Un corpo alla volta (parte V)

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Un corpo alla volta

V.

Il sabato, alla chiusura, Daniela abbassò la saracinesca a metà.

Del banco del mattino non restava niente. I cartellini erano rimasti in fila contro il vetro, dritti sopra i vassoi vuoti; quello della scura in mezzo agli altri. Accanto alla cella, impilate, le cassette degli ordini aspettavano il lunedì, con la bolla infilata sotto lo spago. Nel retro, Roberto finiva di grattare il tagliere.

L’uomo si abbassò sotto la lamiera ed entrò dalla porta a vetri. Roberto si affacciò con lo straccio in mano.

«Siamo chiusi, ma se le serve qualcosa si trova.»

L’uomo non lo guardò.

«Va’ pure, Roberto» disse Daniela. «Chiudo io.»

Roberto si tolse il grembiule, prese la stampella e uscì passando sotto la saracinesca. Si allontanò sul marciapiede, un passo alla volta, a battute alterne.

L’uomo fece il suo giro. Guardò la sedia vuota vicino alla porta.

«E lui?»

«Esce, il pomeriggio. Fa due passi e torna.»

Si spostò lungo il banco, seguendo la fila dei cartellini sopra il vetro. Davanti alle cassette si chinò appena, senza toccare, e lesse l’intestazione sulla bolla. Poi si raddrizzò e tornò al centro del negozio.

Daniela vuotò la latta nel cassetto del registratore e girò il cassetto aperto verso di lui.

Dentro, i biglietti stavano in mazzette, fermati dagli elastici, in ordine di taglio. L’uomo le prese una per una e contò facendo scorrere i biglietti sotto il pollice, senza sfilare le banconote. Le mise via.

Poi rimase dov’era. Guardò ancora una volta le cassette, il banco vuoto, i cartellini.

«Il conto, da oggi, cresce della metà del solito.»

Daniela tirò fuori l’agendina dalla borsa e la aprì alle pagine del debito. La penna tremò per un momento sopra la riga. Poi scrisse, e accanto ci mise la data.

«La metà di prima?»

«La metà.»

Richiuse l’agendina. Non disse altro, e nemmeno lui.

Andò alla porta. Sulla soglia si fermò.

«La carta dell’invalidità è arrivata?»

«Non ancora.»

Lui annuì appena. «Arriva.»

Si abbassò sotto la lamiera.

«A sabato.»

Le scarpe sparirono verso sinistra, oltre il bordo della saracinesca.

Daniela richiuse il cassetto. Rimase un momento in mezzo al negozio, con l’agendina in mano. Poi la mise nella borsa, spense le luci, per ultima quella del banco frigo. Tirò giù la saracinesca fino in fondo e girò la chiave.

***

Quel pomeriggio Mario uscì per il suo giro. Camminava dal lato interno del marciapiede, come sempre. Dove il civico ventuno metteva fuori il ponteggio, attraversò la strada, e la riattraversò solo dopo averlo superato, guardando in su.

Dietro una cancellata, un cane gli corse incontro fino alle sbarre, di colpo, e Mario si fermò per un attimo in mezzo al marciapiede. Più avanti, da un davanzale del secondo piano, una donna annaffiava i gerani e l’acqua batteva sul marciapiede a gocce. Erano arrivati i primi caldi.

Sulla via del ritorno, quando fu all’altezza del ponteggio, dall’altro lato della strada, qualcosa cadde dalle assi. Un pezzo di plastica, o di legno, che rimbalzò sull’asfalto tre volte e si fermò poco lontano da lui. Mario lo guardò, poi alzò gli occhi in alto, dove nessuno si era affacciato. Rimase un momento con una mano sul petto, sopra la camicia, e prese una traversa che accorciava la strada.

Nella via le macchine stavano in sosta su tutti e due i lati. Mario camminava svelto, più svelto del suo passo, e a metà strada tagliò per attraversare, tra due auto ferme. Una terza uscì dal suo posto, a marcia indietro, con il guidatore girato dall’altra parte. Lo prese sull’anca, poi batté con la schiena, e il fanale cedette sotto di lui. Finì seduto sull’asfalto.

Il motore si spense. Lo sportello si aprì.

«Non l’ho vista!» disse il guidatore. Era un uomo coi capelli bianchi.

«Proprio non l’ho vista» ripeté, e si mise le mani nei capelli.

Mario si tirò su prendendosi al paraurti.

«Non è niente. Tranquillo. Tutto a posto.»

Fece tre passi. Al quarto, la schiena lo piegò da una parte e la gamba sinistra non lo resse. Poggiò una mano su un cofano, poi sul muro.

«Dove va?» Disse l’uomo, dietro di lui. «Aspetti! Guardi che sono assicurato. Paga tutto l’assicurazione, non deve preoccuparsi.»

«Non è successo niente» ribadì Mario.

Dal bar all’angolo era uscita gente sulla porta. Una donna attraversò. Mario si tenne al muro con tutte e due le mani, e poi il muro non bastò più e scivolò giù, fino a sedersi di nuovo sul marciapiede, con le gambe distese.

«Non si muova» disse la donna. «Ha battuto la schiena. L’ho visto da là.»

«Abbiamo chiamato» disse un uomo dalla porta del bar. «Sta arrivando l’ambulanza.»

«Io ho visto tutto» aggiunse un altro, rivolgendosi al guidatore e poi a Mario. «Se serve, io ho visto tutto.»

L’uomo coi capelli bianchi stava in mezzo alla strada, con le chiavi in mano, e lo ripeteva alla donna, al bar, a tutti. Non l’aveva visto. Era uscito piano, come sempre. Non l’aveva visto.

Mario provò ancora una volta a mettersi in piedi. Puntò la mano buona sul marciapiede ma la schiena lo tenne giù. Allora smise.

Restò seduto contro il muro, con le gambe avanti. La gente attorno a lui faceva mezzo cerchio, a distanza. Erano in otto, forse in dieci. Si guardò intorno, li osservò uno per uno, senza fretta. Da qualche parte, lontana, si sentì la sirena, e la gente si voltò a cercarla in fondo alla via.

Davanti a lui, sull’asfalto, a mezzo metro, c’erano i vetri del fanale, i cocci della sua disgrazia.

Raccolse il pezzo più grande. Nessuno lo fermò. La sirena adesso era a due strade di distanza.

Tenne il vetro nel palmo e lo soppesò. Si portò la mano alla faccia.

Il frammento tagliente brillava, riflettendo l’azzurro dei lampeggianti.

***

Rincasò che era già buio.

Mario non c’era. Il sabato, di solito, rientrava prima di lei. Daniela coprì un piatto e lo mise nel forno, poi portò la borsa al tavolo e tirò fuori le carte, le fatture e la calcolatrice. Si mise gli occhiali.

Cominciò dalle entrate, in colonna. Il banco della settimana, le fatture degli ordini. La scura, che da marzo aveva la sua colonna. Poi fu la volta delle uscite: il macello, la corrente, il carico consegnato quel pomeriggio. Tirò la riga e scrisse il totale.

Andò alle pagine del debito. Sottrasse quello che aveva dato e vi aggiunse l’interesse nuovo, dimezzato. Scrisse il totale sotto quello della settimana prima. I due numeri non cominciavano più con la stessa cifra.

Rimase a guardarli. Fece la sottrazione a mente, muovendo la penna in aria sopra la colonna. Poi la rifece sul bordo del foglio. Prese la calcolatrice e la controllò una terza volta. Fuori passò una sirena e si perse.

Riportò il tre, il conto tornava. Allora si spostò su un altro calcolo. Divise e scrisse il numero in fondo. Ormai erano settimane, e non erano molte. Riprese l’agendina e le contò in avanti, i sabati uno per uno, con la punta della penna. Si fermò su una pagina di ottobre. Fece ancora la divisione.

Tirò una riga sotto la pagina bianca. Le venne un poco storta, ma la lasciò così.

Si tolse gli occhiali e rimase seduta ancora un momento, con le mani sul tavolo, una sopra l’altra, fino a quando il frigo, in cucina, attaccò il suo motore. Allora si alzò.

Lasciò tutto com’era: le buste aperte, le carte sparse, la penna senza tappo sul quaderno. Prese solo il foglio dei conti, lo piegò in quattro, e uscì.

Il giro di Mario lo conosceva: il lato dei negozi, il viale, le case basse. Non poteva aspettare. Lo prese al contrario, per incontrarlo a metà strada.

***

Le case basse erano al buio, e ai cancelli i cani stavano zitti. Daniela camminava svelta, col foglio piegato in mano, e a ogni angolo guardava in fondo alla via, da una parte e dall’altra.

Nel viale non c’era nessuno. Poi, in fondo, dove la traversa tagliava verso casa, c’era della gente. Una luce azzurra girava sopra le teste e batteva a colpi sulle saracinesche abbassate.

Daniela camminò più svelta. Poi corse.

La gente stava a mezzo cerchio, spessa, e quelli dietro si alzavano sulle punte. Daniela arrivò addosso alle schiene e cominciò a farsi largo con le mani.

«…l’ha colpito la macchina, ma piano, si era pure rialzato…»

«…sembrava niente, camminava…»

«…un vetro ha preso. Un vetro del fanale…»

«Si è cavato gli occhi» le disse uno, scostandosi per farla passare.

Daniela passò tra gli ultimi due, col foglio dei conti nel pugno.

Davanti, nello spazio vuoto, i due dell’ambulanza stavano chinati e coprivano quasi tutto. Si vedevano le gambe distese sull’asfalto, e le scarpe. Uno dei due gli teneva i polsi.

Vide Mario. 

***

Lo abbiamo detto: il dolore, visto da una tabella, ha una voce sola, piccola. Lo chiamano danno morale, e si paga poco. Il resto che un corpo sopporta, le notti in bianco, il terrore, la fatica di arrivare a sabato, non entrano nel conteggio. Non serve. Anche il nome serve solo alla cassa, per sapere a chi intestare il pagamento. Poi si stacca, come un cartellino, e resta il netto. 

Ma un occhio perso per disgrazia e uno perso per disperazione pesano uguale. Nelle tabelle non c’è la colonna dei “perché”.

Quest’anno i conti tornano. Quelli dell’anno prossimo sono già fatti. Le tabelle sanno quanti occhi si perderanno, quante mani, quante gambe. “Di chi” non importa, e infatti non se lo chiedono. Tanto i corpi che faranno tornare i conti sono già in giro, da qualche parte: pagano una rata, aspettano l’autobus, contano le fermate, sudano. Valgono moltissimo e non lo sanno ancora.

Nel suo studio, il perito stava ascoltando un cliente, quando il telefono squillò.

«Un momento» disse, e alzò la cornetta.

«Sì.»

Ascoltò. Per un pezzo non disse niente.

«Ho capito» fece, poi riattaccò.

Aprì il cassetto lungo della scrivania e scorse i fascicoli con due dita. Ne sfilò uno. Lo aprì sull’ultima pagina, scrisse la data in fondo, sotto le altre, e lo richiuse. Lo rimise dov’era e spinse il cassetto.

«Mi scusi» disse. «Prosegua, prosegua pure.»

FINE

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