La decespugliazione di quel ramo di famiglia anche denominato “paterno”

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«Quando in una famiglia nasce uno scrittore,
quella famiglia è finita.»

[Czesław Miłosz, ripreso da Philip Roth,
ripreso a sua volta da Veronica Raimo.]

A quell’augurio che fece mio padre il giorno di Natale di qualche anno addietro (in conclusione di un discorso sulle tradizioni che «cambiano pur restando fedeli a sé stesse”, pronunziato a tutti noi seduti alla lunga ma stretta tavolata) seguì, negli anni seguenti, un letamaio di eventi che comportò la totale decespugliazione di quel ramo di famiglia anche denominato “paterno”.

Immediatamente dopo l’augurio era calato un silenzio che io, nella mia piccolezza,[1] avevo ignorato, concentrandomi invece sullo sferragliare delle posate, e che, anzi, avevo ascritto alla gran bontà delle cose cucinate da mia zia e mia madre – insomma, per farla semplice, pensavo che nessuno osasse parlare perché tanto era gustoso l’antipasto a base di salumi.[2]

Accadde, terminati gli antipasti e il primo, il solito: i miei cugini uscirono in balcone a fumare assieme a mio fratello, mio padre e suo fratello sprofondarono nel divano davanti alla televisione a guardare la messa del Papa,[3] mia madre e mia zia si diressero verso la cucina. Epperò i giovani in balcone non parlavano disinvolti, come abitualmente sapevano fare, sbracciandosi, ridendo sguaiati, sbarrando gli occhi – anzi: erano tutti rappresi in scialli di lana, a braccia conserte, occhi insospettiti; parevano scambiarsi accuse: «Sei stato tu?» «Chi? Io? Scherzi?». Mia zia e mia madre, in cucina, muovendosi sopra le portate poggiate sul tavolo, fermandosi ogni tanto a scambiarsi delle occhiate furbesche, come due pesti che ne avevano appena combinata una grossa, parlottavano e ridevano sotto i baffi. E invece, mio padre e suo fratello sedevano come due soldati appena scampati dal bombardamento di Dresda: non osavano scambiarsi un’occhiata manco per sogno, anzi mantenevano fisso lo sguardo sullo schermo al plasma per evitarsi; borbottavano qualcosa facendo un immane sforzo ad alzare il braccio e gesticolare – sorridevano angosciati.

Mia zia e mia madre, dalla cucina, chiamarono mio zio, che si alzò: a sostituirlo davanti al televisore, immediatamente, mia cugina. Si mise a sedere sprofondando anche lei vicina a mio padre, un po’ imbarazzata – e altrettanto imbarazzato era mio padre: come se quei due fossero degli sconosciuti appena conosciutisi a una festa.

«Zio, ma che cosa intendevi con quella frase?»

«Niente di che. Non era ovviamente riferita a te, ma a tuo cugino Francesco.»

«Come mai?»

«Eh… sai… I figli crescono, le mamme imbiancano… e si fa fatica a rimanere padri… Poi… lo sai, no? Io e Francesco non siamo mai andati così tanto d’accordo… E mettici Milano, no? La distanza tra qui e là… La differenza di cultura, perché, sì, Francesco è cresciuto qui ma le cose cambiano, eh… Figurarsi, poi, il fatto, no? Hai capito, immagino… Ma forse è soprattutto… la causa sono io… Io che invecchio e fatico a comprendervi, a voi, i giovani… Ma non puoi capire queste cose… Tranquilla, non dicevo a te, se ti può tranquillizzare.»

Ci rimettemmo a tavola. I miei cugini, compreso mio fratello, non parlavano più tra di loro, evitando gli sguardi gli uni degli altri, come se avessero discusso furiosamente, lì fuori, tra le sigarette; a portare avanti le conversazioni c’erano mia madre, insegnante di lettere, che disquisiva di letteratura con mia cugina, laureanda in lingue orientali; come anche mio zio che, teorico marxista, portava avanti tutta una sua filippica sulle problematiche di carattere morale causate non tanto dal cristianesimo quanto dalla chiesa cattolica – filippica alla quale, come al solito, nessuno prestava attenzione, non fosse che per me.

Durante quel secondo turno fu posto al centro della tavola, come da tradizione, contornato nel vassoio da tutta una pantomima di patate e salsa gravy raggrumata, il pollo. Mio zio fece gli onori di casa, e s’assunse l’onere (e l’onore – guadagnandoselo, casomai fosse riuscito) di disossare quel pollo scagnante; nell’operare, a mani impegnate, dopo cinque minuti che era preso da quel gioco, osservato in silenzio da tutti gli apprensivi astanti, alzò velocemente lo sguardo e con gli occhi chiamò suo fratello per farsi aiutare in quell’operazione delicatissima ch’è la rimozione del cuore e del fegato. Sventrarono la bestia, l’uno di fronte all’altro, con il trinciapollo, uno a un lato e uno all’altro del tavolo; e con la grazia propria dei chirurghi, posero i due organi ben cotti su di un piattino di metallo. Terminata la day surgery, mio padre[4], guardandosi le mani unte, si scusò e si diresse al bagno. Tenendole ben immesse nel lavandino basso, se le lavò più di una volta, strofinando bene. Feroce. Ripensò a quell’angosciosa situazione nella quale s’era ritrovato avviluppato quando mia cugina, sua nipote, s’era seduta di fianco a lui per chiedergli spiegazioni su quella frase. Le aveva detto che erano indirettamente rivolte a suo cugino, Francesco: le aveva mentito.

Quando aprì la porta per tornare al pranzo, trovò suo figlio Francesco, mio fratello, appoggiato alla parete, che lo stava aspettando.

«Che intendevi con quella frase, ba’?»

«Ma niente. Non era… mica riferita a te, eh. In questi giorni… quando sono venuto qui per preparare le cose per il pranzo… quando sono venuto a portare le patate, le zucchine, il sale, gli ingredienti, no? …poi per il pollo e quella salsina che tu e Stefano e Simone e Ilaria mi avete chiesto, la salsina – com’è che la chiamate? “grèvi”? Lo sai, lo sapete, come ho detto nel discorso: la tradizione si rinnova pur rimanendo fedele a sé stessa… Quindi la salsa “grèvi”, pur non capendola, l’abbiamo accettata e inserita durante la cottura del pollo. Gli ingredienti, poi… Ecco… Quando, ecco, sono venuto… Poi, lo sai, che io vengo qui quando ho un…»

«Ma che cazzo stai dicendo, ba’?»

«Ma no. La frase era riferita ai tuoi cugini. A Stefano, a Simone… Beh, sai… Il rapporto con la mamma, il logorio, l’aiuto in casa che manca, poi le scodelle, la caffettiera… Ma non era riferita a te. Non preoccuparti.» E tornò al tavolo, lasciandosi alle spalle mio fratello.

Seguì la spartizione del pollo, e qualcuno accennò, a guisa di scherno, mentre accoglieva, porgendo il piatto, l’agognato pezzo, a fare una preghiera per ringraziare il Signore per la cuccagna di pollame. A sua volta a mo’ di scherzo, mio zio rifilò allo iettatore un’occhiataccia: era mio fratello, che col suo celebre rotacismo, aveva fatto in modo di scandire bene la erre nel nome «Signore». Il silenzio, dopo.

Gli astanti se ne accorgevano, quando o mio zio o mia madre tacevano, del silenzio. E allora giù di sferragliare delle posate e acciottolare dei piatti e tintinnare dei bicchieri. Le scodelle al centro, fumanti. «Mi daresti un altro po’ di patate?», con i miei cugini che, neanche sforzandosi troppo a fingere, per spezzare il silenzio con un poco di pane, annuivano fintamente contenti chiedendo chi le avesse cucinate.

All’alzarsi del vassoio del rosicchiato pollo, con le donne che prendevano a portar via quelle scodelle, quei gingilli di decoro (tanto, oramai, il pranzo, almeno nelle sue portate portanti, era terminato), quei candelabri con le candele rosso sangue, e anche le posate – «Porto quelle da dolce!» aveva esclamato mia madre, cercando di strappare un lembo di conversazione da quel tiepido pubblico –, mio padre s’era alzato e, attaccatosi a mo’ di piovra al braccio di sua cognata, mia zia, l’aveva seguita insino alla cucina per sfuggire a ulteriori angosciose domande dei giovani.

«Mauro, ma perché?»

«Perché cosa?»

«Quella… frase. Sul tempo.»

«Era sbagliata?»

«No, no. Per carità. Ma lo sai… i gemelli s’offendono.»

«Era solo un augurio.»

«Ma per cosa?»

«Marì, è… mah… Dici che se la sono presa?»

«I gemelli sono venuti dritti da me, dopo. E mi hanno chiesto spiegazioni.»

«E tu che hai detto?»

«Che non sapevo nulla.»

«E non potevi dire loro la verità?»

«Ma quale verità?»

«Beh!» e quando stava per pronunziare qualche altra parola, ecco suo fratello, mio zio, assieme a mia madre, che irrompeva, interrompendo. Ma di là, le conversazioni convergevano: i gemelli miei cugini, assieme alla loro sorella Ilaria, come anche mio fratello (ch’erano tutti rimasti alla tavola non più imbandita come fra i denti i resti proteici e filamentosi di pollo) cominciavano a tessere varie fila di varie tele. La frase, il mistero non affatto simpatico, non buono, insomma, non piacevole: ognuno di loro portava ciò che mio padre aveva timidamente provato a scandire – un gomitolo che non riuscivano affatto a svolgere, un filo che non riuscivano a sdipanare: uno gnommero[5], ecco tutto. S’erano, prima, accusati tra di loro («Ma la frase era rivolta a te, Ilà» aveva sentenziato mio fratello, a cui, di tutta risposta, lei aveva sbuffato, inviperita: «Guarda che sei tu! Tu!»), poi, i cugini, subdolamente, avevano provato: «Ci parliamo noi, con lo zio. Col conte zio.» Al che, eccoli appropinquarsi alla cucina, con il mio signor padre lasciato a fare i piatti nel mentre che (guarda tu il caso!) mia madre, mio zio e mia zia erano usciti un attimo fuori, in giardino, coi cani.

«Zio, allora? Cos’era quella frase?»

«Ma no, nulla. Era…»

«Era?»

«Un augurio.»

«Non ci pareva tanto un augurio. Poi, detto alla fine di quel lungo e contorto discorso… Andiamo, zio! Cosa vuoi dire?»

Sulla tavolata, ora, la cuccuma, «perch’è tradizione», e poi ancora i dolci, la torta affettata, oppure sfilettata e sguarnita della panna per chi non ce la voleva perché vegano o perché bisognava, dopo quel pranzo, cominciare a risparmiare i «lipidi inutili»; ma anche un «Per me no», un «Io lungo», seguito dal «Deca» in fila indiana con un «Alla cicoria, grazie!» e il solito «Io classico. Come vuole la tradizione.»

Quel ramo paterno che si riuniva, ogni Natale, era la tradizione. E la tradizione era quel mondo che moriva davanti al veganismo, a Milano, alle sigarette «perché fumare fa male, me lo ha insegnato mio padre», agli orecchini sugli uomini, ai tatuaggi. Era mio padre. Così come suo fratello. Era l’uomo che vedeva spegnersi, lentamente, giorno dopo giorno, le forme che aveva conosciuto. (Allo stesso modo io, un giorno, non riconoscerò più i romanzi che leggerò, cominciando ad alienarmi e a nascondermi tra Tolstoj, Petrarca, Musil, Dumas, Manzoni – rifuggendo i nuovi Pasolini e Calvino.) Era l’uomo del secolo ventesimo quello che era arrivato a pronunziare la frase incriminata: l’uomo avvilito, l’uomo vittimista. L’uomo di un secolo vecchio, antiquo, che s’era ritrovato a vivere un tempo non suo. Perché a cambiare sono sempre gli altri, mai noi. Che rimaniamo granitici. Il mondo! il maledetto mondo! Lo gnommero! L’uomo non tanto incapace quanto non volenteroso di cambiare. Ci vuole coraggio.

I miei cugini salirono nelle loro camere, portandosi appresso mio fratello. Nessuno di loro scese più dalle scale.

Chi rimane di sotto sostiene che, ogni tanto, in cima delle scale, si possa vedere un viso comparire e sorridere. Ma nulla più. Nulla più. Per quanto mi è possibile, io non rimango mai fermo. Salgo e scendo, continuamente – anche se, talvolta, sono tentato dal rimanere di sopra. Liberarmi del peso di quelli che inneggiano alla “tradizione”. Ma ogni volta mi ritrovo a compatirli, i reazionari, perché non si ricordano di essere stati anche loro giovani. Non si ricordano mai che prima di loro c’è stata un’altra tradizione. Talvolta mi blocco per dei giorni nel mio studiolo, tra le carte, a leggere o a scrivere. Rileggo una frase del Machiavelli, dal Principe:

[…] la cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata da me con una lunga sperienza delle cose moderne, ed una continua lezione delle antiche.[6]


[1] Avevo circa nove anni o giù di lì.

[2] C’erano, a dire la verità, anche delle opzioni vegane la cui principale consumatrice era mia cugina Ilaria, famosa nella famiglia di mio padre per essere un’incagnita animalista.

[3] E pensare che quei due (ma soprattutto mio zio) sono dei marxisti, rampolli di una famiglia di teorici del comunismo!

[4] Non schizzinoso quanto me (che tra l’altro venivo, in quell’età, perculato col nome di ‘Zinoso, in onore di questa mia peculiarità) ma pur sempre coi prodromi di un disturbo psichico.

[5]   «Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo» (Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 12-3).

[6] N. Machiavelli, Il Principe, Treccani, Roma 2013, p. 69.

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