Questione d’identità

Tempo di lettura:

20–30 minuti

1

Anche quella sera, nella luce morbida del crepuscolo, il ponentino accarezzava gli ospiti radunati su una terrazza che dominava la città eterna. I romani lo aspettano con impazienza, e lui arriva sempre puntuale a addolcire gli animi.

Maurizio si presentò a festa iniziata. Si riempì il piatto, prese un calice di rosso e si andò a sedere su un divanetto in rattan un po’ isolato. Da lì, si mise a osservare gli altri ospiti con aria svagata, riservando alle donne uno sguardo annoiato. Le aveva conosciute tutte, e nessuna di loro aveva suscitato in lui sufficiente interesse da indurlo a cercare una relazione.

D’altro canto, quasi tutti i suoi clienti erano lì con loro, a quella festa. Quello era il suo riscatto. Il bell’aspetto, le buone maniere e una naturale eleganza gli avevano permesso di entrare nelle grazie delle donne dell’alta borghesia e gestirne le fortune.

Stava conversando distrattamente con uno dei mariti che aveva fatto cornuto, quando la vide. Era diversa dalle altre, con un sorriso così luminoso da intimorire.

«Chi è quella?» chiese a bassa voce alla padrona di casa che gli passò vicino, indicandola con un cenno del capo.

«Ah, Amelia! Vieni, te la presento…» rispose lei con un sorriso complice.

Castana, portava i capelli corti, tagliati in un caschetto geometrico che metteva in risalto gli zigomi alti e scolpiti e gli occhi grandi e penetranti, tra il verde e il nocciola. Non era altissima, ma era slanciata; sopravanzava di qualche centimetro tutte le altre donne presenti e aveva un che di androgina raffinatezza. Fu il suo portamento, però, a colpirlo più di tutto: elegante senza ostentazione, sicura senza presunzione.

«Amelia!» chiamò la padrona di casa tenendo Maurizio al braccio. «Voglio presentarti Maurizio, un nostro amico, ma sta’ attenta, è un birichino…»

Quando si strinsero la mano, Maurizio avvertì un fremito inatteso, come un ricordo che si affaccia prima che la mente lo riconosca.

«Maurizio Scurti, avvocato» si presentò sfoggiando il suo miglior sorriso, «ma forse ci siamo già conosciuti.»

«Non saprei… Del resto quel sorrisino finto si dimentica in fretta» rispose lei con un’occhiata che lo destabilizzò.

«E come si riconosce un sorriso finto?»

«Dagli occhi che non ridono insieme alle labbra.»

«Sono così antipatico?»

«No, solo prevedibile.»

«Non mi ha detto il suo nome.»

«Amelia Gardelli.»

Quel nome lo turbò e un lampo negli occhi di quella donna gli confermò di conoscerla davvero. Si sentiva trasparente, ed era una sensazione che non provava più da anni.

I due rimasero a parlare tra loro per il resto della serata e, verso la mezzanotte, furono visti andare via insieme tra l’invidia degli uomini e la gelosia delle donne.

2

Erano da poco passate le sette e il vento forte che arrivava dal mare si sentiva anche su viale Castellammare.

L’appuntato De Luca e la collega Colucci fermarono la Punto di servizio davanti al cancello di una villetta a schiera, dove un uomo di mezz’età tutto imbacuccato sembrava attenderli in compagnia del suo greyhound, che indossava un curioso cappottino che faceva pendant con il giaccone trapuntato del suo padrone.

«Vi ho chiamato io. Qualcosa non va in quella casa» disse l’uomo ansimando mentre andava incontro ai due carabinieri. «La porta è aperta e non si muove nulla lì dentro.»

«Noi andiamo a dare un’occhiata» rispose De Luca, «lei resti qui.»

Si avvicinarono cautamente all’ingresso. La porta era spalancata e dentro regnava il silenzio.

«Carabinieri!» urlò De Luca entrando, ma nessuno rispose.

Il piano terra della villetta si componeva di un unico ambiente arredato con mobili costosi e tappeti orientali, ma era deserto. La porta subito a sinistra dava su una cucina piccola ma ben attrezzata, vuota anch’essa. Un’altra porta si apriva su un piccolo bagno di servizio.

La vetrata scorrevole in fondo al soggiorno era chiusa. Dietro la tenda si intravedeva un piccolo giardino ben curato.

De Luca salì con cautela le scale che portavano al piano di sopra. Il disimpegno si apriva su una camera da letto con cabina armadio, un bagno e uno studiolo. Anche quegli ambienti erano puliti e ordinati, salvo per il cadavere di una donna sulla trentina che giaceva sul letto, le gambe penzoloni, le braccia aperte e gli occhi sbarrati.

«Avverti il maresciallo» disse alla Colucci rifacendo le scale, «e comincia a isolare la scena.»

Scendendo, De Luca rifletté sul fatto che la piantana accesa vicino al divano e il libro aperto sul tavolino accanto a una tazza da tè suggerivano una serata tranquilla, interrotta all’improvviso.

Uscito dalla villetta, vide che l’uomo che li aveva chiamati era ancora lì e gli si avvicinò.

«Ha detto di averci chiamato perché aveva notato la porta aperta…»

«Sì, io abito lì» rispose l’uomo indicando un’altra villetta sul lato opposto della strada, verso il mare. «Mi alzo molto presto per portare fuori il cane e poi andare al lavoro, e stamattina ho notato che le luci del vialetto erano ancora accese.»

«Perché ancora?»

«Perché queste case sono tutte uguali. La luce del vialetto e del giardino non si accendono né si spengono da sole, si deve usare l’interruttore all’ingresso o quello vicino all’apriporta del cancello.»

«Sa chi abita nella villetta?»

«La signora Gardelli.»

«Sa se è sposata, fidanzata…?»

«No, la conosco appena. Ci vediamo alle riunioni del comprensorio e magari al supermercato.»

«Comprensorio?»

«Sì, questa è una strada privata e abbiamo una specie di condominio.»

«A proposito» chiese ancora De Luca, «il cancello carrabile è radiocomandato?»

«Sì, perché?»

«Perché è chiuso, ma non c’è l’auto sul vialetto. Lei sa quale auto ha la signora?»

«Una 500 bianca.»

De Luca annuì, annotando il dettaglio sul taccuino.

«Colucci, hai visto un telecomando in casa?»

«No, non mi pare.»

«Lo segnaleremo ai colleghi del RaCIS.»

3

Qualche giorno dopo, l’auto fu ritrovata a un chilometro di distanza, nel parcheggio all’altezza del Controvento. Era aperta ma in ordine, e al suo interno fu rinvenuto anche il telecomando per l’apertura del cancello.

Lo stesso giorno, il sostituto procuratore De Cristofaro convocò il maresciallo Mazzeo e il capitano Santoni, comandante del Nucleo Investigativo.

«Vediamo di fare il punto. Cosa sappiamo?» chiese il PM.

«Stiamo completando gli ultimi riscontri anagrafici sulla vittima» rispose il maresciallo. «Amelia Gardelli, alla nascita Amerigo Gardelli, nata a Pescara, il quindici settembre dell’ottantotto.»

«Era registrata all’anagrafe come Amelia?» chiese il magistrato.

«Sì, aveva completato il processo di transizione legale dieci anni fa. Si era trasferita a Fregene un paio d’anni dopo. Viveva da sola nel villino dove l’abbiamo trovata. Non aveva precedenti penali né era coinvolta in situazioni sospette, almeno per quanto risulta dai primi controlli.»

«Cosa dicono i colleghi che hanno rinvenuto il cadavere?».

«Non hanno rilevato segni di effrazione né tracce di colluttazione. Pensiamo che conoscesse l’assassino e che lui conoscesse la casa, abbiamo trovato tutto perfettamente in ordine.»

«Impronte? Residui biologici?»

«Siamo ancora in attesa dei risultati degli altri esami scientifici, ma abbiamo avuto notizia che sono state rilevate diverse serie di impronte recenti. Abbiamo già isolato quelle della Gardelli e della donna delle pulizie, una moldava che andava da lei una volta alla settimana. Per le altre, ove possibile, faremo i necessari riscontri.»

«Che altro è venuto fuori?»

«Secondo il referto autoptico, la vittima è stata strangolata» disse ancora il capitano. «Sono stati riscontrati segni evidenti sul collo, abrasioni e lividi compatibili con una pressione manuale ma, come ha fatto giustamente notare il maresciallo, non ci sono segni di colluttazione.»

«Potrebbe trattarsi di un furto finito male» azzardò De Cristofaro. «La donna potrebbe aver colto il ladro sul fatto e questo potrebbe aver reagito rapidamente senza darle modo di difendersi.»

Mazzeo scosse la testa.

«Non credo. La casa era in ordine. In questo omicidio c’è qualcosa di personale.»

«Questo vorrebbe dire che l’assassino conosceva bene la vittima» disse Santoni.

«Sì, mi sembra plausibile» rispose De Cristofaro. «Cosa sappiamo della vittima?»

«Lavorava per un’importante casa editrice ed era piuttosto nota nell’ambiente.»

«Legami personali?»

«Niente di rilevante» disse Mazzeo. «Abbiamo già iniziato a setacciare contatti e profili social. Aveva una rubrica fitta di nomi, ma il registro delle chiamate era vuoto. A questo riguardo, sarebbe utile disporre dei tabulati telefonici, in modo da individuare quelli con cui si sentiva più spesso.»

«D’accordo» disse il PM. «L’ipotesi che la vittima conoscesse l’assassino mi pare sensata. La dinamica dell’omicidio suggerisce un atto di impulso, forse una discussione degenerata. Concentratevi sulla sua vita privata. Cerchiamo di sapere se avesse relazioni recenti. Forse l’omicidio è da ricondurre a problemi legati alla sua transizione.»

«Sì, certo» rispose Mazzeo.

«Non è la sola pista» aggiunse il PM, «ma le statistiche ci dicono che è quella più probabile. Partiamo da lì.»

Mazzeo trattenne uno sbuffo. “E certo” pensò, “come se l’identità potesse essere l’unica chiave di lettura della sua morte”. Sapeva però che il PM non aveva tutti i torti.

«Stando al referto del medico legale» disse infine, «la forza impiegata è stata notevole. L’assassino doveva essere molto più forte fisicamente.»

«O in preda a un raptus» concluse il PM.

4

Dai colleghi abruzzesi Mazzeo apprese che a Pescara la storia di Amelia Gardelli era quasi di dominio pubblico. Le altre informazioni che raccolse, però, erano frammentarie. Di lei si erano perse le tracce quando era ancora adolescente e anche tra i suoi contatti social non risultavano vecchie conoscenze. La madre, inoltre, era venuta a mancare qualche anno prima.

Quando furono disponibili i tabulati telefonici, Mazzeo ne affidò l’analisi alla Colucci, che un paio di giorni dopo si presentò dal maresciallo con i risultati.

«Maresciallo, permette?» chiese la giovane carabiniera bussando. «Ho completato l’esame dei tabulati della Gardelli.»

«Ti ascolto.»

«Tra le chiamate in uscita, ho individuato tre numeri che ricorrono con maggior frequenza: uno appartiene alla domestica moldava, uno a una psicologa e uno a una certa Letizia Monteleoni, che è quella con cui la Gardelli si è intrattenuta più spesso e più a lungo; il suo nome ricorre anche sui social. Le chiamate in entrata, invece, provengono solo dalla casa editrice e dalla Monteleoni.»

«Dobbiamo sentire subito questa Monteleoni. C’è altro?»

«Nella rubrica del telefono della Gardelli ho trovato anche il numero di un endocrinologo e quello del medico di base.»

«Sentiamo anche loro. Prendi appuntamento e valli a trovare. Chiedi alla psicologa se le risulta che la Gardelli avesse una relazione e all’endocrinologo e al medico di base se aveva altri problemi oltre quelli legati alla sua condizione. Io sento Santoni per affiancarti a qualcuno del Nucleo Investigativo.»

«E se oppongono il segreto professionale?»

«Ci rivolgiamo al PM» rispose il maresciallo. Stava per congedare la Colucci, ma ci ripensò. «Hai verificato gli altri numeri nella rubrica?»

«Sì, quasi tutti contatti di lavoro, e poi l’idraulico, l’elettricista, il dentista… Roba così.»

«I vicini?»

«No, nessuno, ma c’è il numero dell’amministratore del condominio. Cioè, del comprensorio.»

«De Luca ha finito di sentirli?»

«Sì, ma non ne è venuto fuori niente.»

«E come ti sbagli…»

La Colucci fece qualche ricerca sull’amica di Amelia Gardelli e poi andò a cercarla insieme a De Luca.

Trovarono Letizia Monteleoni seduta alla scrivania del suo studio, impegnata in una telefonata. Non si mostrò affatto sorpresa e si limitò a rivolgere loro un gesto di attesa prima di chiudere la conversazione.

«Siete qui per Amelia, immagino» disse riponendo lo smartphone sulla scrivania a faccia in giù.

«Sì» rispose De Luca. «Vorremmo rivolgerle alcune domande.»

«Come ha saputo della morte della sua amica?» chiese la Colucci.

«Dal giornale radio.»

«Devo dedurre che non avevate amici in comune…»

«No, infatti.»

«E come vi eravate conosciute?»

«All’università, a Pisa. Eravamo impegnate entrambe per i diritti della comunità LGBT.»

«Lei era al corrente della sua condizione?» chiese De Luca facendo irrigidire la Monteleoni.

«Cosa intende con condizione?»

«Il mio collega intendeva dire se, quando la conobbe, Amelia aveva già iniziato la transizione» intervenne la Colucci.

«Sì, l’aveva iniziata da diversi anni.»

«Lei conosceva la sua storia?» chiese ancora De Luca.

«Quale storia?»

«Scusi, signora Monteleoni, posso chiederle cosa fa per vivere?» chiese la Colucci avvertendo che l’approccio di De Luca rischiava di irritare la donna.

«Sono avvocato. Penalista.»

«Ecco…» mormorò l’appuntato.

«Sono certa, allora, che capirà la ragione delle nostre domande» proseguì la Colucci.

«D’accordo, ma cerchiamo di non uscire dal seminato» rispose la Monteleoni incrociando le braccia e lanciando un’occhiataccia a De Luca. «Mi aspetto che mi rivolgiate domande pertinenti all’indagine, non che servano solo a soddisfare una curiosità morbosa.»

«Certo. Può parlarci della sua amica? Come vi siete conosciute? Cosa le ha raccontato della sua vita?»

«Ho conosciuto Amelia che era già avanti nel percorso di transizione. Era tosta, nonostante l’aspetto delicato, e anche molto riservata. Le ci volle un po’ per aprirsi con me, poi una sera che eravamo a casa mia mi raccontò la sua vita. Parlammo tutta la notte.»

La Monteleoni si alzò e andò alla finestra.

«Questo quand’è successo?»

«Stavamo per laurearci, quindi dodici anni fa.»

«Dove?»

«A Pisa. Io venivo da Follonica e lei da Pietrasanta.»

«E come c’era finita? A Pietrasanta, intendo.»

«La madre se n’era andata di casa dopo aver beccato il marito con la figlia di una sua amica che aveva la stessa età di Amelia.»

«Ha detto che quando vi siete conosciute Amelia aveva già avviato la transizione.»

«Sì, mi confidò che la sua vera vita era iniziata il giorno in cui aveva deciso di diventare Amelia» disse senza voltarsi. «Mi raccontò che aveva cominciato ad avvertire la disforia di genere che non aveva ancora dodici anni. Certo, allora non sapeva che si chiamasse così. Mi disse che pur essendo un maschietto, tutti lo trattavano come una signorina. Sentiva che c’era qualcosa ma non riusciva a metterlo a fuoco.»

«Aspetti, aspetti… A dodici anni, ha detto?»

«Sì, ai primi sintomi della pubertà» rispose girandosi. «Amelia allora si chiamava Amerigo. Aveva una vicina di casa farmacista che si era accorta dell’enorme disagio che viveva e di come non si riconoscesse nel proprio sesso biologico, ma lui non aveva ancora gli strumenti per stare al mondo in quella condizione. Così l’aiutò prima a comprendere la sua disforia, poi cominciò a somministrargli bloccanti ormonali per arrestare lo sviluppo dei caratteri secondari maschili ed estrogeni per sviluppare quelli femminili.»

«Di nascosto…» disse De Luca. «Cioè lei mi sta dicendo che…»

«Sì, all’insaputa della madre, che era una donna… libera, ma si disinteressava del tutto del figlio e non l’avrebbe aiutato né tantomeno protetto.»

«Certo era quanto meno irregolare» commentò la Colucci.

«Può darsi, ma Amelia non lo viveva come un abuso» rispose la Monteleoni tornando a sedersi, con una fermezza che chiudeva la questione. «Per lei era la prima volta che qualcuno la vedeva davvero.» E vedendo lo sguardo disorientato dei due carabinieri aggiunse: «So che è complicato, ma se intende chiedermi se sappia chi fosse la farmacista le dico subito che non lo so e che se anche lo sapessi non ve lo direi. In ogni caso, so che è deceduta anni fa. Credo sia stata l’unica volta in cui Amelia è tornata a Pescara. Per il funerale.»

«Aveva contatti con la sua famiglia d’origine?» chiese la Colucci.

«No. La madre è morta qualche anno fa. Del padre non mi ha mai parlato.»

«Eravate in contatto regolare?»

«Ci sentivamo almeno una volta alla settimana. L’ultima volta è stato quattro giorni prima della sua morte.»

«Come l’ha trovata?»

La Monteleoni esitò.

«Diversa dal solito. Nervosa. Mi ha accennato a problemi sul lavoro, ma non è entrata nei dettagli. Non ho insistito. Oggi mi dico che avrei dovuto.»

«Sa se avesse una relazione stabile o se ultimamente frequentasse qualcuno in particolare?» chiese De Luca attirandosi un’altra occhiataccia della Monteleoni.

«No, non ne sono al corrente. Non frequentavamo lo stesso ambiente e, come ho detto, Amelia era una donna molto riservata.»

«Ha mai menzionato qualcuno dell’ambiente editoriale?»

«No, non mi pare. A ogni modo, se avesse intrattenuto una qualche relazione non me ne avrebbe parlato finché non fosse stata sicura che era una cosa seria.» Poi, ripensandoci, aggiunse: «Tempo fa, però, mi aveva parlato di un collega. Non mi ha mai detto come si chiamasse, ma aveva accennato al fatto che era sposato. E invadente, con la tendenza a confondere l’attenzione con il possesso. Amelia temeva di diventare la sua via di fuga da sé stesso.»

«Cosa intendeva?»

«Diceva che in lei vedeva ciò che avrebbe voluto essere e che non era mai riuscito a fare: vivere liberamente, senza chiedere permesso a nessuno.»

«E lei non sa chi fosse quest’uomo.»

«No.»

«Nient’altro?»

«Sì. Ultimamente, parlava spesso di un vecchio amico ritrovato. E sembrava più serena.»

5

Controllando i profili social e la rubrica telefonica di Amelia Gardelli, i Carabinieri rintracciarono anche Elena Penzo, moglie dell’avvocato Augusto Sacconi, socio della casa editrice per cui lavorava la vittima. La Penzo dichiarò di averle presentato un amico di famiglia durante la festa di compleanno del marito.

«Come mai ricorda questo episodio così chiaramente?» le chiese il maresciallo Mazzeo.

«Perché Amelia non frequentava il nostro ambiente e Maurizio Scurti è un tombeur de femmes. Ho pensato che, per lui, anche lei sarebbe stata solo una da una botta e via.»

“Fine!” pensò il maresciallo, che chiese: «E chi è questo signor Scurti?»

«È un amico di mio marito.»

«Che altro?»

«Fa l’avvocato. Dicono che sia molto bravo, anche se ha conosciuto i suoi clienti più importanti tramite mio marito.»

«E lei?» chiese la Colucci.

«Io cosa?» chiese di rimando la Penzo girandosi stizzita.

«Come ha conosciuto suo marito?» chiese il maresciallo.

«Ci conosciamo fin da quando eravamo ragazzi. Veniva in vacanza a Sottomarina e frequentava il bagno dei miei.»

«Torniamo a Scurti. Diceva che molti dei suoi clienti glieli ha procurati suo marito.»

«Sì, esatto, ma la sua fortuna la deve alle loro mogli.»

“Che classe!” pensò il maresciallo. “A proposito di caciottare…”

«Tornando alla sera della festa…»

«Sì, certo. Maurizio era seduto su uno dei divani della terrazza con quella sua tipica aria annoiata e il broncetto che tanto attrae certe donne. Quando è arrivata Amelia, l’ho accompagnata in terrazza e lui l’ha notata subito. Mi ha chiesto chi fosse e io mi sono offerta di fare le presentazioni.»

«Capisco» disse il maresciallo annuendo. «E lei in che rapporti era con la signora Gardelli?»

«Ci conoscevamo appena» rispose la Penzo. «Pensi che ero rimasta a dir poco sorpresa quando mio marito mi aveva detto che aveva accettato di venire alla festa. Non era molto socievole.»

«Lei era al corrente del fatto che…»

«Che fosse un uomo? Sì, me lo aveva detto mio marito.»

“Perciò l’hai presentata al tuo amico…” si disse Mazzeo.

«E lui come lo sapeva?»

«È socio dell’editore per cui lavorava.»

«Di cosa si occupa suo marito?»

«Cessione di diritti.»

«Scusi, signora, un’ultima domanda. Lei sa di qualcuno che poteva volere la morte della signora Gardelli?»

«Ma vuole scherzare? Forse poteva suscitare curiosità, ma nessuno si sarebbe legato a una così.»

Mazzeo annotò mentalmente che la Penzo parlava di Amelia riducendola a una curiosità, un’anomalia.

«E questo signor…» disse Mazzeo rileggendo i suoi appunti, «Scurti?»

«Maurizio? Ma per carità! Passava da un letto all’altro, ma ci conoscevamo tutte.»

«Un’ultima cosa, signora. Immagino che i rapporti tra suo marito e la signora Gardelli fossero solo di natura professionale» disse Mazzeo con tono neutro.

«Cosa vuole insinuare?» chiese la Penzo irrigidendosi. «Mio marito non avrebbe mai… voglio dire, non con una così…» disse scoppiando a ridere, ma stringendo nervosamente la borsa. «Posso andare ora? Ho un appuntamento.»

Mazzeo la congedò con un senso di sollievo, non tanto per aver ricevuto informazioni utili a indirizzare i suoi sospetti, quanto perché temeva di non riuscire a sopportare oltre l’imbarazzo e il fastidio che quella donna gli procurava.

Nell’accompagnarla, la Colucci, che aveva verbalizzato, notò una piccola spilla sull’abito della donna, una civetta d’oro smaltata, con due topazi al posto degli occhi.

«Che bella spilla!» disse.

«Grazie. È un regalo di mio marito.»

Andata via la Penzo, la Colucci rientrò nell’ufficio del maresciallo.

«L’hai notato anche tu?» le chiese lui.

«Cosa?»

«La risata della Penzo quando le ho chiesto se aveva mai pensato che il marito potesse avere avuto una relazione con la Gardelli.»

La Colucci annuì.

«Sì, aveva un’espressione come… Non di disprezzo, no. Mi è sembrata quasi… invidiosa.»

Mazzeo recuperò quindi l’elenco degli effetti personali trovati in casa della Gardelli, tra i quali c’era proprio una spilla come quella della Penzo, e si rivolse di nuovo alla Colucci.

«Due spille identiche… Che banalità. Neanche la fatica di scegliere oggetti diversi.» Poi aggiunse: «Dobbiamo sentire Sacconi. Ma prima» disse aprendo il fascicolo, «trovami tutto quello che puoi su Maurizio Scurti e convochiamolo.»

6

Maurizio Scurti non fu sorpreso di ricevere la convocazione dei carabinieri; anzi, era stato indeciso se presentarsi spontaneamente, ma poi aveva deciso di aspettare che venisse fuori il suo nome.

«Avvocato Scurti» esordì il maresciallo, «in che rapporti era con la vittima?»

«Avevamo una relazione, ma ci conoscevamo da tempo.»

«Si spieghi meglio.»

«Io e Amerigo siamo cresciuti insieme, abitavamo nello stesso palazzo. Finché eravamo piccoli io non avevo mai fatto caso alle sue… stranezze, ma alle medie divennero più evidenti e cominciarono ad attirare su di lui l’attenzione e le cattiverie dei compagni, che dopo un po’ presero di mira anche me. Lui non reagiva, ma io sì, e un giorno che tornai a casa malconcio mia madre andò prima a parlare con la madre di Amerigo e poi mi proibì di continuare a frequentarlo, finché qualche tempo dopo la sua famiglia si trasferì e ci perdemmo di vista.»

«E lei non ne seppe più niente.»

«Esatto, fino alla sera in cui ci siamo rincontrati. Mi sembrava un viso conosciuto, ma non avrei mai immaginato che Amelia potesse essere Amerigo. Anche se il cognome mi diceva qualcosa…»

Mazzeo annotò che, al contrario della Penzo, Scurti non aveva mai fatto riferimento al passato di Amelia se non per raccontare un autentico legame umano.

«Quando è cominciata la vostra relazione?»

«Qualche giorno dopo. Amelia mi ha rivelato chi era la sera stessa, aveva paura che la respingessi, ma non voleva instaurare con me un legame ambiguo. Mi ha anche confidato che stava per chiudere una relazione complicata.»

«Dov’era il 10 gennaio scorso tra le 21:00 e le 23:00?»

«Da Amelia. Abbiamo cenato insieme al Controvento e poi l’ho riaccompagnata a casa. Sono andato via verso le 21:30 perché la mattina dopo doveva prendere un volo per Milano.»

«A casa della signora Gardelli sono state trovate diverse serie di impronte recenti…»

«Sicuramente ci saranno anche le mie. Rimanevo spesso da lei per la notte. Se servono per un riscontro limitato all’indagine, sono disponibile al prelievo.»

«Qualcuno può confermare che è andato via alle 21:30?»

«I tabulati telefonici potranno confermarlo. Così pure il GPS della mia macchina, ma deve avermi visto anche un vicino di Amelia che portava a spasso il cane. Non so come si chiami, ma il cane era un levriero che aveva uno strano cappottino.»

«Un’ultima cosa. Come le era sembrata la signora Gardelli?»

«Non lo so, a ripensarci ora direi che era nervosa. Come se avesse la testa altrove.»

«Le ha detto qualcosa?»

«No, ma quando le ho chiesto se ci fosse qualcosa che non andava, ha minimizzato» rispose Scurti, che poi aggiunse: «Negli ultimi tempi, però, era un po’ strana. Una volta stava parlando al telefono e ha interrotto la chiamata non appena mi ha visto.»

«Ha idea con chi stesse parlando?»

«No, ha detto solo che era una telefonata di lavoro.»

«D’accordo, per ora può bastare. Si tenga a disposizione» disse Mazzeo, al quale nel frattempo era venuta un’idea.

Rimasto solo, Mazzeo ripensò a quello che gli aveva detto Scurti: la telefonata interrotta, l’aria distratta di Amelia quella sera. Elementi che da soli non portavano da nessuna parte, ma che erano parte di un quadro che stava pian piano prendendo forma.

Riesaminò i filmati della sera dell’omicidio registrati dalle telecamere di sicurezza installate in ogni villino del comprensorio.

Li aveva già visti, ma in quelli ripresi dalla telecamera della Gardelli, oltre a Scurti, notò una figura indistinta arrivare a piedi dalla strada principale e suonare al campanello alle 21:42. Corporatura media, passo deciso, nessuna esitazione davanti al citofono. Qualcuno che sapeva dove andava.

Non la si vedeva più uscire, ma alle 22:18 si vedeva la 500 della vittima lasciare il villino.

Mazzeo stava ancora guardando lo schermo quando arrivò la chiamata del RaCIS. I colleghi lo informarono che nella 500 c’erano diverse impronte, compresa quella di un pollice sul telecomando del cancello carrabile, che corrispondevano a quelle trovate all’interno della villetta.

«Le impronte erano già presenti nell’AFIS» gli dissero. «Una vecchia querela per percosse poi ritirata.»

«Di chi sono?»

«Di Augusto Sacconi.»

Mazzeo si appoggiò allo schienale e guardò fuori dalla finestra. Era stata una giornata limpida, e ora soffiava il ponentino.

Le prove raccolte non lasciavano spazio a dubbi. Le impronte di Sacconi sul citofono e sul telecomando del cancello erano fresche, come quelle rilevate in vari punti della casa. La figura indistinta ripresa dalle telecamere del comprensorio la sera dell’omicidio corrispondeva alla sua. Le stesse telecamere l’avevano ripresa quaranta minuti dopo nella 500 di Amelia mentre usciva dal cancello carrabile.

Decisivo fu il filmato delle telecamere di sicurezza del Controvento, che mostravano Sacconi scendere dalla 500 di Amelia, guardarsi attorno nervosamente e poi allontanarsi verso la sua auto.

7

Il materiale raccolto ricostruiva i fatti con la fredda precisione dei numeri, ma Mazzeo sapeva che dietro ogni dato c’erano una stanza, una voce, un gesto, e si sforzò di immaginarli.

Quella sera Sacconi era andato dalla Gardelli e aveva suonato al citofono. Lei era andata ad aprirgli lasciando il libro che stava leggendo sul tavolino di fronte al divano e lo aveva accolto con freddezza.

«È tardi, Augusto.»

«Allora è lui…»

Amelia non aveva risposto e gli aveva voltato le spalle avviandosi per le scale.

«Aspetta» le aveva detto lui seguendola al piano di sopra. L’aveva raggiunta in camera da letto mentre era già intenta a preparare la borsa per la trasferta del giorno dopo.

«Non puoi farlo!»

«Buonanotte, Augusto.»

«Non puoi» aveva ripetuto Sacconi con la voce tremante. «Non dopo quello che…»

«Quello che cosa?»

Sacconi aveva aperto la bocca e l’aveva subito richiusa. Quello che avrebbe voluto dire non l’aveva mai detto a nessuno, neanche a sé stesso. E aveva finito col non dire niente. Ma poi ci aveva riprovato.

«Tu non hai idea… Se si venisse a sapere…»

Amelia si era girata e lo aveva guardato negli occhi.

«Ah, ecco…»

E lui era esploso afferrandola per le braccia e cercando di spingerla sul letto.

«Lasciami!»

Lei si era divincolata con una smorfia di disgusto.

«Vattene.»

Ma Sacconi non l’ascoltava, incapace di accettare il suo rifiuto e la sua libertà.

L’aveva spinta facendola cadere sul letto e saltandole addosso.

Amelia si era dibattuta cercando di allontanarlo, ma lui era più forte. Poi, senza quasi rendersene conto, Sacconi le aveva messo le mani al collo e aveva cominciato a stringere.

Mazzeo immaginò la Gardelli dibattersi e scalciare, cerando di allontanarlo.

E poi, all’improvviso, fermarsi.

Sacconi si era ritratto, ansimante. Aveva guardato il corpo immobile sotto di lui e aveva capito.

Era indietreggiato, barcollando. Aveva sceso le scale di corsa ed era uscito.

A piedi, erano pochi minuti di strada, ma non avrebbe saputo dire come era tornato alla sua auto, che aveva lasciato al Controvento. Nessuno l’aveva visto perché quella sera il locale era deserto.

Era sceso dalla macchina di Amelia con le mani che ancora tremavano. Intorno era tutto tranquillo.

Salito nella sua auto, era rimasto fermo al buio per un tempo che non sapeva misurare. Poi si era allontanato verso la pineta.

Mazzeo non era certo che fosse andata proprio così. Ma quasi.

Epilogo

Prima di chiudere il fascicolo, Mazzeo riunì gli allegati della scientifica e notò lo screenshot di un messaggio che Scurtiaveva inviato ad Amelia la mattina dopo il loro ultimo incontro.

Non voglio più fare a meno di te.

Pensò al fatto che lui l’aveva conosciuta davvero, l’aveva sempre vista come una persona, e che lei lo aveva ritrovato negli occhi e nel sorriso di un tempo. Ogni altro aveva visto Amelia Gardelli a modo suo.

Chiuso il fascicolo si alzò, andò alla finestra e l’aprì. Dal mare arrivava una leggera brezza. Rimase un momento ad assaporare il profumo che portava, poi la chiuse e andò a casa.

Commenti

Una risposta a “Questione d’identità”

  1. Avatar Paolo Sala
    Paolo Sala

    Ho letto il racconto tutto di un fiato. In verità preferisco romanzi o novelle lunghe ai racconti. L’ho letto perchè ho conosciuto l’autore ,come autore di testi si , ma tecnici legati ad apparecchiature e sistemi. La scrittura è sempre bella e scorrevole. Porta ad una lettura facile ed altrettanto scorrevole. Confermo però la mia preferenza per romanzi lunghi (gialli, thrillers, crime, drama, action thrillers )

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *