Stregati

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Stregati, Premio Strega e letteratura italiana

“Nella parte del mondo in cui sono nato
Quasi tutti i romanzi hanno un protagonista che somiglia all’autore
E non credo sia un caso”

[I Cani, Nella parte di mondo in cui sono nato]

Il conte di Montecristo è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e le letterature.”

[U. Eco, Sugli specchi e altri saggi]

Un collega mi dice che la letteratura italiana è ombelicale. Dice queste cose perché pensa a Michele Mari, Walter Siti, Alessandro Bertante e non so chi altri. Non ho idea di cosa legga o cosa non legga. Dice che alla letteratura italiana piace pastrocciarsi il pipino che non funziona più tanto bene. Forse sono d’accordo. Nella sua testa la letteratura italiana è un uomo. La letteratura italiana, pensa, ha il doppio mento, ma non lo dice, perché anche lui ha il doppio mento.  

Ci sono anche gli altri, con la barba rasata e trasandata, le scarpe sportive. Vecchi ancora prima di essere bolsi. Anche loro forse sono dei colleghi, ma parlano delle tendenze, come al cinema, dove c’è il body horror, Titane ha vinto a Cannes e Lanthimos fa film spendaccioni e noiosi. Che bravo Cristopher Nolan (che merda Christopher Nolan). È il mondo dei “giovani”, dei “queer”,  etichette con cui accumulano capitale sociale, loro, e che gli altri convertono a pretesto di insulti gratuiti. La bolla “intellettuale” parla di weird o di thriller post-sci-fi e altre fregnacce utili solo ai librai per capire in che scaffale ficcare le quintalate di pagine che gli arrivano ogni giorno.

La letteratura italiana è un calderone. È vero che a trovare nel marasma le cose belle si fa fatica, ma non vuol dire che non esistono. Negli ultimi mesi ho letto dei libri belli. Settanta acrilico trenta lanaLingua MadreMale a estSirene ma anche White people rape dogsIl levitatoreUltimo paralleloStoria di un’amicizia. Libri scritti negli ultimi trent’anni, da autrici e autori giovani e meno giovani, che sperimentano con la lingua e parlano di questo mondo che abitiamo con diffidenza.

In questi libri non c’è nessun pistolino, niente occhiali e niente psicanalisi. Non c’è goffaggine, non c’è rammarico. Non c’è maschilismo, ma anche se ci fosse non sarebbe rilevante perché è la forma che spezza le lance del potere, non la retorica annacquata. Ci sono storie di migrazioni, ideali e reali, c’è la lingua che è traduzione di lingue e di emozioni, ci sono ricerche stilistiche. Come in Fingerle, dove la lingua diventa espressione dell’abitare, che è esilio e perdita quanto costruzione di senso, la sua ricerca. Come in di Grado, dove il cinese è a un tempo spazio utopico e trappola moschicida. Come in Simionel, in cui, tra la Romania dell’infanzia e l’Italia dell’adolescenza, la soffocata voce narrante precipita nel dolore di un mondo vissuto a perpetua distanza.  E Laura Pugno non è da meno: un paesaggio distopico torce la lingua, la fa indurire, e il body horror non è esibizione di stile ma questione tecnica e tecnologica.

Tuena reinventa la tradizione per costruire un mondo in cui Eliot si rilancia in Shackleton e quello che ne esce è un diario allucinato che pare una riscrittura metafisica delle avventure dei conquistadores (siamo nei paraggi del grande cinema, Werner Herzog). Cavazzoni racconta della sua amicizia con Celati, ma lo fa con tale delicatezza da scrivere un libro commovente, un libro che ci rende Celati amico rievocandolo nella pasta immaginifica della scrittura, che al suo meglio assomiglia al ricordo. E così, anche se non l’abbiamo mai conosciuto, quando chiudiamo il libro piangiamo per il “mesto finale”, perché ha sofferto, come tutti noi, e poi è morto. Adrian Bravi riscrive L’uomo che dorme di Perec, dove la levitazione è lo spazio di una libertà indomita oppressa dal male, che è burocrazia, risentimento, allucinazione paranoica. Lo fa con una scrittura cristallina e divertente che attraversa ogni cosa e la rende diafana e leggera. Iannuzzi descrive senza entusiasmo e senza fascino l’infrangersi dei sogni in una periferia qualunque, Mestre o la tua città, in cui si abbracciano seduzione della ripetizione e delirio cosmico, apocalittico.

Il problema è che dello Strega, della letteratura, delle tendenze, non ci dovrebbe interessare nulla. La lingua obbedisce ad altri criteri, segue altre regole e l’editore e il mercato sono a suo servizio. 

A consigliare un buon libro è l’amico, che ci conosce, la contingenza del momento, un libraio particolarmente brillante, pure l’algoritmo perfezionato delle pubblicità su internet e anche, certo, la certezza del premio. (Che un premio aiuti il libro, poi, è tutto da vedere. Krasznahorkai è un grande scrittore, ha vinto il Nobel, e in Italia oggi non muove una copia, come prima di avere una fascetta gialla sui suoi libri ed essere nominato un grande scrittore da una piccola, piccola commissione).

Ma il consiglio non fa il buon libro, la qualità di un libro esce da sé. La teologia del libro è di necessità gnostica. Il buon libro si staglia nella notte dei trecento libri che quotidianamente diamo alle stampe, perché, come ha detto Bobi Bazlen, la misura della sua qualità è la trasformazione che effettua nel lettore. Un libro dai cento lettori sconvolti è migliore di un libro dai trecentomila tiepidi lettori, con buona pace del marketing travestito da propaganda culturale.

Degli autori che sono arrivati in sestina, non ho mai letto nulla. Forse lo farò, ma indipendentemente dai premi: cerimoniali del potere, assemblee di cretini militanti, pigri pretesti per un editoriale in un inserto culturale che non legge più nessuno. 

E non credo come gli editor di Einaudi che sia rilevante vedere Michele Mari nei treni diretti alle spiagge del sud Italia e non credo alle fanfaronate di Giorgio Agamben sul Mari ultimo baluardo tra le rovine della letteratura italiana.

I miei premi di Thomas Bernhard è la brillante testimonianza letteraria dell’inutilità della letteratura, di cui i premi certificano la cretinaggine. Se ne facciano una ragione giornalisti, editori, critici e umili adoratori della topaia che pigramente chiamiamo letteratura.

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