«Mi scusi… Scusi… Io ho bisogno… Per favore.»
Farfuglio, sono due settimane che non mangio quasi niente. Non sono voluto entrare nel Nuovo Ordine, e ho perso. O forse ero già perdente dall’inizio, da quando nel mio continente tutto è crollato. Da quando io, e tutti quelli nella mia condizione, siamo diventati, ufficialmente e formalmente, inutili.
Vengo da un luogo annientato e in stato di crisi permanente, ma c’è stato un tempo in cui semplicemente ho sperato.
«Che cosa vuoi?»
L’umanoide davanti a me, dopo avermi ignorato per trenta secondi, ha alzato la testa. È un Atlas di ultima generazione, la sua espressione è perfetta, ha la patina precisa dello schifo impressa sul volto.
«Non serve che ti agghindi, a voi inutili vi riconosciamo dalla puzza di morto.
Lo guardo negli occhi, cercando di contenermi. In realtà non capisco bene le sue parole, il vetro che ci separa rende più difficile la comunicazione. Ma il senso di ciò che dice, quello mi viene sbattuto in faccia, come ogni giorno. Sento salire il brivido dell’ira, e dell’inverno.
La temperatura è ormai scesa a -30°, negli ambienti chiusi non sale sopra i -5°, il gas è quasi finito, l’elettricità va e viene. Il gelo ha già mietuto diecimila morti dall’inizio di novembre.
La guerra rende poi le condizioni ancora più estreme, e noi siamo gli ultimi degli ultimi. Lo si legge dappertutto, su qualsiasi mezzo di informazione: io, “noi”, siamo quelli che minano il sistema dall’interno. Siamo il nemico.
A differenza di tanti altri deportati sulla Grande Isola del Nord o fuggiti per tempo verso il Nuovo Mondo, io mi trovo ancora sulla terraferma. Sopravvivo, nonostante anche comprare del pane possa diventare pericoloso, così come riempire una bacinella d’acqua pulita o procurarsi una coperta per il freddo. Tutto passa attraverso “procedure minime di accesso”, così le chiamano, che nella pratica sono attese, respingimenti silenziosi.
Questa settimana l’ufficio per il reclutamento della mia zona ha già registrato mille ingressi, di cui circa tre quarti sono stati respinti all’entrata perché ritenuti sospetti o inaffidabili. Tornassi indietro non sarei venuto qui, dieci anni fa. La verità è che sono stanco. Stanco da morire.
Sono riuscito a rimediare un buon vestito, a sistemarmi i capelli e a camuffare un po’ il fetore che emano da quando la mia casa è il sistema di tubature sotterranee che trasportano acqua calda al Blocco, il quartiere governativo. Laggiù corrono gallerie di servizio, cunicoli di scolo, vecchie condotte del teleriscaldamento. L’aria è umida, satura di ruggine e muffa, e l’acqua che gocciola dalle giunture, anche se non è potabile, serve almeno a lavarsi, a pulire ferite, a illudersi di non essere del tutto animali. Noi inutili ci muoviamo in silenzio, perché il rumore attira controlli. E parlare troppo significa ricordarsi chi si era prima.
«Voglio andare al fronte.»
Mentre parlo, esercito una leggera pressione tra il dito indice e il pollice della mano destra. Il dispositivo funziona perfettamente: subito avverto un dolore lancinante tra la fronte e l’attaccatura dei capelli.
L’Atlas, un signore dai lineamenti fini e mediorientali, con folti capelli brizzolati tirati all’indietro, un paio di occhiali dalla montatura ambrata e una camicia nera abbottonata fino al collo, mi scruta con disprezzo ancora una volta. Decodifica. Non solo il linguaggio e l’ambiente in cui si trova, ma anche le intenzioni di massima del suo interlocutore. Le legge. E le giudica.
«Che sai fare?»
«Posso… curare i feriti.»
«Non ci serve.»
«Ok, ok. Aspetti.»
«Vattene.»
Alzo le mani come a scusarmi o a respingere l’idea che sia già finita.
Il funzionario insiste, ha il tono irremovibile dei robot. La sua è una precisa impostazione tecnica, un calcolo pensato per eliminare ogni bagliore di pietà. Nessun rischio, siamo in guerra. Di nuovo sento pungere il lobo frontale.
«Non abbiamo bisogno di medici, né di logistica o intelligence. Soldato!»
«Posso uccidere.»
«…»
Fissa il suo sguardo carico d’odio su di me, e intanto fa cenno al soldato di guardia che è tutto a posto.
«Il tuo nome.»
Lo pronuncio per esteso e lentamente. Adesso ci sono, ho sotto controllo il battito cardiaco. Lui effettua lo screening totale, la solita profilazione imposta agli inutili per capirne affidabilità, resistenza, grado filantropico; per registrare le tracce, anche minime, di quella debolezza che caratterizza le culture inferiori.
Applica la legge del nuovo Ordine. E la legge è semplice: conta solo la forza, il debole è un male da estinguere, l’essere umano non ha alcuna dignità.
Scansiona le ultime informazioni. Per la terza volta avverto quella fitta pungente, all’altezza della fronte. Ho la nausea. Poi prende un timbro digitale – una grande E storta, leggermente inclinata all’indietro – e lo proietta su un cedolino azzurrognolo che mi consegna passandolo sotto il vetro.
«Bene. L’inutile è idoneo. Campo 2-0-2-6.»
Un militare Atlas mi preleva per un braccio trascinandomi verso l’uscita, mi spinge verso un blindato.
Fuori dal possente palazzo amministrativo do un’ultima, rapida, occhiata alla città: edifici anneriti dalla fuliggine, torri residenziali svuotate come carcasse cave. I piani alti sono ormai inaccessibili: ascensori fermi, scale collassate, vetri esplosi per lo shock termico. La mia città, un tempo dinamica e piena di vita, sembra respirare a fatica.
Sopra la camionetta siamo circa una quindicina, ammassati in terra e seduti su panche laterali, uomini e donne; trenta occhi persi nel vuoto, i corpi macilenti, le facce sgualcite da una sorta di invecchiamento precoce.
Mi siedo sulla panca di sinistra in mezzo a due ragazzi, avranno sì e no trent’anni. Sono vestiti con indumenti militari rattoppati da qualche pezza colorata e anfibi neri consumati all’osso, il che dà loro un’aria stramba e – secondo una retorica ormai superata – vagamente sovversiva.
Durante il viaggio, dall’unico finestrino difeso da una rete di protezione, vedo scorrere a quadretti un paesaggio immobile: sono anni che l’inverno qui dura sette-otto mesi, non esistono più cereali, viti, ulivi, né qualsiasi altra pianta da frutto. Il suolo è degradato, domina una tundra desertica interrotta da rari alberi deformati dal gelo e rocce ricoperte di muschi. Si sopravvive con le poche colture di cavolo, broccolo, cavolfiore, e il cibo sintetico sopperisce al crollo irreversibile della produzione.
In ogni caso, quel poco che c’è è rigidamente sorvegliato e indirizzato al Blocco.
Siamo già fuori, sento il furgone sobbalzare sui dossi di una strada di campagna, mentre indice e pollice si toccano di tanto in tanto causando le solite punture e quello strano senso di apatica onnipotenza.
Una volta, quando esistevano ancora le scuole, ho studiato che esiste una zona precisa del cervello, di cui non ricordo il nome, che ci impedisce di ignorare il dolore degli altri. È quasi impossibile disattivarla del tutto. Ecco, nell’epoca degli umanoidi più avanzati, l’unica speranza per quelli come me è inviare segnali contraffatti, falsificare il battito cardiaco, comunicare all’Atlas dati credibili ma distorti.
Ho seduta di fronte una ragazza giovane che conosco bene, si chiama Amina, vive nella mia zona. Ha un pesante cappotto nero strappato in più punti; anche le scarpe logore sono quelle dei bassifondi. Anni fa – prima che arrivassero le truppe di occupazione e che il Blocco prendesse il potere – stava per salvarsi emigrando con una delle ultime navi, voleva studiare Biologia all’università nel Nuovo Mondo. Poi è arrivata la chiusura delle frontiere, una cortina di filo spinato e il blocco definitivo dei convogli. Da allora il futuro è rimasto lì, a un braccio di mare. È così strano avere la libertà a un passo, e non poterla afferrare.
Sollevo timidamente una mano per salutarla, lei sembra non ricambiare, poi alza leggermente l’indice lasciando immutati i lineamenti del viso, imperturbabile o quasi a ogni stimolo esterno.
All’angolo del furgone è seduto un signore distinto e ben vestito, un inutile di una certa età, che non ho mai visto. Indossa un giaccone di lana scura, pulito, forse troppo per questo posto, e stringe una valigetta rigida sulle ginocchia, come se dentro ci fosse ancora qualcosa da salvare.
Ha paura e si vede. Non urla, non piange. Dondola lentamente avanti e indietro, con un movimento regolare, quasi infantile, come se stesse cercando un ritmo capace di tenerlo insieme. Le turbolenze del mondo sono troppo per lui. Le sue labbra si muovono senza suono. Forse conta, forse prega. Qualcuno è tentato di calmarlo, ma tutti restano fermi e zitti al loro posto.
In pochi istanti il soldato umanoide alla guida registra l’anomalia e avvia la procedura prevista: arresta il furgone, apre il portellone e sale su.
«Alzati» dice, e senza attendere risposta lo prende violentemente per un braccio.
Nessuno muove un dito, perché reagire allunga le cose che devono accadere. Tutti spingono l’indice sul pollice, reprimendo i mutamenti del viso, mentre l’uomo, con la sua valigetta, viene trascinato fuori e buttato nella neve.
Quando vedo chiudersi il blindato, persino il desiderio più cupo, il motivo per cui alcuni di noi sono qui, stretti nelle giubbe della propria rabbia, si fa insignificante di fronte al nulla che siamo diventati.
Accanto a me, sul volto vuoto e inanime di Amina, osservo una lacrima scenderle lungo le guance. Poi, una leggera pressione, e il pianto, già represso, si blocca.
Il Campo 2-0-2-6 è l’avamposto del fronte, una distesa di strutture modulari piantate nella neve e collegate da passerelle metalliche che vibrano sotto il vento. Tutto è grigio, funzionale, temporaneo. Come se anche il regime sapesse che lì non vale la pena costruire nulla che duri.
Poco distanti dai nuovi stabili restano vecchissime strutture fatiscenti, pensiline crollate, cartelli corrosi. Su alcuni si leggono ancora parole sbiadite: “Europe”, “border”, punti esclamativi, frecce che non vanno più da nessuna parte. La frontiera si è capovolta come un guanto: la porta è diventata trincea, deposito di armi, nemico ignoto.
Dai moduli escono inutili arrivati da tutto il continente. Ci radunano in piccoli battaglioni, ci consegnano le armi senza istruzioni. Nessun discorso, nessuna retorica. Solo un controllo rapido delle intenzioni: luce verde, empatia soppressa, idoneità confermata. Destinati alla prima linea per opporre resistenza.
Mentre camminiamo verso un luogo imprecisato siamo controllati a vista, ma il vento da Nord soffia fortissimo e rende distorte le letture degli Atlas. Forse anche loro lo sanno, ma non sono più tenuti ad agire. Io e Amina procediamo l’uno accanto all’altra.
«Dove stiamo andando, Prof?»
«Non lo so. Dobbiamo sparare e difendere il territorio.»
«Ma quale territorio?»
Accenna a un sorriso che racchiude quello che sappiamo entrambi.
«Questa terra non ha più senso. Sai almeno chi dobbiamo uccidere?»
«Non lo so… probabilmente altri inutili come noi.»
Amina guarda l’orizzonte in cerca di un nemico. Non ha più lo sguardo assente del viaggio, né il mutismo gelido dei sotterranei. È il primo vero momento di libertà dopo tanto tempo.
«Forse è meglio se smettiamo di parlare, o perderemo la concentrazione.»
«Buona fortuna.»
A pochi passi da me intravedo anche i due ragazzi con il cappotto cachi tappezzato di colore. Non hanno le facce allungate come tanti, sembrano pronti a tutto. Sono tra i pochi che marciano con disciplina, ed è una scena quasi grottesca. Amina li osserva incuriosita, poi abbassa gli occhi, pensierosa.
«Lo sai, Prof? Succederà qualcosa, me lo sento. Li vedo già, gli inutili nemici, a unirsi a noi… Secondo me ci ascoltano. Magari non tutti. Alcuni. O anche uno soltanto…»
Vorrei dirle che non ci credo, che se il mondo ha stabilito che l’empatia è una colpa, allora la colpa va espiata, non per obbedienza, ma per arrivare in fondo all’assurdo e guardarlo in faccia. Vorrei dirle che siamo in trappola. Ma poi annuisco, senza aggiungere niente.
Passano pochi minuti, e nella radura innevata i proiettili cominciano a falciare i battaglioni. Cadono in tanti, uno dei ragazzi con gli anfibi si accascia, l’altro resta in piedi e prosegue.
Tremo. Vorrei smettere, però non riesco. Stringo la mano a pugno, ma il dispositivo non genera più alcuna inibizione: il meccanismo è saltato, forse a causa delle variazioni magnetiche generate dall’artiglieria pesante.
Molti inutili più avanti continuano a marciare, compatti, indifferenti ai corpi che crollano, alle sagome sfumate all’orizzonte. Attorno a me invece il movimento si sporca. Le traiettorie si spezzano, i tempi si allungano.
Tento un’avanzata goffa, inconcludente. Incespico sui cadaveri e non so ignorare i loro volti. Un soldato resta accovacciato più del necessario, un altro copre un ferito senza sapere perché. Accade e basta.
Ed è allora che la vedo, come si notano le cose innaturali. Distesa, fuori asse rispetto all’avanzata, immobile in un mondo immobile, Amina è a terra, ha un po’ di neve sulle labbra socchiuse e intorno il bianco si fa cremisi.
Le prendo la testa e la aiuto ad andarsene, mentre i proiettili sopra di noi disegnano città invisibili.


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