Il concetto di fallimento, negli ultimi anni, ha subito quella che i semiologi definirebbero risemantizzazione, un processo più o meno lento attraverso il quale il significato di una parola o di un contenuto si riconfigura. Gli esempi più immediati afferiscono alla sfera etimologica: nella vasta infrastruttura del digitale, termini come “navigare”, “profilo” o “finestra” hanno visto rimodulati il loro senso e la loro area d’utilizzo, perché la risemantizzazione non agisce solo sulla natura strettamente linguistica dell’oggetto, ma ne destruttura e riscrive il contenuto e l’uso sociale.
La parola “fallimento”, pur evocando una contingenza da scongiurare, nel corso della storia è stata oggetto di svariate (e spesso opposte) interpretazioni e reazioni. Da sempre al centro del discorso umano, le narrazioni politiche, economiche e religiose che l’hanno investita sono cambiate di pari passo con la trasformazione dell’individuo: in altri termini, la società si è evoluta anche in base alla sua capacità di approcciare una sconfitta.
In età moderna, dalla rivoluzione industriale agli anni Settanta, il successo o il fallimento di una persona si è legato alla sua capacità produttiva. Ho fallito un affare? Sono un fallito, perché in una certa misura posseggo un dovere morale verso la società stessa, prontissima a esecrare ogni forma di inadempienza. La postmodernità, invece, ha spostato il fallimento da fenomeno collettivo a percorso soggettivo, elevando la sconfitta a elemento imprescindibile per la crescita personale. Se dunque il pensiero moderno aveva come massimi paradigmi razionalità e infallibilità, la società postmoderna ha riconsiderato e interiorizzato il fallimento come opportunità, fino a convergere, negli ultimi anni, nella sua consumistica deformazione, il failure porn.
Di fatto, se si analizza il passato, ogni evoluzione, sociale o tecnologica, ha comportato il superamento (e quindi il fallimento) della società o della tecnologia precedente, scomponendo la storia dell’uomo in un accumulo di risultati, progetti e tecniche ormai inadeguati. Ma a differenza del passato, dove i cambiamenti necessitavano di tempo per sedimentarsi, la contemporaneità ha accelerato esponenzialmente il processo di sostituzione, e le implicazioni di questo fenomeno sull’individuo sono due, di natura diversa: materiale e psicologica.
Materiale perché un oggetto passa da nuovo a obsoleto in pochissimo tempo, e ciò ha a che fare con i territori dell’identità che modellano l’individuo stesso. Il consumismo si è insinuato ormai nei processi cognitivi dell’uomo: non consumiamo più per un mero atto edonistico, ma perché farlo è diventato qualcosa che plasma le nostre coscienze e veicola le nostre scelte. Insomma, la possibilità di cambiare personalità come se stessimo scegliendo un prodotto sugli scaffali di un supermercato si rifà alla mercificazione moderna (e anche postmoderna) di ogni processo vitale. Rottamiamo e ci dimentichiamo velocemente cosa eravamo, creando e disfacendo in pochissimo tempo. E infatti sembra vivere meglio chi, camaleonticamente, riesce ad assumere più vesti senza indossarne nessuna. Come scrive Bauman in Vita Liquida, lo scarto è il prodotto finale di qualsiasi azione di consumo.
Sul versante psicologico, invece, viene alimentata una spirale di insoddisfazione cronica in cui ci sentiamo difettosi, non all’altezza. In altre parole, falliti.
A generarsi è allora un modello di canoni e standard costruito sull’incapacità dell’uomo (calcolata e irrisolvibile) di tramutare la perfettibilità in perfezione, oggetto del desiderio che l’era dei consumi contrabbanda in cambio “di una vita migliore”. È questo il particolare paradosso: la società dei consumi, pur offrendo all’individuo esperienze tattili, si nutre e si espande grazie all’inconsistenza di ciò che l’individuo non possiede ma ambisce. Insomma, le sue azioni sono riparatorie e compensative, in una costante rincorsa che rottama il passato e insegue l’astrattezza.
Questo senso di impermanenza, al giorno d’oggi sempre più tangibile, evoca nell’uomo postmoderno una strana connessione con edifici abbandonati, ruderi o lamiere arrugginite, esempi lampanti di fallimento, spesso veri e propri pugni nello stomaco sotto il profilo estetico.
Se si prende in considerazione il bacino strettamente urbano, uno dei motivi dell’endemica tendenza all’abbandono è legato al passaggio della società industriale a quella post-industriale che segnò Stati Uniti ed Europa negli ultimi decenni del ventesimo secolo. Il fenomeno delle shrinking cities (to shrink = contrarre) causò infatti lo svuotamento progressivo di alcuni centri urbani un tempo fortemente industrializzati: le attività produttive cessarono di esistere, e si trasferirono in territori limitrofi o in regioni lontane, lasciando morire un intero sistema infrastrutturale.
Oggi buona parte di queste città sono state ricostruite sui materiali di quelle precedenti, ma rimangono ancora i resti di un passato che, per errori di valutazione o crisi economiche, ci ha consegnato strutture enormi e abbandonate, slegate spesso dall’ambiente circostante.
Figlio dell’errore, si può dire dunque, provocando, che l’abbandono sia la materializzazione del fallimento, la sua concretizzazione urbana.
Di particolare interesse è allora il fenomeno dell’abandonalism, l’attrazione verso oggetti e luoghi abbandonati (anche virtuali), che sembra rispecchiare il desiderio di colmare il vuoto con l’immaginazione, ipotizzando le storie di chi, in untempo opportuno, avrebbe potuto abitare certi luoghi e riempirli.
Il nostro Paese è pieno di luoghi, arene o rovine, che resistono da centinaia di anni; luoghi che turisti da tutto il mondo vengono ad ammirare per la loro storia e per la loro capacità di permanenza. Dal punto di vista prettamente italiano, siamo sempre stati abituati a trattare le cose con il don’t touch museale: osserviamo intimiditi la bellezza nello stesso modo con cui assistiamo al suo immobilismo. Siamo cresciuti masturbandoci sul passato, ma a forza di guardarlo ci siamo dimenticati di guardare al futuro e all’evoluzione. C’è una frase di Joyce, in una lettera al fratello Stanislaus, che credo racchiuda l’essenza del concetto. Parlando di Roma scrisse: «Mi fa venire in mente un uomo che si mantiene facendo vedere ai turisti il cadavere di sua nonna».[1]
È come se le nuove generazioni, che a differenza del passato hanno i mezzi per poter osservare altri modelli di vita, si siano stancate di subire l’assoggettamento della storia e colgano, nei molti progetti fallimentari del modernismo, la necessità di vivere il presente.
Ma proprio questa tendenza – una moda? – getta le basi per la messa in discussione di ciò che è stato scritto fin qui: esiste una nuova società che lentamente sta nascendo? Un nuovo modo di ragionare? È forse questo senso di immedesimazione il lato intrinseco della società attuale, a metà tra la fragilità decadentista e un modello classico, spesso impalpabile, di perfezione?
Mio nonno centrava il punto quando, ogni volta che s’imbatteva in un ponte romano, diceva: «Questi vanno avanti da mille anni, e i nostri dopo cinquant’anni cadono». Eppure, la vera differenza tra il Colosseo e una casa diroccata, o un capannone dismesso, è qualcosa che sfugge alla fisicità o all’estetica, ma ha a che fare con l’identificazione. Perché è molto più semplice (e commovente) captare un immaginario temporalmente più vicino a noi e rappresentarne, nel silenzio, la componente antropologica mancata.
[1] 25 settembre 1906. Si veda: J. Joyce, Letters of James Joyce, edited by R. Ellmann, vol. II, Faber and Faber, London 1966, pp. 164-165.


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