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  • P. Kropotkin, “Charles Darwin” (traduzione italiana)

    P. Kropotkin, “Charles Darwin” (traduzione italiana)

    Il breve elogio che segue, pubblicato sulla prima pagina de Le Révolté del 29 aprile 1882, venne scritto da Kropotkin per commemorare il grande naturalista inglese, morto dieci giorni prima. Al di là del valore storico che esso incarna, due sono le ragioni per cui merita di essere diffuso, sottraendolo all’ombra dei suoi lavori più celebri: in primo luogo, perché si tratta del primo testo pubblico ad intersecarsi con il tema della teoria evolutiva; secondariamente – e questo è ben più importante – perché precede a livello cronologico la lettura della conferenza di K. Kessler, che operò da causa scatenante per l’idea di «mutuo appoggio». 

    L’umanità ha appena perso, nella persona di Charles Darwin, uno scienziato che non soltanto ha orientato le ricerche sulle leggi di sviluppo degli esseri organizzati in una direzione scientifica e razionale, ma che ha contribuito altresì con forza, pur senza volerlo, a demolire i pregiudizi religiosi, esercitando una vigorosa influenza sullo sviluppo dello spirito critico e di demolizione del nostro secolo.
    Con il suo lavoro «Sull’Origine Delle Specie», e con la serie di lavori che hanno seguito quest’opera, Darwin ha dimostrato per via scientifica che l’immensa varietà di forme animali e vegetali, a noi visibili sul globo terrestre, non è stata opera di un creatore, che si sarebbe divertito a creare oggi un polipaio, domani un pesce, dopodomani una scimmia o un uomo. Egli ha mostrato che l’azione delle forze fisiche, in atto durante migliaia e milioni di secoli, produsse tale varietà di forme come risultato naturale, agendo dapprima sulle cellule elementari, poi sui loro agglomerati, poi su vegetali e animali – all’inizio semplici, poi sempre più complessi nella serie dei secoli -, diversificandoli secondo i differenti climi e ambienti in seno ai quali essi vivevano e si propagavano. 
    Egli ha provato che l’uomo, che sempre si è sforzato di collocarsi al di fuori, sopra il regno animale, ebbe assolutamente la stessa origine di tutti i suoi membri. La specie umana non è che una specie d’animale sofisticato, allo stesso titolo della scimmia, del cavallo, del cane, che ugualmente sono specie più perfette dei loro antenati – non constando questo perfezionamento in altro se non in un adattamento più raffinato all’ambiente e in uno sviluppo di facoltà e strutture favorevoli nella lotta per l’esistenza. In un’epoca lontana diverse centinaia di secoli, l’uomo e la scimmia ebbero per antenato comune una stessa specie di animale, che sviluppandosi in differenti direzioni portò all’uno e all’altra. L’uomo e la scimmia sono dunque cugini di primo grado, come il barboncino e il Terranova, sorti entrambi da antenati comuni: quanto l’arte ha fatto per produrre queste due razze di cane è stato fatto per queste due specie – l’uomo e la scimmia – dallo sviluppo naturale. 
    Venti anni fa, quando gli atei discutevano con i credenti, questi ponevano loro una questione alla quale era piuttosto difficile venire a capo scientificamente. Si trattava di spiegare questo fatto: come avviene che gli animali e le piante siano così mirabilmente adatti per l’ambiente in cui abitano? Come può l’airone essere così meravigliosamente fatto per abitare le paludi, l’aquila per la caccia, il cammello per il deserto, il pesce per l’acqua, ecc.? Darwin ha mostrato che questa struttura appropriata all’ambiente è conseguenza della «selezione naturale», coadiuvata dalla «lotta per l’esistenza». L’influenza stessa dell’ambiente produce anzitutto certi cambiamenti nell’organizzazione, che sono trasmessi alla prole, accentuandosi. La gazzella che sia un poco più agile delle altre, l’aquila con l’occhio un poco più acuto, il cammello un poco più avvezzo a sopportar la sete, hanno più opportunità di sopravvivere nella lotta per l’esistenza e di lasciare una progenie che svilupperà viepiù tutte le qualità ereditate. Se il cammello è oggi adatto per il deserto, e l’airone lo è per la palude, è perché coloro che nacquero meno idonei all’ambiente o perirono, o ebbero meno possibilità di lasciar prole; sopravvissero invece i meglio adattati, lasciando dei piccoli loro somiglianti. La mente del creatore o della natura non c’entra nulla. È un semplice risultato di cause naturali.
    La borghesia ha provato a fare della «lotta per l’esistenza» un argomento contro il socialismo. Questo si comprende: essa ci prova con ogni mezzo. Eppure – senza entrare in sviluppi che il formato di Révolté non ammette – è sufficiente affermare che i fatti sostenuti da Darwin si oppongono in senso assoluto alle teorie che la borghesia vuole sostenere. «I più adatti all’ambiente sono quelli che sopravvivono meglio nella lotta per l’esistenza» – dice la scienza. Ma chi dunque è più adatto: colui che tutto produce e inventa, capace di lavorare con le mani e con l’intelletto, di provvedere da sé alla sua esistenza e al prosperare – il lavoratore, in una parola; o questo essere abietto che non sa produrre alcunché, che disprezza il lavoro, che non sa che sperperare quanto gli altri hanno prodotto? Costui è condannato dalla natura a perire; ed egli perirà, sta già appassendo. Ecco cosa dice la scienza. 
    D’altra parte, se Darwin non l’ha detto lui stesso, applicando i suoi metodi e sviluppando le sue idee, altri hanno mostrato che le specie socievoli, in cui tutti gli individui sono solidali gli uni agli altri, sono quelle che prosperano, si sviluppano, si diffondono; mentre le specie che vivono di brigantaggio, come per esempio il falco, declinano sull’intera superficie del nostro globo. Solidarietà e lavoro solidale – questo è ciò che rafforza le specie nella lotta che per conservarsi  esse devono sostenere contro le forze ostili della natura -, ecco cosa ci dice la scienza. Lungi dal giustificare lo sfruttamento (nemmeno potrebbero), le ricerche di Darwin e dei suoi successori sono al contrario un eccellente argomento per provare che l’organizzazione comunista-anarchica è la miglior forma di organizzazione che una società animale possa darsi.
    Come scienziato e come inglese, Darwin non arrivò da sé alle più profonde conseguenze delle sue indagini. Tuttavia, altri hanno sviluppato le sue idee, spiegandone il vero significato; ed esse hanno fornito nuova linfa al movimento ateo. In Russia, queste contribuirono fortemente (nella misura in cui un’idea scientifica può contribuire) alla crescita del movimento rivoluzionario e dello spirito di critica del Nichilismo. 
    Analizzare l’influenza di Darwin sullo sviluppo delle scienze naturali non è di nostro interesse. Ciononostante, abbiamo ancora due fatti da trattare in questa nostra breve nota. 
    Uno concerne l’influenza deleteria degli «scienziati» ufficiali sulla scienza. Quando Darwin pubblicò il suo libro nel 1859, tutti gli scienziati (con poche eccezioni) furono contro di lui: tutto il pubblico, la grande massa, fu a suo favore. Durante dieci, quindici anni, gli scienziati non cessarono di dire: «Le ipotesi del Sig. Darwin sono molto fini, ma non godono di fondatezza scientifica». Le accademie rifiutarono di aprirgli le loro porte. Ma la massa, il pubblico, le giovani genti, obbligarono gli studiosi ad accettare le sue idee. Oggi sarebbe difficile trovare dieci scienziati che dubitassero della loro correttezza. 
    Darwin fu un lavoratore indefesso. Vedendo l’immensità delle ricerche che svolse, si comprende come, per raccogliere la massa formidabile di fatti su cui basò le sue teorie, questi dovette scavare duramente per tutta la vita. E nondimeno egli ci impiegò trent’anni prima di pubblicare la sua opera. Nella società futura, quando tutti avranno l’educazione che ebbe Darwin all’inizio dei suoi studi, nonché il tempo libero per dedicarsi alla scienza, non appena qualcuno avrà concepito una ipotesi e si tratterà di raccogliere le masse di fatti per verificarla, lo stesso lavoro si farà al più in qualche anno, grazie agli sforzi collettivi. In una società comunista, non sarebbero trascorsi trent’anni tra l’enunciazione di una idea e la sua constatazione scientifica, sostenuta da tutti i fatti necessari: ci si sarebbe giunti in due, tre anni. E l’idea, gettata nel mondo, avrebbe trovato milioni di cervelli pronti a farla propria, a svilupparla, a farle produrre la totalità dei suoi frutti. 
    Ancora una annotazione. È una vecchia abitudine quando si dice: «Teoria di Darwin». È sempre un linguaggio nato dal regime della proprietà privata quello che ci fa designare la teorie attraverso il nome di un autore. In effetti, sarebbe un grande errore credere che sia stato il cervello di Darwin a scoprire la bella teoria della «selezione naturale». Come in ogni grande scoperta, questa teoria era già nell’aria nel corso del nostro secolo. Gli studiosi della Francia rivoluzionaria dello scorso secolo l’avevano prevista e, nel momento stesso in cui Darwin pubblicava il suo libro, un altro studioso, Wallace, pubblicava un’opera sullo stesso soggetto, mentre Spencer arrivava per un’altra via a certe conclusioni analoghe. Ciò che si deve a Darwin è l’aver elaborato questa teoria sotto tutti i suoi aspetti, d’aver discusso i fatti che apparivano contraddittori, di aver accumulato masse formidabili di fatti a sostegno. Ma la teoria sull’origine delle specie non è l’opera di un individuo: essa è l’opera del diciannovesimo secolo.

    P. Kropotkin, “Charles Darwin”, Le Révolté, Ann. IV, No. 5, 29 Avril 1882, p. 1.