Dicono che la lingua sappia tutto. Che conosca già che effetto farebbe l’impatto di un certo oggetto o di una certa superficie sul suo tappeto di papille. Qualsiasi oggetto, qualsiasi superficie. Guardati attorno, prova, immagina. Battiscopa freddo scorza di limone shampoo. Parquet tiepido irregolare pane di segale gallette. Giacca di pelle melanzana floscia salmone bruciato.
E lei ci credeva, a quello che si dice sulla lingua e sulla sua capacità precognitiva, ma questo era prima che provasse a mandare giù un grumo di sangue e muco. Non sangue qualsiasi: mestruo. Ed è importante che si sappia che fosse sangue mestruale e non sangue normale, perché ogni lingua conosce già il sapore del sangue – caldo alga carciofo moneta cioccolato fondente –, ma il mestruo è una bestia a sé.
Lei sapeva e non sapeva perché un lunedì sera di metà dicembre, seduta a cavalcioni sul bidet, con la mano destra impegnata a tenersi aperta la vagina e la sinistra intenta a stringere la coppetta appena sfilata, le venne un indicibile e insondabile e incontrastabile bisogno di portarsi alle labbra, quelle della bocca, il bordo di silicone del dispositivo igienico e succhiare grumi arrotolati e fili molli e sangue ristagnante, come si farebbe con un’ostrica.
Il primo gulp non fu affatto facile. Non tanto per il sapore – in un certo senso non si stupì di quel sentore di vomito fegato barbabietola pollo –, ma per la texture.
Pensò a un pesce rosso, a un soffice maialino a due teste conservato da sempre in formalina, alle branchie di un axolotl antico, a uno shiitake, all’insalata russa che Olga, la badante di sua nonna, aveva preparato per la Pasqua precedente.
Con gli altri sorsi, fu come tornare a casa.
Il perché lo fece, quella volta e poi molte altre, lo sapeva e non lo sapeva. Non lo sapeva, perché lei era una persona conforme. Giocava bene le sue carte, aveva capito che la vita è fatta di piccoli momenti, piccole rivelazioni, e grandi finzioni. Aveva capito che la vita è un diorama a pannelli e lei era allo stesso tempo la gazzella sullo sfondo, il leone sulla roccia, la donna preistorica a caccia e la bambina di sei anni e mezzo che osserva lo spettacolo. Non aveva celebrato il suo addio al nubilato ubriacandosi, aspirando tequila da una cannuccia a forma di cazzo, ma lo aveva fatto con un “bagno di gong”, perché era un’idea originale, qualsiasi cosa volesse dire.
Partecipava con convinzione a inaugurazioni di mostre fotografiche impegnate, piene di scatti sfocati di famiglie turche o siriane o afgane o ucraine o ugandesi. Ma quando lo charme di quella disperazione su pixel si trasformava in inquietudine o più spesso in noia, usciva fuori a fumare, nel chiostro, nel parcheggio, nella corte o per la strada; parlava con altri come lei, stringendo tra le mani un calice di lugana, e annuiva con aria seria e pensierosa.
«Alla fine è il rapporto umano che conta» diceva, con poca convinzione.
«Chissà quanto ha sofferto, tutta quella gente.»
Di fronte a uno schizzo bianco seminale su tela nera piegava la testa di una decina di gradi, come una gatta incuriosita; arricciava le sopracciglia e si teneva il mento tra l’indice e il pollice.
«Tutti a dire “avrei potuto farlo io”, ma vorrei proprio vederli a farlo per davvero» sussurrava prima di distogliere lo sguardo e passare oltre, con un senso di incomprensione e smarrimento fisso nello stomaco.
A letto si faceva legare, si faceva strozzare. Il venerdì sera, se era stata una buona settimana, indossava calze a rete e un harness rosa con una forma che ricordava un pentacolo, così si sentiva di unire cosmicamente in un unico grande rito il suo lato porco e quello sacro. Se era stata una pessima settimana, scopava senza togliersi i calzini.
Presentabile. Non banale, non eccezionale. In linea con il sentire dei tempi. Gli altri non capivano, ovviamente, ma lei? Lei capiva? E se capiva, aveva capito bene? Era stata benedetta dalla grande rivelazione della vita o doveva impegnarsi ancora un po’?
Non lo sapeva.
Ma lo sapeva, perché a inizio estate aveva abortito un figlio. Lei diceva proprio così, che “aveva abortito”. Non che aveva avuto un aborto spontaneo o che aveva perso all’undicesima settimana di gravidanza un molto desiderato embrione appena diventato feto, che si sarebbe poi trasformato in neonato e poi in bambino se solo il suo corpo non avesse deciso che no, non era destino, non c’erano i giusti presupposti genetici o immunitari, non era scritto nelle stelle o nel mare o nella terra, e che quindi lei “avrebbe abortito”.
A cavalcioni sul bidet, con un coagulo mestruale che le scivolava sinuosamente in gola, intuì che era tutta una questione di lotta, grotte, tane e territorialità. Pensò che era come la mattina di Natale.
Fuori la neve gelida panna cloro fumo, le piccole e le grandi luminarie, i jingle, i cappotti contro i cappotti, “tanti auguri”, quel senso cristiano di redenzione ed estasi, quel senso pagano di chiarezza e frenesia. C’è tutto, fuori. Ma lei e mamma e papà stavano dentro, dall’alba al tramonto. In pigiama, ripiegati sul divano, le luci morbide e soffuse.
«C’è troppo casino» dicevano. «Qui è meglio». Ed era vero, ma non era vero. Il caldo era vero, lo era anche il pandoro nel latte, la curva del fianco di mamma dove lei si addormentava, il borbottio ipnotico e rilassante delle persone che si affacciavano alla televisione che rimaneva accesa tutto il giorno, il ronzio dolce dell’albero illuminato. Ed era vero anche papà, che in fondo odiava tutto, fuori e dentro, e che dopo pranzo iniziava a vibrare e poi mormorare e poi rimproverare e poi urlare. Era vero: la sua verità, la sua casa, il suo Natale.
Protezione e violenza, accoglimento e costrizione, coccola e guerra. Fiducia, tradimento. Una bruciante fame di adiacenza e contiguità.
Fuori c’era un caos luccicante, immense vetrine votate alla conformità; dentro, un anfratto nel buio. Poteva essere rifugio, poteva essere un nido di vipere, ma nondimeno un nido, dove adagiare paglia e sassolini ed erba e cotone. E per una madre, anche se mancata, questo è importante. Anche per un cucciolo: doveva solo capirlo, glielo avrebbe insegnato lei.
«Rimani dentro» mormorava mentre roteava piano il mestruo o l’embrione o il banchetto di cellule o il pezzo d’utero che ancora galleggiava nella coppetta in attesa di essere mangiato, come se lo stesse cullando.
«Stai dentro, per favore.»


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