Sono chiuso in una cella ricavata nella baracca dello Sceriffo a Jerez, trenta miglia dall’ultima traccia di civiltà. Ho un pagliericcio puzzolente, un secchio come latrina e un angolo un po’ più asciutto dove sedermi e guardare il ritratto del Segretario Generale, appeso nel corridoio oltre le sbarre. Mi fissa sotto quelle gigantesche sopracciglia. Sembra che abbia un lampadario di medaglie attaccate al petto. Sento che mi sta giudicando per tutto quello che ho fatto.
Una volta ho scroccato un passaggio a questo tizio che doveva portare un carro nuovo di pacca da Cody fino a Marxtown, giù in Wyoming. Mi ha detto: «Ho sentito che hanno dovuto operare il Compagno Segretario McCollum alla spalla. L’hanno dovuta allungare perché era finito lo spazio per le medaglie».
Ho riso di gusto, battendomi pure le mani sulle ginocchia.
Qualche miglio più in là gli ho sparato alla nuca mentre pisciava. Non per la battuta, non sono tipo da offendersi per queste cose. Mi piaceva semplicemente il suo carro, tutto qui. Ma se me lo chiedessero sì, l’ho fatto perché ha offeso l’onore del Compagno Segretario. Tutte quelle medaglie se l’è meritate, combattendo contro l’imperialismo capitalista plutocrate e tutto il resto. Potrei anche dire che ho donato i soldi che ho ricavato dalla vendita di quel bel carro al Fondo delle Giovani Socialiste dell’Unione dei Lavoratori del Colorado. Non sarebbe vero nemmeno quello, visto che l’ho tutto convertito in bourbon di mezza tacca. Godetevi quelle nuove divise, giovani socialiste dagli occhi azzurri!
Io sono un ottimo cittadino, un discreto socialista e una brava persona, tutto sommato. Quando c’è stato da sparare a qualche messicano nemico del popolo per liberare dal giogo capitalista un paio di acri di sabbia e agave nel sudovest, mica mi sono tirato indietro. Ho messo il mio bel cappello con su la stella rossa e ho impallinato a vista ogni dannato sombrero che mi si piazzava davanti.
A un certo punto però mi sono rotto di stare lì e riempirmi di spine, bere bourbon bollito dal sole che ti faceva venire la diarrea e mangiare sempre zuppa di fagioli da quei barattoli generosamente donati dai Soviet Americani riscaldati sui falò. Me la sono data, tutto qua. Se fossi stato così indispensabile sarebbero venuti a cercarmi, no?
Per i primi tempi sono stato bene, nel deserto. I coyote non vengono a darti del nemico del popolo perché non hai ammazzato abbastanza messicani baffuti. Al massimo vogliono morderti il culo, ma sono liberi di farlo, giusto? Non è questo il significato di questa merdosissima vita, essere liberi di mordere il culo un po’ a chi ci piace?
Ho camminato molto, seguendo sentieri battuti dai sandali di pelle di qualche selvaggio. Il sole del socialismo che bacia questa favolosa patria mi accoltellava gli occhi. Tenevo il cappello più in basso che potevo sulla fronte e andavo: non so dove esattamente, ma andavo. Non sono tipo da fare piani o roba del genere. Di solito, qualcosa mi capita sempre, e a quella cosa segue sempre un’altra cosa e così via. Sono abbastanza bravo nello sfruttare le situazioni e ho anche una certa fortuna, se uno crede a certe robe.
C’è stato un periodo in cui ho fatto parte di una banda. Non è facile quella vita. Ci sono così tante cose che rischiano di farti penzolare in una merdosissima piazza polverosa, mentre qualche contadino dei ranch collettivi ti guarda e pensa “Come ha fatto ‘sto stronzo a rubare al Compagno Segretario, a tutti noi? Se non fosse stato già lì bello morto, lo avrei ammazzato io stesso”. C’è gente che ci crede veramente a certe stronzate. Se sei furbo, eviti di finirci, così. Se sei molto molto furbo invece, ti unisci a figli di puttana come te, in modo da avere le spalle coperte. Io non sono mai stato molto molto furbo, ma per un po’ c’ho voluto provare.
Insomma, in questa banda c’era un tizio che chiamavamo Pissquick. Innanzitutto, perché era uno scricciolo di pochi pollici più alto di un bambino. Poi perché una volta, mentre ci spostavamo in chissà quale prateria del cazzo, ci siamo fermati per farlo pisciare. Per sfotterlo, abbiamo dato una bella frustata ai cavalli e lo abbiamo lasciato lì come un pero. Quel povero diavolo ci rincorreva urlando, mentre continuava a pisciare con il coso in mano. Piscia veloce, Pissquick. Che bastardata, però abbiamo riso di brutto.
Pissquick era ritardato, e nella banda lo tenevamo come chiunque tiene un cane, un mulo o un cazzo di parrocchetto o chessò io. Per compagnia e per fargli fare roba schifosa. «Pissquick, facci un balletto». «Pissquick, svuota la latrina». Cose così.
Conosceva un sacco di canzoni che gli avevano insegnato in una specie di scuola per minorati in cui lo avevano infilato e da cui lui era scappato. Tutta roba patriottica, di quanto è bello il socialismo eccetera eccetera. Una faceva tipo così:
Il vagone corre, oscilla e dondola
Il treno subito prende velocità
Ah, perché questa giornata finisce?
Vorrei che durasse tutto l’anno!
Vagone rosso che corri lontano
Non correre, non andare così veloce
Lasciami restare ancora un po’
Alla fine del mio viaggio
Lui la cantava a squarciagola, mentre camminavamo per andare a prendere l’acqua e via dicendo. Muoveva le braccia a imitare un treno e faceva pure ciufciuf. Io lo minacciavo che se non avesse smesso di cantare gli avrei sparato a uno di quei piedi da neonato che si ritrovava. Lui rideva e continuava. Chissà se ha mai capito che io dicevo sul serio e un giorno di quelli con la luna storta lo avrei impallinato. Povero Pissquick, non so che fine abbia fatto.
Comunque, alla fine anche io cantavo quella stupida canzone del treno per non pensare al dannato caldo e alla sete in quel deserto. E facevo pure ciufciuf. Pensa un po’ come funziona il cervello, in questi casi.
Poi, come un miracolo di Gesù Cristo in croce, anzi, del Segretario, mi sono trovato di fronte quella baracca di casa.
L’ho detto, sono un bravo cittadino. Quando sono entrato non volevo fare casini o roba del genere. Avrei dato un piede per uno di quei merdosissimi barattoli di fagioli o un goccio di acqua lurida. Sopra al tavolo da pranzo c’era una statua enorme della madonna, con le mani aperte, l’aureola intorno alla testa e tutto il resto. Stava lì in piedi tutta ingioiellata, con lo sguardo al cielo come se fosse annoiata, mentre i suoi due coinquilini avevano su giusto qualche straccio e giravano a piedi scalzi. Mi hanno visto entrare, tutto bardato come Soldato del Popolo, la stella rossa sul cappello, e si devono essere cacati sotto.
Quando arrivò il Compagno McCollum e cacciò quei plutocrati parrucconi di Washington, si decise che la gente non doveva credere più a niente, e se proprio doveva credere a qualcosa, che si credesse in lui. Me lo ricordo, più o meno, quando sono passati a casa. Ero piccolo. Avevamo una stamberga fuori da un buco di culo che si chiamava Braire, mio padre era morto chissà quando e mia madre era una battista. Vennero due tizi con la stella rossa, due bei bastoni nodosi nelle mani, e la convinsero a buttare Bibbia e tutto quanto. Mia madre era una che in chiesa ci andava, cantava, appendeva i crocifissi eccetera.
Chi vincerebbe in una rissa tra Gesù e McCollum? Non lo so, ma quella volta bastarono due bastoni a farlo scappare, e tanti saluti a Cristo Re.
Comunque, quei due nella baracca hanno iniziato a sbraitare e a dirmi qualcosa in quella strana lingua da mangiafagioli, pensando che fossi arrivato a rompergli le palle per la loro bella statuina. Ero lì che spiegavo che delle loro stramberie religiose me ne sbattevo, che tanto per la strada non avevo visto il Compagno Segretario McCollum e lui sicuramente aveva altro da fare. Che mi dessero un bicchiere d’acqua e qualcosa da mangiare, piuttosto.
Fatto sta che questi notano la mia camicia rossa sbrindellata, il mio cappello tutto impolverato e la mia faccia da disperato morto di sete, e capiscono che possono gestire la situazione in un altro modo. L’uomo tira fuori una pistola di poco conto dai pantaloni, mentre la moglie, almeno credo fosse la moglie, si mette dietro di lui. Ora, non penso di essere un genio né credo di essere capace di fare chissà che, ma che muoia qui in piedi se non so tirare bene con la pistola. Così prima che uno di loro riuscisse a dire «Madre de Dios!» erano già tutti e due a terra belli stramazzati.
La casa non era malaccio, dopo tutto. Un tavolo, un paio di sedie. Un pozzo per tirare su l’acqua. Avevano pure un cane, che è entrato nella casa per vedere cosa fosse successo ai suoi padroni. Ho sparato pure a lui e me lo sono mangiato. Era tutt’ossa, ma non mangiavo carne da una vita. Ho preso tutto quello che rimaneva della famigliola e li ho portati nel retro della casa.
Per un po’, ho vissuto bene. Poi, lì dietro, tutta quella roba ha iniziato a puzzare. Ora, non sono un tipo che evita il lavoro. Però la terra lì è dura come il ferro e non c’era una pala neanche a cercarla con la lanterna. Allora ci ho fatto un bel falò, e ho anche buttato in mezzo quella Madonna tutta imbellettata. Non l’avevo ancora fatto perché pensavo che poi sarei stato maledetto, che mi sarebbero usciti i bubboni o mi avrebbero assaltato le cavallette e tutto il resto, però quello sguardo non lo sopportavo più. Mica ero io ad aver tirato fuori la pistola per primo, no? Fingeva di non capire, la maledetta.
Forse però c’è un numero di stronzate che puoi fare, prima che il destino venga a presentarti il conto e a chiedere di abbassarti i pantaloni. C’era da quelle parti una pattuglia dello Sceriffo che girava per controllare che non ci fossero sombrero, di quelli pericolosi che fottono le terre desertiche agli americani socialisti timorati. Hanno visto quel fumaccio nero e sono venuti a chiedermi spiegazioni, con le loro stelline brillanti con la falce e martello nel mezzo.
Non ho saputo spiegare il motivo per cui il pavimento in terra battuta era pieno di sangue e perché avevo due cadaveri e una Madonna nel retro che non si sbrigavano a diventare cenere. Né avevo una pistola per far valere le mie ragioni, visto che l’avevo lasciata appesa nella latrina lì fuori. Tutte quelle comodità mi avevano rammollito, è proprio vero.
E quindi, eccomi qua. Mi avevano detto che mi aspettava la forca. Io avrei preferito la fucilazione, ma a quanto pare la Madrepatria non ha pallottole da sprecare con feccia come me. A saperlo, mi sarei impegnato a diventare nemico del popolo, sparando a qualcuno di importante. Quelli sì che li ammazzano con stile. Ti mettono pure sul giornale e tutto quanto.
Stamattina però mentre pisciavo nel mio bel secchio, mi sono sentito chiamare. Oltre le sbarre, c’è un bellimbusto che non ho mai visto prima. Qui dentro è fuori posto come un asino in mezzo a una compagnia di ballerine. L’abito che indossa sembra appena uscito da un sarto e ha i baffi arricciati di un gran signore. Cosa che non è, visto che si trova qui. La sua stella rossa sul petto è lucida e brillante, con tutti dei rametti intorno. Questo il deserto lo vede solo dalla finestra di una carrozza. Mi chiama Compagno Wiley, come se fossimo a scuola o roba del genere.
Feccia sono feccia, mi ha detto, ma non così schifosa da meritarmi la forca. Certo ho disertato, ma il mio Maresciallo non fa altro che dire quanto sono bravo ad accoppare nemici del socialismo. E quei due che ho ammazzato, invece? Erano due contadinotti, mezzi messicani, tra l’altro. Non mancheranno a nessuno. A chi dovrebbero mancare, poi? Ai serpenti?
E quindi, dico io, se non mi merito la forca che ci sto a fare qui?
Quello mi dice che se voglio, posso tornare giù a sparare alla gente giusta, stavolta.
«Beh,» gli dico io «non dovete essere messi bene da quelle parti, se volete me».
Ha stretto le spalle e mi ha detto che è meglio se non le dico ‘ste cose, se non voglio finire appeso con la lingua tutta fuori, questa volta sul serio.
«Benedetto sia il socialismo,» ho urlato facendo il saluto militare e battendo i talloni nudi sul pavimento disgustoso «e il Compagno Segretario». Sembra che ci abbia creduto sul serio.
Alla fine, arriva il tirapiedi dello Sceriffo e mi apre la porta. Non mi sembra molto contento. Io seguo il bellimbusto fino all’uscita. Mi aggiusto la camicia che è ormai diventata una cosa sola con la mia pelle, prima di tornare nella società.
Mentre esco, vedo lo sceriffo seduto con i piedi sul tavolo nel suo ufficio. Qualcuno ha dipinto sul muro sopra di lui: “NOI ABBIAMO LE MANI PULITE; CHI PUÒ DIRE ALTRETTANTO?”. Appena mi vede, scaracchia e sputa a terra. Io gli faccio ciao ciao con la mano ed esco dalla porta.
L’ho detto che sono fortunato.
Ah, perché questa giornata finisce?
Vorrei che durasse tutto l’anno!


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