Taccuino dei paesaggi ultimi

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Taccuino dei paesaggi ultimi

I.

Quel pezzo di città che doveva
essere un parco è solo ghiaia e calcinacci.
Sul muro erano tatuate
una troia senza braccia e una bestemmia.
Dietro si sfasciano le vene e si cacano addosso.
Il pomeriggio è solo il parcheggio
dei morti che vivono qui.
Gli zingari sono stupidi.
Le loro case sono brutte d’immondizia e
muri rosa, di macchine carnivore,
di santi e panni, rubinetti d’oro
nei palazzi mozzati dove sotto
manichini bucati annaspano ridendo nella merda.
Dentro la piscina chiazzata d’olio
i bambini dormono come fiori.
Nel quadrato che dovrebbe essere
un cortile ci sono minacce e indicazioni,
un’altra bimba siede a terra,
morta, con l’occhio bianco
chiuso ermeticamente.
O dorme. La polizia non lo sa.
Sono dei coglioni gli sbirri.
E i vecchi li maledicono
sotto la statua della Madonna.
Non credo abbiano mai lavorato
e i nipoti si prendono a pugni.
Oppure prendono a calci chi non parla come loro. L’aria
freme di gemiti e d’altre bestemmie,
si sente il sugo pulsare
ed io sono un fallito.
Volevo fare un monumento, un poema,
un romanzo, canzoni. Figuriamoci.
Ancora non scendo dall’autobus.

II.

La sera che ci sorprese per spegnerci
la buttò contro un pezzo di carne calda
di vodka e colpi in faccia,
di pompini dietro i portabagagli,
pagato e preso all’inguine dagli sgorbi.
C’era un concerto di cilindri, jazz ulcerati
e lui, eretto, nell’arena di quelli che fanno:
pelle di negra, occhi-megalopoli,
la forza bulimica, estesa alla vedovanza.
La cocaina impiagava le membrane.
Onorare il cazzo fottendo: sola regola.

Tutto sbagliato: pistole bene in vista,
scatti automatici contro di noi
tra vagoni di treni orfani
tra i ratti delle strade e delle fogne
scoppiate per il terremoto.
Per un equivoco, per quattro spicci
cade un po’ di sangue. Ma la scia è lavata.
Il piombo è tra le gambe e le giunture.
Implode in fuga zoppa
poi cade nella roccia abbandonata.

Fiore immediato, t’apri per morire
nell’urlo che disperde
i semi del tuo ventre.

III.

Era l’alba e m’ero nascosto dietro il Colosseo
dopo la notte in cui la polizia
caricò le barricate.
Si raccontava la cronaca di
manganelli sui corpi inginocchiati.
Una pioggia, poi l’onda.
Vetro rotto fioriva sotto i miei piedi.
Avevo perso tutto.
Cercavo i miei compagni con un fischio
che era il nostro segnale convenuto.
L’inabissava il silenzio delle case addormentate,
delle ringhiere in pericolo,
delle foglie di lattuga annerite
sull’asfalto che tiene il caldo del giorno coi filtri e la cenere.
Soldati neri coi caschi cercavano.
Avevo sangue qui e qui: sentivano.
Quei soldati sapevano il sapore
dell’amico diventato poltiglia,
azzoppato, spezzate le sue vertebre.

Strisciò dietro come verme quanto che fu.
Mancava la casa sul mare,
l’albero maestro e la vela bianca,
tovaglia del pranzo.
Era il bacio d’acqua che disseta dopo anni di terra,
il bacio di panna limone olive
di qualcuno che mi ha voluto bene
e non è più.
Non più di un verme bianco che si torce.

IV.

Perché?

Una crosticina.

Cicatrice.

Naima. La camera è aperta o chiusa?

Io mi svegliavo ma non m’alzavo
e poi
ero stordito dall’odore della varechina
e
dalla pioggia che cadeva
sulla varechina.
Ti sentivo far pipì. M’hai svegliato.
Tira l’acqua, per piacere:
devo vomitare.

Corri.

Corri.

Corri, è meglio.

Cara,
domani pulisco.
Lasciami dormire. Il rumore della
tua pipì m’ha svegliato.
Abbiamo perso le elezioni. Non
le abbiamo mai vinte in realtà.
Tu non mi ascolti.
Ora è notte e ieri ho esagerato.
Va bene
va bene
ho capito.
Ma che senso ha
tirar fuori quella storia?
L’imponderabile è un attimo.
Per quanto tempo ancora
dobbiamo parlare di quella cosa?
Io ti ascolto.
Anche troppo.
Perciò non accusarmi.

Il nostro vicino ha sparato ad un cane.
Anzi, lo ha preso a calci.
Lo so, è un mostro.
L’ho visto mangiare
al ristorante indiano
e insultare
i camerieri.
Ha perso i genitori da poco
in un incidente.
Frequenta alcune puttane.
Ma è così simpatico.

(Devi parlare con tua madre.
Abbiamo abortito in tre.
Anch’io sento una spilla.
Anch’io sento.
Anch’io il guscetto rotto.
E svuotato.
Anch’io sento una cosa che manca.
Un.
Non sei sola.
Sotto i neon eravamo in due.
Tre.
Due.
Nella carne in divenire.
Anche io sento una spilla qui,
che buca la carne.
Qui.)

Sai,
mi piacciono le tagliatelle al ragù.
Come le fai tu.
So che c’è un ingrediente segreto.
Qual è l’ingrediente segreto? Giusto.
Un segreto.
Mi piace il vino bianco. Il rosso meno.
Mi piacciono le carote.
Mi piace la sachertorte.
Tuo padre odia i migranti.
Li chiama tutti indistintamente NEGRI.
Non gliene frega un cazzo
di quelli morti in mare.
Mi piacciono le giornate dal cielo
latteo,
le scarpe che porti
d’estate,
quelle che io porto
d’inverno,
il cappotto lungo
lungo,
i treni,
la stazione, il gelato alla fragola,
mi piace il grigio, mi
piace quando leghi i tuoi capelli che
hanno il colore delle foglie d’autunno, mi
piacciono le tue mani,
il tuo culo,
i tuoi capezzoli come
frutti di primavera
nei vicoli del mare,
la mia carne che brucia.
Mi piace l’autunno (il colore delle
sue foglie e dei tuoi occhietti),
il suo tramonto.

E ti chiedo già scusa,
Naima,
ma mi piace il ricordo del tuo sangue
che usciva dal naso
e gocciolava lento
a terra
preso da gravità.
Una piccola pozza.
Un mostro.
Avevi gli occhietti sgranati.
Oh, color del caffè
e delle foglie dell’autunno.
Eri a bocca
aperta,
stupita della cosa
e di quel volto ch’era terreo e disumano.
Chissà
magari ero drogato.
Un pugno in faccia è un attimo.
Quel viso che prese ritmo e forma
dai vicoli del mare.
Quel viso aperto e devastato da
un meteorite d’unghia e nocca.
Io lo so,
non mi sarei fermato,
t’avrei massacrata a pugni sul cranio
se non mi avessi tirato in faccia
l’acqua che bolliva sulla fiammella
blu in cucina.
Sì.
Ho un piccolo sfregio.
Ci siamo squarciati per entrarci dentro.

Non ti ho mai tradita. MAI.

Dicevo,
Naima,
anima
e amica,
amo il colore che era
di quella piccola pozza di sangue
tra due linee che
segnavano il confine
polveroso di due mattonelline.
Del rosso scurissimo
tutt’acceso dal sole
di maggio.
Dei pomeriggi di maggio
coi capelli bagnati,
dei pomeriggi talmente rossi e perfetti
che poteva pure finire il mondo.
Fuori
sentivi due marmocchi
giocare e prendersi a parolacce,
picchiare un vecchio gatto
cieco.
Quella pozzetta che pareva nera,
che pareva petrolio.
La forma stramba del tuo naso in quel
momento.
E buffa.
Buffa opera mia.
Scappavi.
Era ovvio.
Non urlavi e non piangevi. Non
lo fai mai. Era bella la tua schiena
che s’allontanava e che spariva
dietro la porta di quella camera
da cui non sei più uscita.
È chiusa.
Era tutto unico.
Era tutto così bello. Tutto è
bello nel ricordo. Quel ricordo
è una strada luminosa. Eccomi
al tuo fianco, nel letto.
Ti leggo una cosa così
t’addormenti. E ti scordi
i fallimenti. Dobbiamo comprare
un nuovo televisore.
Ah ma già dormi!

Naima dorme.

Menomale.

V.

Eri appesa come un quarto di bue
al gancio, scardinate le tue costole:
per le immani zanne di cani putridi
mammelle muscoli budella rosse nel vassoio.

VI.

Ritenendo d’aver chiuso la pratica
ci siamo detti a presto.
Sono rimasto solo. Passeggiavo nel parco
e tra l’erba seccata
ho visto il corpo della gazza nel grumo di sangue rappreso.
Zampe spalancate, sconce come fossero le gambe.
Era aperta; le ali aperte, il becco, gli occhi-acqua-e-buio
e le ossa accoglievano luce che declina
come le navate della chiesetta
dove ho fatto la prima comunione.
Piume e carne secca su quelle ossa come spiedi.

Non ci siamo rivisti.
Ci ripenso. Chiedevano come mi sentissi.
(Macchina rotta nel giardino nuovo)

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