La madonnina di Lourdes

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Quando sostengo la tesi della mia personalissima disfatta, sono davanti a una decina di persone sedute in circolo che non mi danno ascolto. Dico loro che ho iniziato a bere diversi anni fa per le ragioni più disparate e che non riesco a smettere. Ma quelli mi danno consigli non richiesti. «Una soluzione c’è sempre» dicono tutti. Non ci credo. A questi incontri vengo di giorno in giorno più controvoglia. Mi è venuta una specie di orticaria che inizia una mezz’oretta prima di sedermi in circolo con loro. Però devo venirci per forza, altrimenti l’analista del gruppo lo riferirà al mio analista, che lo riferirà a sua volta al magistrato che ha emesso la mia sentenza, una donna paffutella. Adoro le donne in carne, mi ricordano la nonna che mi dava in continuazione da mangiare perché mi voleva rotonda come lei. «Le bambine troppo magre sono brutte da vedere» mi diceva sempre.

A dodici anni scoprii la predilezione per le donne in generale. Era agosto, faceva caldissimo. La finestra era spalancata. All’esterno i rumori dei clacson e delle ruote sull’asfalto. In casa ero completamente sola. Mio fratello aveva sotto al letto un paio di giornaletti. Ero curiosa e diedi una sbirciatina. Il nudo esplicito e le tette con i capezzoli dritti non mi davano vergogna, nessun disturbo. Volevo guardare ancora. Anzi, volevo osare con i corpi in movimento dalle videocassette che avevo scoperto nascoste lì, insieme alle riviste.

I movimenti brutali stridevano con la bellezza di certe forme. Mi piacevano di più le curve delle femmine che le spigolosità dei maschi. Spensi quando mi accorsi che si era fatto tardi e poteva tornare qualcuno da un momento all’altro, ma solo dopo aver rimesso la videocassetta precisamente al fotogramma da cui avevo iniziato a guardare, per non insospettire mio fratello.

Da quell’episodio agostano, che mi fece prudere ogni centimetro di carne, iniziai a fare più attenzione a ciò che preferivo. Non volevo etichettarmi, ma almeno avere una direzione. Il giorno successivo alla videocassetta chiesi a mia madre di tagliare i capelli più corti. Lei mi fece un caschetto decidendo la giusta misura dopo avermi poggiato una scodella in testa. Le dissi che li volevo ancora più corti. Nello sconcerto di tutti assecondò la mia richiesta, ma mi portò da una parrucchiera, perché lei non sapeva andare oltre il “caschetto a scodella”.

Ero felice di quel taglio mascolino fatto da una professionista, quello stesso taglio che impressionò mio padre a tal punto da indurlo a lasciare una cinquina rossa sulla faccia di mia madre.

Dopo lo schiaffo, lei si chiuse in camera da letto a piangere, accanto alla madonnina in plastica di Lourdes che aveva avuto in regalo da una vicina. Uscì solo dopo che lui le chiese scusa. «Questa bambina ci mette contro, te ne sei accorta?»

Le sue lunghe braccia la tenevano stretta e le cingevano i fianchi per costringerla sulla stessa mattonella in cui sostava lui, quasi a delimitarne gli spazi. Lei era roba sua, non poteva andare oltre. Era geloso di mia madre, era geloso di ogni cosa che andava al di fuori del “noi”, e anch’io ero fuori da quel “noi”, lo era mio fratello. Solo che mio fratello, a differenza mia, aveva trovato la chiave per non rovinare il loro equilibrio: il silenzio. Io invece ero l’elemento di disturbo, specie con quelle mie stranezze.

Forse nel momento dello schiaffo avevo sentito come un senso di colpa, ma durò solo un attimo. Le mie urgenze premevano da dentro.

Quando il giorno dopo tornai a scuola presi ad annotare su un quadernetto nuovo l’aspetto fisico delle mie compagne di classe. Le mani lunghe, le dita affusolate, le gambe robuste, il culo rotondo, gli occhi verdi, i capelli corti e quelli lunghi, i denti gialli, le labbra sottilissime, i nei sulle orecchie, le orecchie piccole, le mani tozze, le unghie corte mangiucchiate, abbozzi di tette, tette già grosse. A ognuna di loro davo un voto. Ma non ero soddisfatta, perché quando ci parlavo mi rendevo conto che ci fosse dell’altro. L’anatomia di un corpo non attenuava quella mia urgenza che viaggiava tra testa e inguine. Una voce lenta e delle parole giuste, messe assieme con determinazione, potevano valere anche due punti in più.

Una ragazzina aveva ottenuto il voto più alto. Paola era otto e mezzo. A differenza delle altre mie compagne che parlavano solo di capelli, jeans e ragazzi dietro cui sbavare, lei mi leggeva le poesie che scriveva il pomeriggio rinchiusa nella sua stanzetta. Aveva i ricci biondi e gli occhi azzurri. Ero quasi tentata di darle dieci, se non fosse stato per quello strano errore che faceva quando parlava, che mi disturbava parecchio. Non riusciva a pronunciare la “A” vicino alla “Q”. «Passami l’acqua» diventava «Passami l’acca». 

Paola finì nel dimenticatoio appena atterrata alle superiori. L’istituto tecnico che avevo scelto era frequentato da soli maschi e io ero a mio agio in mezzo a tutto quel testosterone, perché mi sentivo parte di loro. Mi feci subito un sacco di amici e uno in particolare, Mauro, diventò quello più stretto. Capelli lunghi, metallaro, amava ascoltare musica e faceva colazione, ricreazione e merenda con un joint. Anch’io avevo preso a fumare, e portavo il puzzo di canna fin dentro alle mutande.

Mio padre lo aveva capito ma non mi picchiava, piuttosto preferiva picchiare mia madre con la scusa che era tutta colpa sua se io ero venuta su così male. Lei si rifugiava ogni volta in camera, da quella sua madonnina di plastica, chiedendole qualcosa sottovoce.

Con Mauro passavamo i pomeriggi a scappare da una parte all’altra della città sul motorino, in due, senza casco. Un giorno, avevo da poco compiuto sedici anni, mi portò in una piazzetta per comprare qualche grammo di erba e vide in lontananza una ragazza dalle curve rotondissime. Ricordo che fece apprezzamenti sgrammaticati. La ragazza tirò dritto e io lo spintonai. «Coglione!» gli urlai, e lui guardandomi di sguincio mi disse: «Stai zitta, femmina!».

«Guarda che a me piacciono le femmine come a te, imbecille che non sei altro!»

Mi aspettavo che salisse in sella al suo motorino e mi lasciasse lì. Invece si mise a ridere.

«Secondo te io non lo sapevo?».

«E allora perché mi hai detto “zitta femmina”?» dissi aggrottando le sopracciglia.

«Perché, che cazzo sei? Una femmina, lesbica, con dei gusti del cazzo, ma sempre femmina!» e mi diede una pacca sulla spalla.

Mi resi conto solo in quel momento che una parte di me aveva preso forma. Sentirmi dire che ero lesbica mi aveva fatto bene. Così cominciammo a passare i nostri pomeriggi tra canne, apprezzamenti alle ragazze e qualche furtarello nei supermercati quando ci annoiavamo. Raramente studiavamo.

Mi diplomai a stento, e mio padre, sempre nella convinzione che la colpa doveva essere di mia madre, incalzava con la violenza. Oramai lei ne era assuefatta, non si ribellava, ma pregava la sua madonnina. Avrei voluto scappare via da tutta quella merda, ma non sapevo dove andare.

Fu Mauro che mi propose di vivere con lui in un monolocale ammobiliato e di studiare assieme il modo di guadagnare, giorno per giorno, i soldi per pagare la modestissima pigione. Accettai. 

Vivevamo di stenti, i nostri vicini pensavano fossimo una coppia male assortita, un ragazzo rude e una ragazza un po’ mascolina. Ci spostavamo per la città con il suo motorino sempre più scassato. Nei primissimi tempi mangiavamo addirittura gli scarti dei supermercati, però poi con qualche furtarello i soldi per le nostre cosette cominciammo a raccattarli.

Nel frattempo i giorni passavano e mia madre e mio padre non li sentivo più. Li incontrai per caso alle soglie dei miei diciannove anni, davanti alla questura. Mia madre aveva un occhio nero, mio padre le cingeva le spalle con un sorriso fiero. Loro scendevano le scale e io le salivo accanto a un poliziotto che mi chiedeva di entrare. Mia madre si fermò a guardarmi, mio padre la strattonò. Era impettito: io ero la figlia sbagliata e lui era onnipotente. In quel momento mi chiesi che fine avesse fatto la madonnina di mia madre, perché l’avesse abbandonata a sé stessa.

Uscii da quel posto qualche giorno dopo. Mi lasciarono andare perché ero incensurata, ma la fedina penale era ormai sporca. Un’altra cazzata e l’avrei pagata cara, mi disse l’avvocato che mi affidarono d’ufficio, ma fare piccoli furti era diventato l’unico modo per campare.

Poi si aggiunse la mostruosità dell’alcool, che mi permetteva di dimenticare chi fossi e dove mi trovassi. Mauro continuava con l’erba, io invece avevo smesso col fumo, ma ero ormai un’alcolizzata senza né arte né parte.

Conobbi Marlene, una ragazza di qualche anno più grande di me che batteva sulla tangenziale. La prima volta che la incontrai fu quando Mauro mi propose di andare a vedere la “piazza del sesso” in pieno pomeriggio, per farselo venire duro. E Marlene era una professionista, una che il mestiere lo conosceva bene.

A Mauro lei non piaceva tantissimo perché era più in carne delle altre. Invece a me piaceva proprio per quello. Così gli chiesi di portarmi a vederla altre volte, e lei si accorse che andavamo lì apposta. Ci fermavamo in sella al nostro motorino, Mauro accendeva un joint, io invece mi facevo una birra.

Un pomeriggio di quelli Marlene si avvicinò con una faccia tosta. «Cazzo guardate voi?». La sua voce mi vibrava dentro, come le corde di uno strumento che si muovono anche dopo che le dita della mano hanno smesso di toccarle.

Mauro si fece una ristata, continuando a fumare con la canna tenuta tra l’indice e il pollice, nascosta nel pugno semichiuso. Si girò e le disse: «Questa scema dice che tu sei lesbica!».

Marlene non si spostò di un millimetro. «Può essere» rispose. Non avevo capito se lo era davvero o ci stava solo provocando. Poi guardò me e mi disse con quel suo accento dell’est: «È problema?». Mi piaceva. Bionda, in carne e stronza.

Qualche settimana dopo le chiesi di vederci per una birra in un locale. Da lì ci spostammo a casa sua per parlare. Quando le dissi che veramente mi piacevano le donne, mi rispose: «Io e te siamo uguali. Ho capito subito».

In quel preciso momento la vidi sotto un’altra veste. Si era trasformata esattamente nella madonnina di mia madre, quella in plastica con il velo dipinto di azzurro. Era la mia madonna.

Le volevo mettere la lingua in bocca e le mani sui seni, ma non sapevo come fare, né se potevo farlo. Lei era l’esperta, io ero quella alle prime armi. Così aspettai che facesse il primo passo, io rimasi immobile. Si avvicinò e mi baciò, poi mi spogliò e mi mise le mani e le labbra ovunque. Non avevo mai provato una sensazione di leggerezza simile.

Le chiesi scusa per farmi perdonare di essere stata poco partecipe, perché avevo il timore che pensasse che non mi piacesse. Capì subito. «Prima volta con donna!» e la risata, che le venne fuori spontanea, mi diede un leggero fastidio. In quel momento sentii nella mia mano un prurito che non avevo mai avvertito prima. 

Poche settimane dopo mi chiese di andare a vivere con lei. E così mi dividevo tra casa sua e quella di Mauro, che non volevo lasciare completamente solo. I furti proseguivano, l’alcool era la parte più divertente delle giornate. Con Marlene facevamo l’amore sempre.

Sembrava andare tutto bene, finché Mauro mi propose un colpo più grosso insieme ad alcuni tipi che conosceva lui. Ne parlai con Marlene, lei non era d’accordo. Anzi mi invitò a cercare qualcosa di più serio da fare tutto il giorno e a frequentare di meno Mauro, che non era proprio l’amico ideale.

Le sganciai una cinquina sul viso, e il rumore emesso dalla carne mi tenne ferma per un po’. Mi ricordai del rumore che sentivo in casa mia ogni volta che mio padre picchiava mia madre, mi venne in mente di nuovo quella madonnina. Chissà cosa succedeva in quella casa. Se mio padre avesse saputo cos’ero diventata avrebbe goduto, lo stronzo. Ma la stronza ora ero io, proprio come lui. Chiesi scusa a Marlene e le dissi che non sarebbe accaduto mai più. I suoi occhi pieni di lacrime mi mossero a una certa compassione.

Settimane dopo Marlene mi avvertì che in un supermercato vicino a casa cercavano una ragazza come addetta alle vendite. Pensavo stesse scherzando.

«Ma posso fare la commessa secondo te? Con questo aspetto qui?». E quando mi propose di provarci, le risposi che faceva bene a tenere la bocca chiusa perché le sue parole avevano poco valore. Era solo una puttana, in fin dei conti, anche se vederla uscire tutti i pomeriggi, strizzata in quei vestitini che non lasciavano molto spazio all’immaginazione, non mi piaceva più.

Fu lì che lei mi fece notare che non avevamo altre entrate se non le sue, provenienti proprio da quello squallido mestiere. La riempii di botte. Non sapevo cos’altro fare. Non doveva rispondermi. La sua insolenza mi disturbava, anche se aveva ragione. Quando la vidi per terra che mi chiedeva scusa, mi ricordò mia madre e mi fermai. 

Ma lei mi ha denunciata comunque. Ecco perché mi sono ritrovata con una sentenza di lavori socialmente utili e questa terapia di gruppo per smettere di bere. Il fastidio che provo a parlare, seduta in circolo, con questi dieci elementi che dall’alto della loro arroganza pensano di sapere ogni cosa, mi crea l’orticaria. Vorrei sbatterli al muro uno a uno, ma accartoccio dentro di me il desiderio e la mia pelle emette un prurito che mi manda ai matti.

Prurito che il mio analista ha utilizzato per farmi avere uno sconto di pena e far ridurre il numero di sedute, da trenta a venticinque. 

Oggi sono alla venticinquesima seduta. Ci entro impettita. È l’ultima. Da domani non rivedrò più queste facce di merda, questi saccenti che credono di avere tutte le risposte in tasca. E farò buon viso a cattivo gioco. Ho promesso a Marlene che cercherò un lavoro, anche solo come magazziniera; che non ruberò più e che non rivedrò più Mauro. Le ho detto persino che l’avrei tolta dalla strada. 

Mi sto già pregustando il ritorno a casa. Lei che mi aspetta sul divano. Io che la bacio sulla bocca, la sua saliva tiepida sulla mia lingua. Un calore all’altezza del costato. Il mio coltello a serramanico che le entra nel fianco. Lei che mi si accascia tra le braccia chiedendomi perché.

Guardandola negli occhi le dirò che volevo capire cosa si prova a essere come la madonnina di mia madre, che non le rispondeva mai quando la pregava. Questa volta nessuno mi toglierà venti anni. Forse meno, con la condizionale.

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