Le edizioni La Vita Felice hanno dato alle stampe Indagini di un cane di Franz Kafka. La traduzione del libretto è di Ginevra Quadrio Curzio, l’introduzione è curata invece dal direttore di Samizdat Niccolò Vittorio Pasetti, che invita in irreprensibile stile kafkiano il lettore al rischio di prendere le pulci e «soffrire un po’ il prurito» per seguire da vicino il fiuto del genio boemo, intuendo opportunamente che dietro l’occasione grottesca della cinologia letteraria c’è nemmeno troppo celata un’epistemologia che «passa per il digiuno».
Come spesso accade, le opere cosiddette “minori” dei grandi autori sono in verità minime, nel senso esatto di “essenziali”, e questa di Kafka del 1922 non fa eccezione alla regola.
Protagonista e investigatore della narrazione è un cane, e chi scrive ha le lenti molate dalla troppa filosofia per non ravvisare o almeno ipotizzare che in qualche misura il personaggio sia stato ispirato dal κύων fondatore della scuola cinica, cioè Diogene di Sinope.
Le affinità esistenziali tra il filosofo greco e il cane investigatore della realtà, seppur mai dichiarate in maniera esplicita, sono a un paio d’occhi deformati dalla miopia della specializzazione una premessa implicita e segreta, come sono davvero somiglianti le lucide e affamate capacità analitiche che contraddistinguono l’intenzione di messa in questione della scienza attraverso una ricerca fondata sulla stessa modalità della conoscenza.
Il cane della storia è provvisto per istinto di un solo e misero «possesso», e cioè quello della libertà, prodotta da «un’indipendenza troppo precoce» e «nemica dell’apprendimento sistematico». Questa alchimia è favorevole all’esercizio del pensiero quanto avversa alla conduzione di una vita felice e contenta come quella che si trova, senza sorpresa, alla fine di una fiaba, e difatti la vita del cane non risulterà degna di stima ai più, per quanto sia virtuosa nel senso propriamente aristocratico del termine.
Il concentrato resoconto delle indagini epistemologiche del randagio avviene in forma quasi confessionale e, più che un abbaio, pare di riconoscere, almeno in chi ha potuto osservare per qualche tempo un quattrozampe, un latrato a bassissima frequenza: un vero e proprio segnale biologico, che può essere interpretato anche attraverso l’etologia e dunque consente di considerare l’intero testo come un avvertimento al lettore, sempre che quest’ultimo senta prima per istinto di riceverlo e possa così provare a tentare una sua decifrazione.
Questa pelosa premessa per dimostrare di aver preso sul serio l’augurio a farci venire il prurito del Pasetti. E infatti il focolaio metaforico di pulci nelle orecchie che spinge le dita a battere sulle lettere è l’indizio preciso dell’aver lasciato penetrare il latrato «mostruoso» dai timpani al «midollo», e dovrebbe essere più che sufficiente per azzardare una lettura minimale dell’opera di Kafka; lettura che si colloca, in ragione di libertà e indipendenza e per propria necessità, sul bordo della «piccola crepa» aperta tra la musica appesa al cielo e la scienza della terra radicata nel sottosuolo. Perché è in quella «zona di confine» che per chi legge, come per chi scrive, c’è il sospetto che si trovi la domanda «incomprensibile» e indispensabile per dare senso a qualsiasi tentativo di conoscere le «ultimissime cose».


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