di angoscia metafisica, che immobilizzi il lettore nell’assenza di qualsivoglia risoluzione della trama? Uno splatter che si elevi dalla comicità tarantiniana e che invece diventi delitto senza castigo, rivoltando le meningi di chi legge?

La risposta breve è: certamente. Tra le numerose opere papabili vi è un romanzo, considerato il magnum opus del suo autore, segno di una filosofia della storia straripante di empietà. Stiamo parlando di Cormac McCarthy e del suo Meridiano di sangue, uscito nel 1985.  Il libro è stato scritto da uno dei pochi autori contemporanei che ha davvero scelto di uccidere la speranza come forza narrativa all’interno dei suoi libri, sostituendola con l’irrisoluzione della tragedia, suo marchio di fabbrica.

Chi naviga le riviste specializzate e il web potrebbe averne già sentito parlare. Se unissimo alla fama dell’autore americano – più che giusta – anche l’ondata memetica recente che vede il libro come red flag maschile, allora otterremo quasi un fenomeno di costume, al pari della performatività maschile in relazione a Infinite Jest di David Foster Wallace. Ma tale riduzione è, per un fan di McCarthy, l’azione che più si avvicina alla morte dell’autore teorizzata dagli strutturalisti francesi. Ovviamente, non altrettanto accademica e giustificata.

A ciò ci si deve quindi ribellare ricordando il valore alienante del libro, un monolite nero di disperazione, proprio a partire dal suo apparato crudele di violenza umana: tramite una prosa asciutta e l’uso smodato di una secca paratassi, McCarthy narra le peripezie del romanzo con la voce di un Faulkner più disilluso e morboso.

Il testo, che alla sua uscita non destò troppo scalpore, racconta le (dis)avventure di un gruppo di desperados nel Far West, a caccia di scalpi indiani in una natura  silenziosa e maligna – ben più di quella intuita da Leopardi – senza un modo per riempire davvero il vuoto che pervade la fanatica società statunitense dell’Ovest. Protagonista è Kid, un ragazzo senza nome che già in giovane età, e nelle prime pagine del romanzo, si sporca le mani picchiando sconosciuti ubriachi e bruciando hotel. Si aggregherà poi alla Glanton Gang, coro di voci deuteragoniste della narrazione. Il tutto condito da atti più simili a crimini di guerra che ai duelli romantici del West di John Ford, tra massacri di innocenti e torture nel deserto.

Perché partire allora dallo splatter? Perché altrimenti l’angoscia dell’opera e della sua visione della Storia non riuscirebbe ad arrivare al lettore. Nel libro, il fattore scandalizzante diventa un medium maleducato ed efficace, come la perversione dominante in Salò (1975) di Pasolini. Quando Glanton decide di sparare a un’inebetita indiana solo per poterla scalpare, trasmutando le cervella della donna in una fitta nube rosea, il peso dell’atto ricade sul lettore con tutta la sua gravità. Senza il disgusto provocato dalla realizzazione sanguinosa dell’omicidio, la morale di Meridiano di sangue rischierebbe di perdersi in una critica sociale non troppo originale.

La speranza che compariva nella costruzione a stelle e strisce di un mito di fondazione è la nemesi dei libri di McCarthy: leggendo altri titoli, come il postapocalittico La strada (2006) – dove lo stato di natura ritorna dopo l’Apocalisse, con tutte le sue barbarie –, ci si rende conto di come per l’autore americano tutto ciò che l’essere umano può tentare per migliorare la sua esperienza nel mondo, viene sepolto dai cadaveri della Storia. 

Perché sì, Glanton e la sua banda di assassini non sono solo frutto della mente di McCarthy, bensì sono fantasmi, personaggi storici – realmente vissuti – di una frontiera che per tanto tempo è stata romanticizzata dagli Stati Uniti, che l’hanno eletta come loro eziologico mito. Uno splatter storico, lontano dai litri di sangue finto di Dario Argento e di Lucio Fulci.

Seppur basato su fatti reali, anche se molto romanzati, il libro ci pone egualmente di fronte alla tragedia di cui lo splatter è diretta conseguenza. Un tempo storico che è quasi una punizione: pensiamo alla sdegnosa concezione della Storia che Elsa Morante palesa nel suo libro omonimo, dove la massa del popolo non è altro che una cavia alla prova di una forza irresistibile, la Storia, a cui non può sottrarsi. È la morte del miracolo e il trionfo del dramma, la banalità di tutto ciò che può risollevare l’Europa post Seconda guerra mondiale. McCarthy ci mostra una tragedia di entità simile, trasposta però nel selvaggio Ovest americano degli anni Cinquanta dell’Ottocento, poco prima della Guerra Civile.

Le vittime della Glanton Gang, tramutate in iconemi macabri da McCarthy, condividono lo stesso inutile trattamento inumano e la stessa mostruosa estetica delle vittime di Hiroshima. Vi è un personaggio – descritto dal critico Harold Bloom come il più spaventoso di tutta la letteratura americana – che, sulla Storia e sulle sue vittime, teorizza una certa morale che ritiene fondativa all’ordine del mondo. È il Giudice Holden, un gigante glabro e albino, poliglotta e mefistofelico.

Egli compare tra la cenere, salvando Glanton e i suoi dai nativi, dopo aver creato come un alchimista della polvere da sparo. È forbito nella giurisprudenza, nella botanica, nella scienza e nella filosofia; è, probabilmente, la morale del romanzo di McCarthy personificata. Il suo è uno splatter che non si mostra platealmente sulla pagina, come nel caso dei suoi compari. Per tutta la durata del romanzo, tanto per fare un esempio, a ogni razzia della gang rapisce, come fossero un bottino di guerra, bimbi di ogni età ed etnia, che puntualmente vengono ritrovati uccisi, allungando su di lui l’ombra della violenza sessuale.

Per Holden la Storia è intrisa di un fatalismo violento, priva di libero arbitrio e colma di orrori. Personificandone la morale, il gigante bianco – un Moby Dick? – espone nei suoi discorsi intorno al fuoco (parodia delle parabole cristiche) l’idea della guerra come mestiere più indicato per l’umano, costretto a danzare in uno spettacolo in cui tutti i partecipanti hanno già dei ruoli che dovranno seguire fino in fondo. È l’allegoria della Storia, resa come puro Thanatos: Holden rispecchia l’impulso di morte registrando nel suo taccuino tutti gli esseri viventi che vede, solo per poter poi eliminare la loro presenza dalla memoria del mondo. Tutto ciò che esiste senza la sua conoscenza, esiste senza il suo consenso. E dunque, va annichilito.

La danza, il sabba western di McCarthy, non avrà mai conclusione, poiché sarebbe come mettere un freno definitivo allo scorrere stesso del tempo. Lo splatter è il liquido corporeo che esala dai cadaveri della Storia. 

Nel romanzo non c’è una vera correzione dei personaggi, tranne la morte dovuta alle loro azioni. Senza spoilerare il finale, perla nella nera ostrica che è Meridiano di sangue, Holden concluderà la sua vicenda narrativa danzando, immortale e divino tra gli uomini suoi comprimari. Bloom fa bene a temerlo, e lo stesso si può dire del lettore che dovrà superare le prove del giudice.

Walter Benjamin poneva come prima tra le sue Tesi sul concetto della storia, a mo’ di allegoria, una figura meccanica, deputata al gioco degli scacchi e capace di controbattere a ogni mossa, a rappresentare il materialismo storico e la sua presenza negli studi storiografici. Per McCarthy, invece, l’automa può coincidere con Holden e il suo fatalismo metastorico. A ogni mossa, la Storia risponde graffiandoci, sempre un passo avanti a noi. Vengono in mente le razzie della Glanton gang in Messico, stato che secondo contratto Glanton e i suoi dovevano proteggere. Contromossa.

Kid è seduto alla scacchiera e insulta coraggiosamente Holden nel finale: «Voi non siete niente».[1] Holden ride, come si ride di fronte all’attacco di un insetto. Sono entrambi parte della danza, e per quanto Kid detesti il giudice non potrà fare nulla per cambiare le leggi della Storia. Ignorando i legami che Benjamin trova tra giurisprudenza e violenza, McCarthy si accorpa di più a Hobbes, data la crudeltà con cui dipinge lo stato di natura, antropologico relitto di un’epoca precedente ai grandi stati mesopotamici. Nella Storia di McCarthy, il relitto rivive.

In effetti, la Storia, nel suo costruirsi, si dà come un luogo ricolmo d’attualità, secondo Benjamin. Robespierre rivede nella sua Francia terrorizzata i gloriosi giorni della Roma antica, tanto per fare un esempio. E nella frontiera, cosa rivive di preciso? Le teste recise dei controrivoluzionari, la guancia devastata dal fallito suicidio dello stesso Robespierre? Potremmo rispondere: «sì e no».

Sì, perché la tragedia del trauma violento è vissuta, vive e vivrà nel corso della Storia umana. No, perché lo spazio storico di McCarthy, decorato com’è di tutti gli eccessi di un racconto crudele, assume le vesti di un sanguinoso deserto della crudeltà, dove precise istanze storiche non ci sono e dove qualunque epoca può ritrovare i suoi crimini.

Ciò che invece è presente nella sabbia dei sentieri di pionieri è il sangue, emblema delle linee che compongono l’umanità. Ed esso continuerà a scorrere ogni volta che noi lettori prenderemo in mano l’opera di McCarthy, assaporandone la crudeltà in ogni sua pagina.


[1] C. McCarthy, Meridiano di sangue , trad. di Raoul Montanari, Einaudi, Torino 2014, p. 294.

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