«E mi vedo anch’io in quel lampo, insieme a lei, ad allucinarmi e a tremare.»
Quest’anno, da gennaio ad agosto, ho avuto quattro episodi di ipocondria. Per brevità rimuovo quelle piccole nevrosi giornaliere che mi bloccano tutto d’un tratto, con la mano sul petto, a monitorare che il cuore batta ancora. O le ore passate alla ricerca di un linfonodo ingrossato, quando sento i muscoli del collo irrigidirsi e mi tocco lì, appena sotto la mandibola. Bastino gli eventi più esplicativi.
Il primo attacco si verificò a gennaio. Mi ricordo il dolore acuto che mi martellava la schiena, appena dietro il polmone sinistro, e il formicolio che si irradiava fino al braccio. Ricordo la convinzione di avere un tumore, le notti trascorse rigida come un tronco ad aspettare l’alba o la morte. La prima arrivava sempre, la seconda mai. Ricordo la telefonata a G., quella sera, in cui con voce stentata le dicevo di stare male, di non voler più partire. E mi ricordo le giornate trascorse a impastarmi tra le lenzuola di un letto non mio, a temere l’inconfessabile.
Quell’attacco mi inseguì per circa tre settimane. La realtà poi si ricollocò al suo posto quando la dottoressa mi guardò e domandò: «Ma lei, come respira?».
La visita mi garantì qualche settimana di tranquillità quando eccola, ancora, l’avvisaglia di una nuova preoccupazione: una puntura sul collo comparsa in un giorno qualsiasi, che da un momento all’altro aveva iniziato a prudermi. Più la grattavo e più si inspessiva, violacea come un livido e ricoperta di croste. Ricordo la viscosità della saliva che cacciai giù quando, corsa dal medico, chiesi: «Morirò?». Ricevetti in risposta un’espressione di fastidio, qualche pomata, e ancora una volta la morte non arrivò. Ma questa volta mi lasciò interdetta, quasi stizzita, perché io davvero l’avevo aspettata e, sotto sotto, veramente volevo lanciarmici contro. Contro la morte. Questo il secondo attacco.
Ciò che appare implausibile ai non-ipocondriaci è quel rumore sordo che ti costringe all’immobilità più assoluta: quel torpore che ti attraversa le membra mentre il corpo sembra scollarsi da sé stesso e osservarsi vivere. Per gli ipocondriaci, e per estensione anche per me, la malattia è indice di forza. È quello spasimo con il quale la coscienza si riallaccia alla carne, nel tentativo di rifarla propria. È il punto di raccordo tra estraneità e controllo, tra dissociazione e fisicità.
A maggio si presentò il terzo episodio. Un mal di gola un po’ troppo persistente, una febbricola che andava e veniva. Fu sufficiente a costringermi a letto, a tastarmi le tonsille. Le fotografavo ogni giorno, la mattina e la sera, e le osservavo mentre si ingrossavano e si riempivano di chiazze bianche.
Anche in questo vi è del paradosso. La paranoia non emerge dal nulla, ma da una sintomatologia latente che a mano a mano ti si spalma davanti agli occhi. Non sta a me concludere se certi sintomi manifestino una sfortunata propensione verso la malattia o se siano essi stessi irreali, congegnati in una qualsiasi rientranza del pensiero. Più volte me lo sono domandato, senza risposta. Il problema, ho concluso, è che io mi sono già sintomo: è come se la mia immagine consistesse in uno scomposto marasma di elementi che soltanto la malattia riesce a saldare. E di conseguenza io non sono altro che l’espletazione di questa malattia, il suo sintomo più lampante e più prossimo. Più la gola mi si infiammava, più io vi attribuivo una gravità totalizzante, un’urgenza di morte che finalmente mi raccoglieva.
Il medico è l’ultima tappa della nevrosi, quella in cui mi travaso di nuovo nel corpo e torno a occupare uno spazio proporzionato. Questa fase, posticipata fino all’inverosimile, si risolve in qualche confezione di vitamine e in una manciata di pillole. Vi è però una certa dignità nel sostenersi da sola. Nel sapere che mancare un giorno di antibiotico potrebbe farti crollare, così, come niente fosse, perché sei la sola a scegliere se tenersi stabile. Nel convincersi di essere così vicina alla morte da poterla sfiorare, e spingersi nondimeno verso la sponda opposta dei vivi.
Ma questo equilibrio si estingue presto. Eccolo, il quarto e ultimo episodio. Quello che mi ha costretta a scrivere con l’obiettivo di razionalizzare l’incubo, di ridimensionare lo sproposito. Un linfonodo un po’ gonfio, qualche briciola di fatica. I lasciti di una vecchia infezione che sbaragliano qualsiasi parvenza di stabilità. Quasi riesco ad accarezzarla, la malattia. Potrei strapparla da sotto la pelle e stringerla forte, fino a sbriciolarmela tra le mani. Questa volta è HIV, mi convinco. Ne sono sicura, anche se la realtà non conferma la mia certezza. E allora ci gironzolo attorno, a questo mio corpo malato; me lo coccolo, lo piango perché non mi riesce di viverlo da dentro. Io posso soltanto guardarmi dal di fuori, imbracata alle cinghie della ragione. Altrimenti rischio di sprofondare nel mio stesso guscio e di sentirmi morire.
È stato allora che ho iniziato a leggere. Cercavo una distrazione che mi cavasse ancora fuori da me stessa, e al contempo desideravo una superficie su cui far rimbalzare i pensieri.
Lo sbilico si presenta come il rendiconto più o meno ordinato di un’esperienza di malattia. Non vi è traccia di romanticizzazione, né tantomeno di compostezza diegetica. L’autore, affetto da autismo e disturbo bipolare, registra con immediatezza cronachistica i rivolgimenti della propria interiorità nel momento più critico del proprio esistere.
La materia grezza della narrazione ci viene presentata senza traccia di lirismo o di affettazione. Piuttosto, essa si snoda entro una prosa pulita, spesso tecnica, dalla precisione lessicale a dir poco chirurgica. Vengono riportati gli elementi di una quotidianità ferita, dietro la quale si staglia un quadro famigliare lacunoso quanto perturbante; l’attrito con una neurotipicità impassibile e volentieri aggressiva; le visite dagli svariati psicoterapeuti, psichiatri, dottori.
Eppure, nonostante lo slancio iperrealistico, nell’opera non si registra linearità cronologica. Ciascun evento, scardinato da gerarchie temporali, è risucchiato da un presente senza confini: l’esperienza è circoscritta all’interno di una realtà puntuale, la quale comprime l’estensione dell’agire entro un perimetro ben definito.
Io vivo un passetto alla volta, una riga alla volta, resisto un’ora alla volta, vado da A a B.[1]
Ciò costringe ad intendere l’emotività nei termini della geometria. La fenomenologia esperienziale si dilata in una struttura tridimensionale dove l’emozione si configura come posizionamento istantaneo, come eterno hic et nunc:
Ma io consisto al presente, caro dottore, io vivo in absurdum, per me è una violenza sopportare l’insopportabile Qui e l’insopportabile Adesso.[2]
La temporalità spazializzata implode nel punto mediano tra ragione e follia, tra presenza e impresenza. Ed è lì, su quella pietra d’inciampo, che avviene lo sbilico. Una scomposizione immediata, che schiaccia l’impianto prospettico del reale. Un cambiamento di postura, un dislivello dietro cui si insinua la malattia. Una caduta né estesa né risolutiva, precisa e come sospesa: ogni accenno alla normalità si amalgama in quello stesso punto che si è scollato dall’equilibrio delle cose, come lo sporco si annida sotto la mattonella sbeccata di un pavimento.
Lo sbilico è stata una lettura spietata, e la tentazione di infilarmi anch’io al di sotto di quella mattonella si acuiva ogniqualvolta leggevo di un atteggiamento che avrei potuto avere anch’io. Le mie manie piombavano sulla carta senza conforto: il patto narrativo, espressione di un impianto epistemologico coeso e dunque conciliante, non solo sembrava essere stato sciolto, ma addirittura mai stipulato. L’unico accordo tra me e Pierantozzi era quello di proseguire, lui avanti e io dietro, alla ricerca di una parola un poco più precisa, più immediata, più circoscritta. Perché, al di là della tragicità di fondo, nell’opera non può che leggersi un’innata, ossessiva fiducia nei confronti delle parole.
È la prima parola con la quale si avvia un testo, l’autore denota, a determinare ogni cosa. È quella parola che per un momento, uno solo, viene scoccata nell’ampiezza della percezione e si incunea proprio lì, in quel coagulo di presente.
In questo romanzo mi sono addentrata senza presunzione di parentela. Mi sono avvicinata a un’esperienza spiccatamente propria. Ma, nonostante lo scarto biografico, non ho potuto che godere di un’intimità dai contorni opachi, anch’essa puntuale, ridotta al dettaglio. Ed è in quella fitta e talvolta turbinosa sequela di eventi individuali che si intravede l’universale.
Lo sbilico è una storia privata che non ambisce a rendersi paradigma. Eppure, nel rendiconto della patologia, si scorge un’umanità condivisibile. Non è necessaria una diagnosi formale per apprezzare questo lavoro, per sentirlo proprio. Basta essersi scollati anche solo una volta dall’ordine precostituito, con la mano sul petto a registrarne il battito. Essere inciampati per un frangente che pareva eterno.
Ed eccolo lì, lo sbilico.
[1] A. Pierantozzi, Lo sbilico, Einaudi, Torino 2025, p. 195.
[2] Ivi, p. 181.


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