Premessa
La destra che attualmente governa l’Italia, insieme con le destre che prendono campo in gran parte d’Europa, sono ancora troppo figlie di una destra liberale per non essere soltanto una fase di passaggio. Esse stanno preparando il terreno a entità politiche che riporteranno in auge una forma di nazionalismo; la quale, beninteso, sarà funzionale a potenti gruppi di tecnocrati, come avviene per esempio negli Stati Uniti, dove l’interfaccia politica di questi gruppi è rappresentata dai Repubblicani di Donald Trump.
Tale interfaccia appoggia gli interessi di una rivoluzione tecnica capace di rilanciare ulteriormente la manipolazione dell’uomo, nonché il controllo sulle masse e sulla definitiva trasformazione che dall’essere biologico conduca a un suo superamento, verso l’uomo-chip ri-creato nella sua coscienza dal software.
Le nuove particellari, antiglobaliste, unità amministrative, saranno gestite come un laboratorio del controllo assoluto, in cui la mentalità manageriale si configurerà pienamente come l’unica possibilità di governo: l’affermazione, finalmente liberata, dell’evaporazione politica, in corso da circa quarant’anni.
Per permettere questo bisogna però che esse sgombrino il terreno dalle ultime istanze di una democrazia peraltro al collasso, dai residuati delle sinistre, devitalizzate e fallite da mezzo secolo. E a ben vedere, il liberalismo è stato già corroso e svuotato di senso dalla sua prassi economica, il capitalismo.
Le guerre attuali, è chiaro, sono, come sempre le abbiamo intese, un banco di prova importante per testare il potenziamento tecnico. Dunque le destre contemporanee rappresentano i referenti politici (di una politica naturalmente priva del suo senso originario) di imprenditori tecnocrati, capaci di indirizzare finanziamenti sul potenziamento tecnologico, la cui applicazione sperimentale, innanzitutto, non può che avvenire in collaborazione con l’industria bellica.
Adagio sul morire
Qualcosa finisce ed è qui che comincio a essere uomo, progressiva conquista del disapparire. La fine di ogni giorno. E ogni giorno si conducono le prove per il requiescat in pace, che non ci si presenti impreparati alla cerimonia.
Tra una prova e l’altra via via mi consegno; e più questo punto, in cui qualcosa si esaurisce, mi resta fermo, nelle vicinanze, più significativo sarà ciò che di questa vita consegnerò, in quanto determinato dal limite. Il limite stabilisce un superamento, la legge attraverso la quale inciampo sul desiderio.
Esiste una cura del sentimento della morte, ma quando non lo si riconosce o lo si sopprime, la vita leappare simile. Tutta la storia s’è fatta perché un giorno si dovrà perire: quando l’uomo non vorrà più non morire perirà la storia, o meglio l’historìa (l’oggetto che la scienza fa della storia).
Gioiosa enunciazione questa, senonché l’orlo estremo della nostra civiltà vorrebbe aggirare la morte attraverso il potenziamento tecnico. Ma il superamento della morte non è altro che il superamento della volontà di non morire: l’eternamente vivo è l’eternamente morto, o meglio non è un vivente, ma un non morto. Schiudere la pace con il mondo, sottrarlo al mondo come “oggetto per un soggetto”, comprendere la possibilità di morire, al di là del possesso che invece produce il volgare senso di resistenza. Perché morire in fondo è pur sempre, da sempre, per-manere, non veduti, ad altro. Dunque la morte è ilpassaggio attraverso cui niente è mai cessato. Cessare dovrebbe il nulla, che dall’orrore della morte, fa della vita un niente.
La partenogenesi tecnica dell’uomo abiura il mondo nel mezzo. Sfruttamento dell’oggetto, l’uomo, come un oggetto del mondo, può essere “sorpreso” e educato allo sfruttamento.
Ma l’essere-macchina dell’uomo, che ha compiuto la sua missione civile nella dissoluzione della politica nel funzionamento – nella sintesi accelerativa –, sempre troppo presto dimentica d’essere un prodotto, prima che del suo mondo civile e tecnico dominato, del mondo pre-civile, pre-istorico, pagando dazio a un ipertrofico senso di colpa.
La sua modificazione si in-scrive entro un mondo di cui egli non è causa e di cui porta i segni. L’orrore del mondo, la sua inospitalità verso questo fanciullo glabro e troppo intelligente, è la cifra che dall’angoscia tragica dei greci, giù fino al giudaico-cristiano disprezzo del mondano, caratterizza il sospettoso sentimento del nulla, un’ombra mai pacificata, che accompagna il pensiero della nostra civiltà.
Oggi il nulla emerge liberato, e su questo oggetto affrancato dal corpo morto della metafisica, in cui crebbe, il pensiero si consegna nuovamente a una escatologia, dispiegando la tecnica come inizio e fine della storia. Abbiamo però chiaro come la tecnica sia ancora una declinazione di quel metafisico disprezzo del corpo e del mondo: l’estremo approccio all’ente, a quel mondo-oggetto che deve inorridire, desertificarsi, essere saccheggiato, nullificarsi, giacché ci fa morire e non ci fornisce né sensoné salvezza, è disprezzo del corporeo e del fenomenico. Che c’è di nuovo dunque? Nulla.
Il technologos
Il locus in cui era posto il dio come generatore di valori è stato privato del nome-di-dio, ma l’annuncio della sua morte lo ha apparentemente fatto vacillare, sebbene resti ancora saldo nella sua posizione separata da cui l’umanità attende un senso che sia salvifico. La fede quindi può ancora una volta essere strumento per creare i servi che fabbricheranno la historìa redatta dai padroni.
Morto Dio, gli uomini hanno voluto essere di nuovo creati. Ma da chi, o da cosa? Da un software,sostanza generata che genera, ma intangibile, trascendente. È l’evo della trascendenza oggettivata come risposta prima della domanda. Una trascendenza che interroga l’uomo suo creatore. Una scolastica paradossale.
La logica e la metafisica aristotelica, stirate dalla scolastica medievale fino a lambire le sue possibilità presso l’inesprimibile, hanno compiuto il percorso da cui è venuto fuori un linguaggio informatico che si è configurato pian piano come trascendens. Trattasi di un logos che si infonde nella materia per plasmarla, e il posto che assume la tecnica attraverso l’informatizzazione della realtà umana è quello scoperto, vacante, del Dio morto.
Dunque l’atteggiamento nei confronti di questo nuovo principio generatore, quando non interpella il pensiero magico, è devozionale: il nostro uomo, che si è liberato del Dio della morale, ma non dell’istinto a inginocchiarsi – del Dio come fatto inconscio –, è creatore di sé stesso, forgia una trascendenza tecnica tutta sua fissando la nuova fede, che chiama arbitrariamente “verità” (giacché la scienza moderna, che guida la tecnica, esclude la possibilità della verità). Non più “figlio del Padre”, bensì “Figlio e Padre” a un tempo della macchina.
Amore e respiro scadono così nell’algoritmo, che è spirito santo nella sua pentecostale diffusione su tutta la vita terrestre. Ma l’uomo-dio conserva ancora l’essere-a-dio[1] dell’uomo, e per questo non sitratta che di una sostituzione fatale. Egli ancora cade nel castigo: da sé stesso si castiga come sempre, pretendendo la fede in qualcosa verso cui è necessario inginocchiarsi, pena l’annientamento.
I Repubblicani in America e le destre europee esibiscono un’ortodossia cristiana che fa pendant con le credenze del cristianesimo mistificato di alcuni dei più influenti imprenditori della Silicon Valley (si vedano le conferenze apocalittiche di Peter Thiel). Quello che emerge è l’appropriazione dell’escatologia in favore del futuro paradiso della tecnica, la quale ha divorato dall’interno lo stesso Cristianesimo, che a sua volta ne aveva fatto largo uso per imporsi come potere.
La tecnica ha inoculato il proprio embrione all’interno del corpus escatologico cristiano-cattolico. Il Cristo che deve tornare non è che questo uomo, orfano di infinito, ma pronto ad annunciarne uno nuovo: un Tecno-Cristo, un Nazareno come agente legittimante di un futuro che ha le sue antiche radici agli albori della metafisica occidentale. Ecco l’impianto giustificatorio del nuovo potere. L’uomo-Dio, rovescio del Dio-uomo, del verbo che si fa carne: la carne si fa verbo, si rarefanno la materia e il corpo, si reintroduce il surrogato della trascendenza, l’assimilazione alla macchina-verbo. La carne si deve fare parola-macchina, deve nascere un puer discendente dalla rivelazione di una parola meccanizzata, algoritmica. La tecnica, che gradualmente si appropria della mitopoiesi, ora esige una origine tutta sua, e qualsiasi mito sull’origine che si rispetti, prevede uno smembramento. La tecnica propone il suo: lo smembramento dell’uomo, l’uomo senza corpo, potenziato da membra high-tech.
L’escatologia è l’alveo perfetto entro cui la rivoluzione tecnica può operare. La rivoluzione che prospettano i più forniti imprenditori, dotati adesso di un culto, è la (seconda) venuta d’un puer senza mondo, causa del mondo.
Ma il grande mito contemporaneo è fallito in partenza, poiché poggia su paradigmi di pensiero che hanno dentro un seme nullifficatore. Allora forse potrà interessarci solo in quanto fallimento tra i grandi fallimenti umani, e potremo gettare uno sguardo all’errore, che recupera l’uomo dall’abisso della sua perfettibilità, e scartare l’idolatria di un suo superamento meramente tecnico.
[1] Il dativo è da intendere in senso tensivo, cioè come “tende a”, che “si proietta verso”. Si veda l’uso heideggeriano, per esempio, in: «Questa fuga […] palesa l’essere-alla morte come una determinazione fondamentale della cura» (M. Heidegger, Essere e Tempo, trad. it. Alfredo Marini, Mondadori, Milano 2021, p. 546.)


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