La materia leggera

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Lasciò che la tuta lo imbozzolasse dalla punta degli alluci alla gola. Era stato un acquisto motivato da un prepotente gusto estetico: non appena aveva visto il fitto ricamo di merletto sul modello femminile, Antinoo si era subito immaginato perduto tra i ghirigori di poliestere, che lasciavano liberi i suoi capezzoli morbidi e i segreti orifizi.

Quando gli elastici ebbero schioccato sulla sua pelle al profumo di zucchero filato, Antinoo incespicò con il gancio del reggiseno. Chinò per un attimo il mento sul fiocco che chiudeva l’incastro e si rallegrò, non senza timore, dei risultati della dieta che portava avanti senza consulto da ormai un anno. Poggiò le mani sui fianchi. Oscillò da un lato e dall’altro, come aveva visto fare nelle partiche ginniche per il rilassamento guidato. Fausto era in ritardo. Aveva sbagliato strada e gli mandava di continuo messaggi per sincerarsi dell’indirizzo.

Antinoo abbassò gli occhi sulle scarpe di velluto che lo attendevano. Calzarle e scendere, inciampare forse; recuperare l’uomo e portarlo a casa, farsi portare, anche. Le cuciture di bassa qualità sfregavano contro i talloni. E da questo sogno repentino cadde nel presente della camera da letto: allungò un piede verso il vertiginoso tacco, scivolò nella suola morbida e nuova, e si allungò in un gemito sommesso.

Per questo, con un guizzo di gioia infantile, arraffò la gonnella da studentessa e la calzò. Poi, in preda a un istinto che lui stesso definiva «tristemente semplice», scattò foto ai décolleté, foto a mezzo busto, e foto che ritraevano il fine tratteggio della divisa da ragazza. 

Qualche giorno prima, aveva mostrato delle immagini simili ai suoi colleghi. Il telefono era passato di mano in mano, capovolto in orizzontale, inclinato, allontanato dai nasi curiosi delle donne. Anche il signor M., il suo capoufficio, aveva voluto ammirare gli scatti. Con la fede che batteva contro la cover di plastica dura e l’indice che scorreva lungo lo schermo, aveva esclamato: «Te la posso dire una cosa? Non sei per niente male.»

Antinoo masticò un chewing gum. Per non fumare ed evitare la puzza, si diceva; e intanto ondeggiava verso la cucina e canticchiava il ritornello di una canzone coreana. Aveva fisso davanti agli occhi il videoclip consumato poche ore prima, la coreografia abbacinante di corpi e latex e le promesse di un futuro d’amore. 

«Sono proprio pazzo» rideva, quando suonò il campanello.

Fausto era del tutto insignificante. «Un uomo nella norma»; e bisogna dire che Antinoo aveva una certa prepotenza nel dividere il mondo in vecchi e giovani, sopra e sotto la soglia dei quarant’anni. Sebbene lui ne avesse da poco compiuti trenta, quella restava la soglia dell’età adulta, il passaggio alla mediocre maturità muliebre.

Alto quasi un metro e novanta, Fausto (gli occhi chiari, il naso adunco, la vacuità dello sguardo serale) somigliava a un gufo. Sul serio, Antinoo non pensò ad altro che alla linearità della sua conversazione e alle ascendenze ornitologiche del suo compagno a noleggio. Ebbe però cura di salutarlo in accappatoio, in modo da svelare con lentezza i dettagli e la cura della sua provocazione.

«Bello» disse Fausto.

Antinoo lasciò cadere la cintura di spugna.

«No, dai, mi piace.»

Sollevò la gonna per il bordo, la lasciò cadere subito dopo. E via con rapidità nella camera da letto, dove ancora si espandeva la nebulosa del dolce profumo. Dieci minuti esatti per fare tutto, dal primo bacio all’ultima prudenza; tra il pollice e l’indice lo schiocco del preservativo, un attimo dopo il gomito che si piega nello sbadiglio delle lenzuola. Certo qualcosa di notabile Fausto l’aveva sotto la scorza della sua pelle abbronzata: soffriva il solletico, sulla pancia che si addensava appena, e nei dintorni della sua banalità pubica. Ebbe, come spesso accadeva, un orgasmo di media durata e polluzione. Il letto cigolò per qualche secondo. Lo ebbe solo lui, l’orgasmo; e neanche si premurò di chiedere se c’era stato, per Antinoo, un minimo di piacere. “Tutto sommato”, pensò lui mentre Fausto si tirava su le mutande “Tutto sommato, non sono male.”

Si riunirono in cucina. Antinoo accese le luci. Fausto si soffiò il naso e usò lo stesso fazzoletto per asciugarsi la fronte. A un certo punto, drizzò il naso al lampadario.

«Hai sentito? Il palazzo trema.»

«Non è niente. Vuoi qualcosa da mangiare?»

«Pure stamattina c’è stato, il terremoto.»

«Non me ne sono accorto. Ho l’insalata di fagioli. Se vuoi cenare, dico.»

«No, grazie.»

Antinoo prese dal frigorifero una lattina di cola. Uno dei suoi gatti, una femmina a pelo lungo, balzò dal ripiano adiacente e atterrò tra le punte tremanti delle sue scarpe.

«I tuoi lo sapranno» disse Fausto.

«Cosa?»

«Che sei gay.»

«Sì, suppongo di sì.»

«Avanti, lo sanno.»

«Non è poi così importante.»

Mentre Fausto sorbiva l’ultimo sorso d’acqua sgasata, Antinoo annuiva. L’incapacità dell’uomo di sorprendersi lo costringeva a cercare di continuo la gatta che si era nascosta dietro la pattumiera.

«Lo vedi? C’è stato un terremoto.»

Quando Fausto gli mostrò il telefono, il riflesso del lampadario attraversò lo schermo e si spense nello sbadiglio che Antinoo non riuscì a trattenere dopo aver socchiuso gli occhi. Prese il telecomando. Accese la televisione che campeggiava al centro della parete.

«Vedi?» disse anche lui «Dopo fanno un bel film. Fanno Le cose che amo di te

Intanto, sopra il riquadro della programmazione, sfilavano immagini di esplosioni e nubi di fumo tra le macerie. Uomini e donne correvano in preda al panico, ciabattando con infradito ancora umide d’acqua di mare. I giornalisti parlavano di possibili eruzioni, condomini crollati e qualche decesso. Era incredibile come il bombastico ritmo delle canzoni coreane si adattasse bene a quel putiferio.  Antinoo continuava a sentirlo nella cavità delle sue orecchie. Più la tragedia si delineava in televisione, più quelle canzoni ne arricchivano il senso. Sarebbe stato bello finire sotto le pietre, abbracciati al proprio marito, ricordati nel futuro come gli amanti dell’ultimo giorno. 

In poco tempo, gli tornò alla mente il salvifico pop degli anni 2000. A lampi rossi e blu, come le ambulanze appostate ai lati della strada, il ricordo delle classifiche estive colorava l’incerata della tavola, l’opacità della bottiglia di plastica schiacciata lungo i bordi.

«Grazie.»

«Grazie a te.»

La porta dell’appartamento scattò alle spalle di Fausto. Antinoo cercò le sue sigarette alla menta. Il televisore annunciava:

«È possibile che lo sciame sismico continui nei prossimi giorni.»

Diede due colpi di tallone. Il lungo tacco s’inclinò un istante. 

«Ave Maria, dammi un giorno un uomo da amare» disse, e claudicò verso il ventilatore nell’angolo del salotto. 

«… è lo stress accumulato dalle faglie interessate…»

Accese la musica, che proruppe fuori dal suo cellulare, lontano dalle sue orecchie silenziose. Iniziò a oscillare i fianchi, a tenere a bada la stoffa che lo scopriva. La gonna si alzò in uno sbuffo di cotone. Benché non avesse vissuto il periodo delle dive addolorate a bordo piscina, delle bionde sciupate d’estate, danzando vedeva questi e altri fantasmi emergere dal pavimento della casa dei genitori. Non si accorse dello scatto improvviso del contatore. L’oscurità gli parve di un blu californiano. Al di là delle tende suonavano gli allarmi delle automobili e qualche grido di donna. 

Tornò la corrente, lui continuava a cantare: «Oh boy, neanche mi ha fatto godere!»

Una scossa del pavimento di graniglia lo fece inciampare. Il tacco sinistro si piegò, Antinoo strozzò l’ultima nota della canzone. Alzò gli occhi al lampadario che dondolava. Prese il telefono per chiamare sua madre. Fausto gli aveva scritto.

«Chissà quanto hai ballato, all’undicesimo piano.»

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