Alla fine mi sono ritrovato a cucinare per tutti e tre. E per tutti e tre intendo me, la mia ragazza e il suo fidanzato. L’intruso in realtà avrei dovuto essere io, visto che a volerne fare una banale questione cronologica, il suo primo primo fidanzato sarebbe quell’altro, quello cioè che per poco quella sera non ci sorprendeva nel suo letto, ovvero nel letto suo e della sua ma anche mia fidanzata. Io sono comparso nella sua vita, quella della ragazza mia ma anche di quell’altro, quindi in un certo senso nella loro vita, solo più in là, dopo di lui, in una fase che lei stessa ha definito di “desolante transizione”. A sua detta infatti Quell’altro – che da ora in poi chiameremo proprio Quell’altro – ultimamente è diventato un po’ coglione; nei modi di fare, nei modi di vestire, anche nei modi di parlare. «Per dirti,» fa lei «è un periodo che è andato in fissa con “d’altro canto”. Lo infila ovunque, il coglione. Sarà che è stato promosso a lavoro e mo si sente ‘sto cazzo, chissà.»
Dicevo, eravamo sul letto. Lei fa: «Guarda che tra un po’ ritorna, vedi di sbrigarti». A onor del vero prima di questo mi ha detto: «Ce l’hai il preservativo?». Io mi sono sfilato con poca grazia dalle sue gambe e sono andato a frugare nelle varie tasche dei pantaloni, del portafogli, della giacca, ben consapevole che non avrei trovato nessun preservativo, perché tanto non me li porto mai in giro, e ogni volta è sempre la stessa storia. Mentre ero lì che raschiavo senza speranza il fondo delle tasche vuote e pensavo e ripensavo a quanto stronza fosse la ragazza mia e di Quell’altro, e poi più in generale al senso di quest’ultimo mio pensiero diciamo pure un po’ balordo, ecco che lei se n’è uscita, tanto per ghiacciare ulteriormente l’atmosfera, con: «Guarda che tra un po’ ritorna, vedi di sbrigarti». Io ho sbuffato, mi sono voltato verso di lei e ho detto: «Senti non ce l’ho questo cazzo di preservativo, va bene?». Al che lei mi ha rimandato indietro la sbuffata arricchita d’una alzata di occhi al soffitto e mi ha spedito in cucina, dove in teoria ne avrei dovuto trovare uno nella credenza. «Quella dove stanno i bicchieri, capito?» «No che non ho capito, secondo te vengo a casa tua farmi una tisana, cazzo ne so dove metti i bicchieri?»
Intronato dall’incazzatura e nudo me ne sono andato in cucina brontolando. Ho frugato a caso nei cassetti della dispensa sopra il lavabo, nella credenza sotto il lavabo, nei mobiletti alla destra e alla sinistra del lavabo, ma non c’è stato verso di trovare i bicchieri. Senonché inquadro accanto alla credenza dei piatti un piccolo cassettino che la mia attenzione aveva volontariamente ignorato, per via del colore blu elettrico che non c’entra proprio nulla col resto dell’arredo. Lo apro e voilà, scopro due o tre bicchieri impilati uno sopra l’altro, vicino ai quali riposano un tocco di guanciale dalla fronte gialla sulla via della putrefazione e un mezzo quarto malmesso di forma di formaggio, che dall’odore pare proprio pecorino.
Smorfia di disgusto, a cui seguono smanacciate alla caccia del tanto agognato preservativo. Epperò la stronza, va detto, aveva ragione. Dietro la pila di bicchieri e sopra un tappeto di briciole rilevo coi polpastrelli una bustina dai contorni zigrinati. Faccio per afferrare la bustina, ma ecco che in quel momento alle mie spalle sento il rumore di una chiave che gira nella porta d’ingresso (quei due miserabili entrano in casa loro, quindi nostra, dalla cucina). Sfrutto l’attimo tra lo scatto della serratura e l’apertura della porta per ripassare i momenti salienti della mia vita.
Nel frattempo la porta si apre poi si chiude. Io realizzo la mia nudità, e a questo punto capisco che non ho alcuna via di scampo. Dopo aver portato entrambe le mani alle palle come dovuto atto di protezione dalla vergogna, mi volto. Un uomo più o meno ben vestito è fermo davanti a me, le chiavi in una mano, una valigetta nell’altra. In effetti devo ammettere che anche qui la mia ragazza ha dimostrato una buona capacità d’osservazione, perché Quell’altro ha davvero l’aspetto di un coglione, piantato a terra così, come un ombrellone da spiaggia, con un completo sartoriale da promozione appena conquistata che fa davvero una brutta impressione accostato ai segni d’invecchiamento precoce che lo stanno sfasciando nel corpo. Tira un sospiro sconsolato, posa chiavi e valigetta, quindi dice: «D’altro canto, c’era da aspettarselo».
Silenzio. Un silenzio che a dirla tutta sembra tormentare più lui di me, visto che la faccenda del preservativo m’aveva fatto incazzare parecchio e sotto sotto l’idea di ricambiare il torto alla stronza non mi dispiaceva affatto. Poi Quell’altro riprende: «Sei il suo amante?».
E io, sottotono sì, ma comunque ben disposto all’avventura: «In realtà stavo solo cercando qualcosa da cucinare». «Ah sì?» incalza lui, e punta uno sguardo sofferto in direzione delle mie povere palle, come se avesse notato solo ora il mio corpo nudo. «Sì,» replico con un picco della voce per riprendermi i suoi occhi «mi andava proprio» – e qui mi giro velocemente verso il cassettino dei bicchieri tirando una carezza al guanciale – «mi andava proprio una carbonara».
«Lei dov’è?» dice lui, e io: «Dillà».
«Puoi rivestirti almeno? Poi pensi a cucinare. D’altro canto, benché possa apparire inopportuno, m’è venuta fame.»
Eseguo, sguisciando in camera da letto con la faccia bassa. La ragazza è in piedi, già vestita, presa da un raptus nevrotico che scarica divorandosi le unghie delle mani. «È lui?» fa. «Sì» rispondo. «Ma doveva tornare per cena, cazzo» dice. «Un classico» replico.
«È arrabbiato?»
«Ha fame.»
«E quindi?»
«E quindi adesso mi vesto e vado a cucinare.»
«Ma sei scemo?» E mi viene incontro inferocita. «Ma che cazzo dici?»
«Senti,» dico «me l’ha chiesto lui di cucinare».
Lei sibila un’imprecazione. «Hai davvero intenzione di fermarti a cena?».
Annuisco. «E comunque è proprio un coglione.»
Intanto prendo a vestirmi.
Quando torno in cucina, i due ragazzotti sono in silenzio: lei è in piedi appoggiata al lavabo, le braccia conserte e un’espressione un po’ trattenuta, lui è seduto e giochicchia con una collanina. «E insomma,» faccio io «qualcuno mi aveva detto di avere fame.» Quell’altro non si schioda dalla sua posizione, lei nemmeno.
Inizio a preparare gli ingredienti per quella che sarà, lo ammetto, la miglior carbonara della mia vita. Tiro fuori il pecorino e il guanciale dalla credenza, un bicchiere dove conservare il grasso di cottura, poi: «Scusate,» chiedo io «dov’è che stanno le pentole?». Quell’altro finalmente si decide a dare segni di vita, e indica con un getto del mento una cassettiera sotto il lavabo. La apro: due pentole, un pentolino, una casseruola in ghisa, una padella in acciaio antiaderente – un 26 o un 24 centimetri, tutto generosamente offerto da Ikea. E basta. No, dico: e basta. «Fate qualcos’altro oltre a bollire il latte e cuocere la pasta?» Quell’altro sbotta, sempre fisso sulla collanina: «Da quanto va avanti questa storia? Io me l’aspettavo, d’altro canto. È da qualche tempo che ti sento lontana». Al che lei lo fulmina: «Ma ti rendi conto di quello che dici? Ma guardati. Hai perso i capelli, sei ingrassato da fare schifo, ti vesti in maniera indecente, non mi tocchi da un secolo. E quella lontana sarei io?».
Mentre sistemo la padella sui fuochi i toni della discussione si fanno sempre più alti, a risposta segue una controrisposta più affilata, gli sguardi sono sempre più rancorosi. Quell’altro arriva addirittura a cacciare una bestemmia tonante che fa sprofondare la nostra ragazza in un mutismo meditabondo, tanto che lei detona infine nell’ultima frontiera della mortificazione, ovvero: «Tu, brutto coglione, non vali un cazzo».
E lui, Quell’altro, che non pare dotato degli strumenti adeguati a reggere un colpo tanto duro, poco ci manca che scoppi a piangere. Anzi, mentre appoggio una manciata di listarelle di guanciale sulla padella, lo sento singhiozzare. Un suono sfibrato e inoffensivo di biologia che lentamente si sfalda, come una malattia incipiente, esce dalla sua gola.
«Però adesso vi spiego una cosa» dico. «Allora, innanzitutto nella padella non vanno aggiunti grassi di nessun tipo, perché la guancia del maiale è già grassa di per sé. La carne si cuoce nel suo stesso grasso. Io c’ho sempre visto alti livelli di filosofia dentro questo sistema. Capite? E mi raccomando, fuoco dolce. D O L C E.»
«Senti,» fa lei seccata «non mi sembra il momento adatto».
Quell’altro piange, la mano chiusa col pollice e l’indice sugli occhi, ma riesce comunque a dare il suo contributo: «Io ci mettevo anche un po’ di cipolla, in realtà.»
L’ha sparata grossa, il coglione, ma tiro un bel respiro, lo ignoro e calo la pasta. Tre etti dovrebbero bastare. E poi: «Hey, amico, mi passi le uova?». Lui si alza, apre il frigo e mi allunga la scatola delle uova.
«A questo punto» proseguo «si prepara la crema. Un rosso d’uovo a testa. Attenzione: ho detto un rosso d’uovo, non un uovo intero. Il bianco straccia, e col calore della pasta si cuoce e diventa una frittata.»
Al che lei, che intanto s’era fatta vicina a Quell’altro, porge le sue rimostranze: «Eh no, almeno un bianco ci va messo.»
Io sorrido, perché sapevo che prima o poi ci saremmo arrivati, a questo punto. Rompo le tre uova, divido il bianco dal rosso, le lascio scivolare dentro una ciotolina.
«Vedi,» dico con sorriso presuntuoso «è qui che sta la differenza tra chi una carbonara la sa fare e chi invece non la sa fare. Sai dirmi perché non ci va messo nemmeno un uovo intero?»
«Su Gambero Rosso dicono così.»
«Ha ragione lei.»
«Per una volta almeno siamo d’accordo.»
«D’altro canto, sul tuo modo di cucinare non ho mai avuto nulla da ridire.»
«Sei proprio un coglione.»
«No dico, ma il perché, lo sai? Lo sapete?»
«Ho detto che sei un coglione, mi senti?»
«Ti sento.»
«Mi pare chiaro che nessuno qui dentro sia in grado di darmi una risposta.»
«Cos’ha lui che io non ho?»
«Mi fa ridere.»
«Tre etti di rigatoni basteranno, no?»
«Lo dicevi anche di me.»
«Quanto tempo fa?»
«Nemmeno troppo, se ci pensi.»
«Cazzate. Cazzate!».
«Ah, e non fate bruciare il guanciale, mi raccomando. Appena si imbrunisce, toglietelo. Separatelo dal grasso, altrimenti si lessa. Quindi… mettete un goccio di grasso nella crema di uova e pecorino ed emulsionate. A proposito, chi mi passa una grattugia?»
Quell’altro: «È dietro i bicchieri.»
E mentre credevo che tutto stesse andando per il meglio, ecco che insieme alla grattugia mi porto dietro anche due o tre preservativi, che cadendo si vanno a stampare sul pavimento al centro della cucina. Gli occhi di tutti sono per quegli involucri, come se l’ultimo santo del paradiso si fosse materializzato sulle maioliche.
«Ma non prendevi la pillola?» fa Quell’altro.
«Scusa scusa?» intervengo io, mentre tengo a bagnomaria la crema per pastorizzare l’uovo.
La ragazza sembra trattenere un risolino nevrotico, finché dice: «Sentite, voi continuate a parlare di me come se fossi ancora qui.»
E se ne va.
Nel giro di dodici-tredici minuti sono pronto a impiattare. «Dio,» fa Quell’altro mentre assiste al miracolo della fluidificazione «che crema. Come ci sei riuscito?»
«Che ti dicevo, bello? Molti sopravvalutano quest’ultimo passaggio e colano l’impasto di uova e pecorino subito sulla pasta scolata.»
«E invece immagino che non sia così che si fa.»
«Esatto, amico. Il segreto è lasciare riposare la pasta un minuto, un minuto e mezzo, e poi mettere la crema. Aggiungi tre cucchiai di acqua di cottura e il gioco è fatto.»
Servo la pasta nei tre piatti. Un’ultima grattata di pecorino, poi chiudo col guanciale croccante che scende dalle mie mani come una manciata di coriandoli. La nostra ragazza non sembra dell’umore per sedersi con noi, ma per Quell’altro, che ha già inforchettato i primi rigatoni, questo non costituisce un vero problema. Osservo il suo volto contorcersi dal piacere, un’estasi da carboidrato incredibilmente rivelatrice. Pare essere finalmente in pace col mondo.
«Tesoro!» grida Quell’altro «Vieni a sederti, ché sennò la pasta diventa una colla.»
Nessun risposta.
«Parole sante, amico mio, parole sante.»
Lui fa spallucce. D’altro canto, davanti a un piatto così non c’è dolore che tenga.
«Amen, amico.»
Quando lasciamo cadere le forchette sui piatti vuoti la carbonara della nostra ragazza è ancora sul tavolo. In silenzio, guardiamo gli ultimi fili di fumo spegnersi sopra la crema ormai tirata, il guanciale asciutto e la pasta che va fatalmente incontro al finale di tutte le carbonare che attendono qualcuno che non verrà. Sospiriamo, la pancia gonfia. “È davvero triste” penso mentre osservo Quell’altro slacciarsi il bottone dei jeans “è davvero triste il destino delle belle serate.”
«È un peccato» fa Quell’altro puntando la pasta superstite «perché, senti, io una carbonara così non l’ho mai mangiata, amico.»
«Già, un vero peccato.»
Quell’altro esita. Poi, dimesso come chi sta per rivelare un segreto inconfessabile: «Dici che domani è ancora buona? Potrebbe mangiarla a pranzo, magari.»
Senza attendere risposta si alza. Lo guardo trafficare nei cassetti e tirarne fuori della pellicola trasparente, dentro cui finisce per soffocare il piatto di pasta della sua ragazza. Il suo tentativo di salvarla a tutti i costi mi commuove e non me la sento di dirgli come stanno le cose. Getto un’ultima occhiata al piatto di carbonara prima che sparisca dentro il frigorifero.
«Ma sì,» gli dico «che vuoi che sia.»


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