IV.
Il medico riceveva in casa sua, e quando la donna li fece entrare era ancora a tavola, in un angolo della stanza, con un piatto davanti e il tovagliolo infilato nel colletto. Non lo tolse. Fece cenno a Mario e a Daniela di sedersi e finì di mangiare, guardando ogni tanto la cartella aperta accanto al piatto.
La stanza era fredda. Una branda con un lenzuolo di carta, una bilancia da ambulatorio nell’angolo. Aspettarono che finisse.
Quando terminò, si passò la lingua sui denti, si tolse il tovagliolo e lo piegò accanto al piatto.
Guardò Mario.
«Come siete venuti?»
«In macchina.»
«Chi guidava?»
«Mia moglie.»
Il medico lasciò passare un momento. Poi si alzò. Era grosso, e si muoveva piano, con la pancia avanti. Andò dietro la scrivania ma non si sedette.
«Si tolga la giacca.»
Mario si alzò e cominciò a sfilarsela. Prima la spalla destra, poi tirò giù la manica dal braccio sinistro, e per farlo aprì e chiuse la mano dentro la fodera. Il medico stava a guardarlo. Quando Mario ebbe la giacca in mano gliela indicò con il mento.
«La appenda lì.»
C’era un attaccapanni contro il muro. Mario ci andò, cercò l’asola del colletto e la infilò nel gancio, e per farlo si aiutò con tutte e due le mani. Poi tornò a sedersi.
«Il negozio» disse il medico, e si lasciò cadere sulla sedia, che scricchiolò. «Ci lavora ancora?»
«Poco.»
«Poco quanto?»
«Apro e chiudo. Il resto lo fa lei.»
«Il resto?»
«Tagliare. Servire.»
Daniela teneva la borsa in grembo e fino a quel momento non si era mossa.
«Le mezzene le apre lui, la mattina» disse. «Io non ho la forza per quelle. Poi al banco ci sto io.»
Mario la guardò.
«Le apro con l’uncino» disse al medico. «Con la mano non tengo più.»
«L’uncino.» ripeté lui.
«Un gancio. Ci infilzo la carne e la tengo ferma. Così non serve la mano.»
Il medico rimase su questo un momento.
«Prima ha detto che non taglia più.»
«Taglio poco.»
«Ha detto che il resto lo fa sua moglie.»
«Il grosso.» Mario si spostò sulla sedia. «Il grosso lo fa lei.»
Daniela si tirò un poco avanti.
«L’uncino lo usa perché con la mano non ci riesce» disse. «Prima teneva la carne con la sinistra e tagliava con la destra. Adesso gli serve un ferro per fare metà di quello che faceva, e ci mette il doppio del tempo. È questo, il danno. Non che non lavora, ma che lavora peggio.»
Il medico la lasciò arrivare in fondo. Poi si sporse sul piano, prese un portapenne di ceramica pieno, pesante, e lo mise davanti a Mario.
«Faccia conto che sia il quarto. Lo tenga fermo con la sinistra, e con la destra mi faccia il gesto che fa al banco.»
Mario posò la sinistra sul portapenne. Lo tenne un istante, poi lasciò andare la presa e il portapenne rotolò sul piano.
«Vede? Non tiene.»
«Non ha stretto.»
«Non ci riesco, a stringere.»
«Provi.»
Mario lo riprese. Questa volta la mano si chiuse, e restò chiusa, e il portapenne non si mosse più.
«Lo sta tenendo» disse il medico.
Daniela mise la borsa per terra.
«Lo tiene fermo su un tavolo» disse. «Un tavolo non tira. Gli dia una cosa che tira in giù e vede quanto la tiene.»
Il medico girò la testa verso di lei.
«Signora, l’esame lo faccio io.»
«Lo so. Dico solo che un portapenne non è un quarto di manzo.»
«E lei quanto lo pesa, un quarto di manzo?»
«Dipende dalla bestia. Uno buono, centottanta, centonovanta anche.»
Il medico la guardò ancora un istante e non le rispose. Fece cenno a Mario di dargli la mano, e questa volta la prese lui, con tutte e due le sue. Gliela aprì sul palmo, la tenne ferma poggiandosi contro il piano e con il pollice cominciò a premere lungo la linea del dito che mancava, lentamente, fermandosi a ogni punto e aspettando.
Il medico arrivò in fondo, alla base del moncone, e lì premette forte, con l’unghia, ma Mario non si mosse. Poi tornò indietro di un dito, sul dorso della mano, lo sfiorò appena, e Mario ritirò la mano di scatto.
Il medico gliela lasciò andare e si appoggiò allo schienale.
«Che scarpe porta, al banco?»
Mario non capì subito.
«Scarpe?»
«Sta in piedi tante ore. Con che scarpe?»
«Quelle da lavoro. Con la punta di ferro.»
«E la schiena?»
«La schiena cosa?»
«Le fa male, la sera?»
«Un po’.»
«Un po’.» Il medico intrecciò le mani sulla pancia. «Prima ha detto che al banco ci sta sua moglie.»
Mario cercò Daniela con lo sguardo.
«La mattina apro io. Poi passo di là a controllare.»
«A controllare stando in piedi.»
«A controllare e basta.»
«Ci passa un momento, quando ha finito dietro, giusto per…» cominciò Daniela.
«Un momento o tutto il giorno?» Disse il medico a Mario, e non la lasciò finire.
«Un momento» disse passandosi un palmo sulla faccia.
Restarono in silenzio.
Daniela si chinò, riprese la borsa da terra, e se la mise di nuovo in grembo.
«Le dico com’è la situazione, così non perdiamo tempo. Il negozio lo teniamo aperto perché se chiude non mangiamo. Lui ci va, sta in piedi, fa quello che può con una mano sola, e la sera il braccio non lo sente più. Se lei scrive che sta bene, non è vero. Se scrive che non fa niente, non è vero neanche quello, e lo vede da sé che non è vero, perché uno che non fa niente il negozio l’avrebbe già chiuso. La verità sta in mezzo, ed è che rende la metà di prima e che la metà che ha perso non torna.»
Il medico la ascoltò tutta, questa volta, senza toccare niente e senza interromperla. Quando ebbe finito, rimase fermo un momento. Poi si alzò, andò all’attaccapanni, staccò la giacca di Mario e gliela portò.
«Se la rimetta.»
Mario la prese e se la infilò. Prima la spalla destra, poi la sinistra, e per tirarsi su la manica aprì e chiuse la mano un’altra volta.
Il medico lo guardò farlo. Poi tornò alla scrivania e chiuse la cartella.
«Per adesso la lascio aperta» disse. «Una mano a due mesi non la valuto. Cambia ancora. Torni a primavera e la rivediamo.»
«E fino a primavera?» Disse Daniela.
«Fino a primavera niente. La pratica resta dov’è.»
«Cioè dove?»
«Aperta.» Il medico andò alla porta e la tenne. «Vuol dire solo che non l’ho chiusa. Il resto lo scrivo quando ho deciso.»
Sulle scale Mario si sentì meglio.
«Non ha detto di no» disse.
Daniela scendeva guardando i gradini.
«È aperta. Ha detto lui che è aperta.»
«Sì,» disse Daniela «è aperta.»
***
Il giovedì Mario andò al macello con il camion dello scaricatore, come le altre settimane. Al cancello passarono i documenti dal finestrino e la sbarra si alzò. Era ancora buio. Il piazzale era bagnato e il vapore usciva dalle celle, illuminato dalla luce dei fari che puntavano in basso.
Il camion andò in retromarcia contro la banchina di gomma nera. Il lavoro era già cominciato. Dalle porte a bandiera le mezzene uscivano appese alla guidovia, una spinta dietro l’altra, e fumavano nel freddo.
Un uomo alla bilancia le agganciava una per volta, leggeva il peso e lo chiamava a voce alta, e un altro dietro segnava. I muletti entravano e uscivano dalle celle a marcia indietro, fischiando.
Mario scese e andò a prendere le sue. Adesso lo conoscevano, e il capo carico gli teneva da parte quello che gli serviva, al prezzo del giovedì. Passò le mezzene una per una, la copertura, il colore del grasso, e ne mandò indietro una con il reale rovinato da un taglio storto. Il capo gliela cambiò senza discutere. Mario si mise da una parte, fuori dal passaggio dei muletti, e aspettò che gli caricassero la merce.
Un ragazzo della banchina, giovane, con il grembiule di gomma e gli stivali fino al ginocchio, spingeva le mezzene lungo la guidovia verso la pesa, e quando una si impuntava sullo scambio la sbloccava con una spinta delle spalle. Un muletto arrivò carico, si fermò, e cominciò a girare per rimettersi contro la cella.
Il muletto indietreggiò, con il ragazzo ancora dietro. La ruota gli urtò la gamba schiacciandola contro il bordo della banchina, e non si fermò subito, perché chi guidava non poteva vederlo. Il ragazzo cadde a terra e la ruota gli restò addosso alcuni secondi, prima che il muletto tornasse avanti interrompendo il fischio della retromarcia.
Al primo grido, gli uomini si voltarono e qualcuno chiamò un nome. Due lasciarono la guidovia e corsero appresso al ragazzo. Il mulettista scese e restò in piedi con le mani larghe, ripetendo che non l’aveva visto.
Sotto il ginocchio, la gamba era andata. Lo stivale era pieno, e da sopra, dove il gambale si era strappato, il sangue fuoriusciva a ondate.
La carne era aperta e schiacciata, non tagliata, e in mezzo, di un bianco sporco, si vedeva l’osso. Il ragazzo urlava e cercava di tirarsi su con i gomiti per guardarsela, mentre uno lo teneva giù per le spalle.
Mario non si mosse subito.
Guardò la gamba, e il sangue sparso sul cemento, che si allargava e prendeva la pendenza verso il canale di scolo. Poi si sfilò la cintura, si inginocchiò, la passò intorno alla coscia, sopra il ginocchio, sopra il punto da cui veniva il sangue, e la tirò più forte che poteva finché non rallentò il suo flusso.
«Tieni qui. Ecco. Tieni forte.»
Diede il capo della cintura a quello che teneva le spalle al ragazzo, e gli spostò le mani sul punto giusto. Gli altri gli stavano intorno alla testa, gli parlavano, gli dicevano di stare calmo, che l’ambulanza sarebbe arrivata. Mario stava alla gamba. Il sangue adesso veniva più piano.
Il ragazzo aveva la faccia liscia, senza barba. Giovane.
Mario controllò che la cintura non scivolasse e la strinse di un passante. Il piede era ancora dentro lo stivale allacciato, girato dove il piede non gira. “Permanente” pensò.
Dietro di lui gli uomini si erano fatti in cerchio. Quello del muletto lo ripeteva a chiunque: «non l’ho visto». Erano in dieci a guardare. Tutti testimoni.
Il ragazzo diede uno strappo con tutto il corpo e la cintura mollò, il sangue tornò a uscire. Mario lasciò perdere il resto, si buttò con tutte e due le mani sulla coscia, ci mise sopra il peso, ritrovò il punto e strinse finché non si fermò di nuovo.
Da lì non si mosse più.
***
L’ambulanza ci mise un pezzo ad arrivare. Caricarono il ragazzo e uno salì dietro tenendo alta una sacca. Il muletto era rimasto in mezzo alla banchina, con il motore acceso, finché qualcuno non salì a spegnerlo.
Sulla banchina restò anche il sangue, molto, già scuro ai bordi. Un uomo prese la manichetta e cominciò a lavarlo verso il canale, e l’acqua lo portava via a poco a poco, rosa. Le mezzene intanto avevano ricominciato a uscire dalla guidovia, perché il freddo non aspetta e la roba scaricata va messa su lo stesso.
Mario si lavò le mani a una canna attaccata al muro, con l’acqua gelata, e si strofinò il sangue da sotto le unghie. La cintura era rimasta al ragazzo. Si tenne su i pantaloni con una mano fino al camion.
Le sue mezzene erano già caricate.
Salì, e lo scaricatore mise in moto. Uscirono dalla pesa come le altre volte, mentre dietro di loro, sulla banchina, le mezzene continuavano a passare sulla guidovia una dopo l’altra.
***
Nel retro, Mario disossava una spalla.
Davanti, al banco, Daniela serviva e a Mario arrivava il suono della carta dei sacchetti, lo scatto del registratore, la sua voce che diceva i prezzi. Ogni volta che a lui mancava un vassoio, allungava la mano dietro e sul ripiano ce n’era uno pronto.
Dal fondo del laboratorio si accorse di un uomo fermo davanti alla vetrina. Non entrava. Si era fatto scudo con le mani intorno alla faccia e teneva la fronte contro il vetro.
Mario smise di tagliare. Lasciò il coltello dov’era, dentro la carne, e non si mosse. L’uomo, preso com’era a frugare con gli occhi all’interno del negozio, non si avvide di lui, in un primo momento. Piegava la testa da una parte e dall’altra per arrivare più in fondo. Quando finalmente lo trovò, si fissarono per un lungo istante, a un vetro e una cella di distanza. L’uomo si scostò dalla vetrina, si raddrizzò, e se ne andò per la sua strada, tranquillo.
Mario rimase con lo sguardo sul vetro vuoto, poi tornò alla spalla. Adesso tagliava più adagio, e la testa continuava a scappargli verso il marciapiede.
***
La sera, tirata giù la saracinesca, Daniela contava l’incasso al banco e Mario grattava il tagliere.
«Io, per un po’, al banco non ci devo stare» esordì Mario.
Daniela continuò a contare.
«Come, non ci devi stare?»
«Finché non chiudono la pratica. Se viene qualcuno e mi trova qui a lavorare, la pratica salta.»
Daniela posò la mazzetta che aveva in mano.
«E chi viene?»
«Quelli dell’assicurazione. Mandano uno a controllare. Oggi ce n’era uno alla vetrina.»
Allora si voltò verso di lui.
«Uno alla vetrina guarda la carne.»
«Quello non guardava la carne.»
Rimise i biglietti nella scatola.
«E il banco chi lo tiene? La carne chi la lavora?»
«Tu servi.»
«Io servo. Non ti disosso una spalla, non ti apro una mezzena, non faccio gli sfilacci. Quella è roba tua. Se tu non tagli, mi resta da vendere solo quello che compro già fatto, e quello lì lo pago quanto il macellaio di fronte. E allora tanto vale chiudere.»
Mario mise giù lo straccio.
«E uno che lo sa fare, quanto ci costa?»
Daniela prese la penna e buttò giù il conto sul bordo di un foglio. Tolse il fornitore, la corrente, il sabato, poi tirò la riga sotto. Quello che potevano dare a uno, al mese, cadeva sotto quella riga, ed era una miseria. Toccò il numero con la penna.
«Con questo non ti si presenta nessuno che sappia lavorare. È una paga da apprendista, e un apprendista che sappia già disossare non esiste. O uno sa fare, e allora vuole i soldi, o non sa fare, e glielo devi insegnare tu.»
Mario abbassò lo sguardo sul tagliere, le mani ferme sul bordo.
«So come fare» disse. «Ho un’idea.»
Non aggiunse altro, e tornò a pulire il tagliere.
***
Il mattino seguente, Mario andò all’ospedale.
Il ragazzo era al terzo piano, in una camera da sei letti. Occupava quello vicino alla finestra. La gamba che gli restava era tenuta su da un archetto di metallo sotto il lenzuolo. Più in là, invece, dove il lenzuolo si appiattiva, non c’era più niente.
Aveva la faccia gialla e i capelli sporchi. Negli altri letti, c’era solo un anziano che dormiva con la bocca aperta.
Quando Mario comparve sulla porta, il ragazzo lo riconobbe subito, e gli si smosse qualcosa sulla faccia. Cercò di tirarsi su sul cuscino.
Mario andò accanto al letto. Non aveva portato niente e non sapeva dove tenere le mani, così si tolse il berretto.
«Sei tu» disse il ragazzo. Aveva la voce impastata. «Me l’hanno detto, che eri stato tu. Che mi hai stretto la gamba. Se no restavo lì.»
«Ho fatto quello che si fa.»
«Non so nemmeno come ti chiami.»
«Mario.»
«Roberto.»
Il ragazzo tirò fuori la mano da sotto il lenzuolo. Mario gliela strinse piano, facendo attenzione all’ago della flebo.
«Ti rimetti» disse Mario. «Con la finta nuova, quella con lo snodo, cammini. Se non lo sai, manco te ne accorgi. Uno l’ho visto, camminava dritto.»
Roberto storse la bocca.
«E poi,» proseguì, e si avvicinò un poco «tu di questa cosa ci prendi una fortuna. Sopra il ginocchio è novanta. Sotto sarebbe stato di meno, ma a te te l’hanno tagliata sopra. Novanta per cento, con uno bravo che ti segue. E sei giovane, e i giovani li pagano di più. Una cosa così, alla tua età, sono un sacco di soldi. Ti sistemi.»
Roberto non disse niente. Guardava la parte piatta del lenzuolo.
«E il lavoro?» Disse.
«Che lavoro sai fare?»
«Io tre anni li ho fatti da un macellaio, prima. Poi la bottega ha chiuso e sono finito al macello a spingere le mezzene, che almeno pagavano. Ma il mestiere ce l’ho.» Guardò la gamba.
«Ce l’avevo.»
Mario si sedette sul bordo del letto.
«La carne uno la lavora anche da seduto» disse. «Il disosso, le fettine, il macinato: è tutta roba di tavolo e di mani. Non ci vuole la gamba. Ci vuole il polso e sapere dove sta l’osso. E tu lo sai, dove sta l’osso. E io una mano, al banco, ce l’avrei anche.» Alzò la sinistra e gliela mostrò. «Con questa però il coltello non lo tengo più bene, e in piedi tutto il giorno non ci riesco a stare. Mi servirebbe uno al tagliere, uno che sa già fare. Non ho tempo di mettermi a insegnare. Non ti posso dare molto, quello che si dà a uno che comincia. E tu non sei uno che comincia, lo so. Ma è un banco vero, e ci lavori seduto. Fino a che non mi chiudono la pratica. Poi si vede.»
A Roberto cambiò la faccia. Si tirò su ancora meglio sul cuscino, e per un attimo la gamba se la scordò.
«Da seduto lo faccio» disse, quasi tra sé. «Il disosso da seduto lo faccio, e le fettine, tutto. Non ci avevo pensato.»
Guardò Mario.
«Poco è poco. Ma è meglio che stare a casa a prendere la pensione e basta. Uno alla mia età, seduto a non far niente, si spegne.»
«Si spegne» confermò Mario.
«Quando posso venire?»
«Quando ti reggi. Anche con le stampelle, tanto stai al tagliere.»
Mario si alzò dal letto.
«Adesso pensa a rimetterti. Quando te la senti, vieni in macelleria. Sai la chiesa in piazza? Passata quella, accanto al bar. Se ti perdi chiedi di Mario, lì intorno sanno tutti chi sono.»
Roberto gli riprese la mano tra le sue. Lo ringraziò, lo ringraziò ancora, e disse che non se lo sarebbe scordato, quello che aveva fatto, né alla banchina né adesso.
Mario si rimise il berretto e uscì. Nel corridoio lo sentì ringraziare di nuovo.
***
Roberto si presentò un lunedì di fine gennaio, mezz’ora prima dell’apertura.
Daniela gli aprì la porta a vetri. Non si era ancora rimesso. Aveva la faccia smunta, e il pantalone vuoto, ripiegato e appuntato sul fianco con due spille da balia.
Disse buongiorno a tutti e due, che era venuto perché a stare a casa impazziva. Poi restò in mezzo al negozio, appeso alla stampella, ad aspettare che qualcuno gli dicesse dove andare.
Nel retro, accanto al tagliere, c’era uno sgabello alto, di quelli da bar, con la traversa per i piedi. Roberto lo guardò, misurò con gli occhi l’altezza del piano, e capì che l’avevano messo per lui.
«Prima la roba» disse Mario, e aprì la cella.
Dentro, appese alla sbarra, c’erano quattro mezzene: due chiare e, in fondo, due scure. Roberto entrò con la stampella e andò dritto alle scure. Le percorse con gli occhi dal garretto alla spalla, da sotto in su. Premette il pollice nel muscolo scoperto, dove mancava la copertura, e l’incavo restò. Passò il palmo aperto sulla crosta asciutta. Poi ritirò la mano e se la pulì sul pantalone.
Guardò le chiare.
«Quelle si vendono da sole» disse Mario. «Il lavoro è su queste.»
Roberto teneva gli occhi sul grasso, giallo, raccolto a chiazze dove ne era rimasto.
«Avanti» disse Mario. «Di’ pure.»
«È da pentola. Tutta.»
«Al gancio, sì» rispose. «Al gancio è da pentola. Aiutami col quarto.»
Mario contò le costole con la punta del coltello, incise tra la quinta e la sesta e finì il taglio con due colpi di mannaia. Il quarto se lo caricò sulla spalla, tenendolo con l’avambraccio, e lo portò al tagliere. Lo posò.
Prese la scimitarra dal magnete e la passò sull’acciaino, due passate lunghe e una corta.
«La crosta va via tutta. Mezzo dito, anche dove ti sembra un peccato. E il giallo via, fino all’ultimo. Il giallo, al banco, non si deve vedere mai.»
Lavorava parlando. La lama correva sotto la crosta e la sollevava a strisce, e sotto il taglio era netto, scuro, lucido. I ritagli li buttava nella cassetta degli scarti senza guardarli.
«Qui se ne vanno due chili» disse. «Lasciali andare. Se gli corri dietro col coltello, rovini quello che c’è sotto. Questa l’ho pagata come le ossa. I due chili li può perdere.»
Roberto guardava le mani. Ogni tanto gli occhi gli scivolavano sulla sinistra, sul vuoto tra le dita, e tornavano subito sulla lama.
«È stata venti giorni al gancio, questa, perché non la voleva nessuno» disse Mario. «Dal grossista, venti giorni di gancio te li fanno pagare a parte. È più frolla delle chiare. Si vede con l’occhio che è vecchia, non col dente.»
Aprì il quarto lungo le cuciture, con la punta e col pollice. Il reale venne via intero. I muscoli lunghi li mise da parte, in fila sul bordo del piano. Poi prese dal cassetto l’uncino, lo impugnò con la sinistra e vi piantò la punta all’interno.
«Questa va contro la fibra. Sottile, che ci devi leggere attraverso.»
Cominciò ad affettare. Le fette si aprivano sotto la lama e prendevano il lucido. La prima, la seconda, la terza. Alla quarta la sinistra cedette di un niente, la carne girò sull’uncino e la fetta venne spessa da un lato. Mario la tolse dalla fila e la buttò con i ritagli del macinato. Non disse niente e si rimise al lavoro.
«Spessa, questa te la mastichi fino a domani. Fine, si scioglie. La stessa carne.»
Roberto si sporse dal suo sgabello, sfilò un coltello corto dal magnete, lo soppesò, lo rimise e ne prese un altro. Mario gli spinse davanti i muscoli lunghi.
«Aprili per il lungo. Seguili, non tagliarli.»
Roberto li aprì. Andava sicuro, e la lama non usciva mai di strada. Mario portò la cassetta e il sacco del sale grosso.
«Uno strato di sale, uno di carne. L’ultima cosa che vedi dev’essere il sale. Poi in cella, sul ripiano alto, e non si toccano per quindici giorni.»
«E poi?»
«Poi si sfilacciano a mano, e vanno al banco all’etto.»
Roberto tenne il coltello a mezz’aria un momento.
«All’etto.»
«Il muscolo lo compri al chilo e lo vendi all’etto.»
Roberto salò. Sotto le sue mani gli strati venivano pari, e il sale cadeva nei punti giusti.
Mario tornò al fesone, staccò tre fette. Stava prendendo la quarta, quando dalla porta del laboratorio, nello spicchio di vetrina che si vedeva da lì, comparve un uomo fermo sul marciapiede, col bavero alzato, la faccia girata verso il banco.
Mario lasciò il coltello dov’era, dentro la carne, e fece un passo di lato, fuori dalla linea della porta. Rimase fermo, le mani lungo i fianchi. L’uomo guardò ancora un momento, poi se ne andò per la sua strada.
Non tornò al tagliere.
«Finisci tu» disse.
Prese la sedia che stava contro il muro e se la portò accanto alla porta, in un punto da cui vedeva insieme il tagliere e la vetrina. Roberto sfilò il coltello dalla carne, lo girò nella mano per sentirlo, e riprese da dove Mario aveva lasciato.
«C’è una vena che corre sotto» disse Mario, dalla sedia. «Girale intorno. Non incidere il bianco, quello resta.»
La lama di Roberto rallentò, cercò, e la trovò. Le fette ripresero a cadere in fila, sottili, tutte uguali. Mario stava a guardare le mani del ragazzo, e ogni tanto la sua, la destra, gli andava a tempo sul ginocchio.
Quando i vassoi furono pronti si alzò per il banco. Dispose le fette a squame, il taglio verso il vetro, e mise la scura in mezzo alle chiare, sotto la lampada. Scrisse il cartellino e lo voltò verso la strada. Prezzo pieno.
***
Dopo la prima settimana, Mario non ebbe più niente da fargli vedere. Roberto riordinò i coltelli sul magnete a modo suo, e nessuno glielo disse. Era svelto e pulito, e con la gente aveva una parola per tutti. Le vecchie gli chiedevano della gamba e lui rispondeva ridendo, e il giorno dopo tornavano a portargli i biscotti.
Con lui al tagliere si tagliava più in fretta e si buttava via meno, e la sera il banco restava quasi vuoto. Col tempo, il giovedì al macello cominciò ad andarci lui, portato dallo scaricatore, e sceglieva le mezzene giuste. Lo scaricatore, al ritorno, diceva a Mario che quel ragazzo lì, con una gamba, valeva due dei suoi facchini, e che chi glielo aveva mandato aveva fatto l’affare della sua vita.
L’uomo della vetrina ripassò due volte, nelle settimane dopo. Trovò Roberto al tagliere, Daniela al banco e Mario seduto vicino alla porta, che non faceva niente. Poi non ripassò più.
***
Alla seconda visita, Mario ci andò da solo, in autobus. Scese una fermata prima e fece il resto a piedi.
Il medico stava alla scrivania, con la finestra aperta sul cortile, e il calendario sulla parete che era rimasto fermo all’inverno.
«Da solo?» Notò il medico.
«Mia moglie è al negozio» il tono gli uscì trionfale.
Il medico gli fece cenno di sedersi e aprì la cartella. Lesse per un poco, voltando i fogli con un dito.
«Si tolga la giacca e le scarpe. Salga pure.»
La bilancia era quella a colonna, nell’angolo. Mario ci salì. Il medico fece scorrere i pesi lungo l’asta, finché il braccio non si mise in piano. Guardò il numero e lo scrisse.
«È ingrassato.»
«Sto seduto tutto il giorno.»
Il medico scrisse anche questo.
Poi si fece dare la mano. La prese tra le sue, la aprì contro il piano, e ci passò sopra il pollice, lungo la linea del dito che mancava. Il moncone era chiuso, la pelle sopra era diventata liscia e più chiara. Premette alla base, con l’unghia, e Mario ritirò la mano.
«Stringa.»
Il medico mise il proprio dito in mezzo. Mario strinse.
«Più forte.»
Mario strinse. Il medico sentì, ritirò il dito, scrisse qualcosa.
Aprì il cassetto e sparse tre monete sul piano.
«Le raccolga. Con la sinistra.»
Mario le raccolse una alla volta, usando il pollice e l’indice, e le mise in fila sul bordo della scrivania. Il medico le guardò, le fece scivolare nel cassetto, e scrisse.
Poi si chinò di lato, sollevò da terra la sua borsa, quella nera da medico, e la posò sul tavolo.
«La prenda dal manico. Sinistra. E la tenga su.»
Mario la prese e la sollevò. Per un momento la borsa stette a mezz’aria. Poi il manico ruotò dentro le dita, cercando il punto dove non c’era più niente a fermarlo, e la borsa girò su sé stessa.
Mario la raddrizzò con la destra e la spinse verso il medico.
Il medico la rimise a terra. Scrisse a lungo, stavolta.
«Il negozio?»
«È aperto. Apro la mattina. Poi sto alla cassa. O vicino alla porta.»
«Chi taglia?»
«Un ragazzo. Il mestiere ce l’ha, e al tagliere ci sa stare.»
Il medico alzò gli occhi dalla cartella. Li tenne su Mario e vi restò. Mario sostenne lo sguardo e non aggiunse una parola.
«Si rivesta» gli disse.
Mario si rimise le scarpe, poi la giacca. Prima spalla destra, poi la sinistra, e per tirarsi su la manica aprì e strinse la mano, con comodo.
Il medico chiuse la cartella. Sul bordo della scrivania c’era una pila di pratiche. La sua, fino a quel giorno, era stata da sola, sotto il telefono. Il medico sfilò l’elastico, mise la cartella di Mario in mezzo alle altre, e lo rimise.
«Riceverà la raccomandata» disse. «Noi abbiamo finito.»
Lo accompagnò alla porta la donna. Mario uscì. Era uno splendido pomeriggio di aprile e gli venne voglia di passeggiare.
***
«Allora. Chi c’era?»
«Solo lui.»
«L’ha pesata?»
«Sì. Ha detto che sono ingrassato.»
«Le ha fatto stringere?»
«Il dito. E poi la sua borsa, dal manico. Con la sinistra.»
Il perito si appoggiò allo schienale.
«Vecchia scuola» disse. «E alla fine?»
«Ha detto che ricevo la raccomandata. E che non devo tornare più.»
«La cartella dove l’ha messa.»
«In una pila, con le altre.»
Il perito annuì. Aprì il cassetto, tirò fuori il quaderno, e lo aprì verso il fondo. Trovò la prima riga libera e cominciò a scrivere. Mario, dall’altra parte della scrivania, lesse il proprio cognome al contrario. Il perito scrisse ancora due cose, lasciò dello spazio in fondo alla riga, e richiuse il quaderno.
«Mi diceva del ragazzo» riprese il perito.
«Sa tagliare.»
«Una bottega aperta, uno che taglia, il padrone sulla sedia.»
Rimise il quaderno nel cassetto.
«Non c’è perizia che parli così chiaro.»
«Quanto manca?»
«Poco. La raccomandata, la firma, è quasi fatta.»
Il perito congiunse le mani sul piano.
«Adesso stia zitto e buono. Si chiuda in casa, non respiri, non muova un muscolo e stia pur sicuro che la portiamo a casa.»
Mario rimase seduto. Girò il berretto che teneva sulle ginocchia, una volta, due.
«Senta. Se poi uno, più avanti…»
Il perito alzò una mano. Non lo lasciò arrivare al verbo.
«La sua pratica sta andando bene. Io so quello.»
Abbassò la mano sul tavolo.
«Non si muova, Mario. Non respiri, non faccia nulla per il momento.»
… Continua


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