Un corpo alla volta (parte II)

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Un corpo alla volta

II.

Un debito è vivo. Lo si chiude in un cassetto e lui, al buio, lavora: cresce di notte, nei giorni di festa, mentre si dorme, mentre si guarisce. Non mangia, non si ammala, non invecchia. È l’unica cosa, fra quelle che abitano una casa, che non si consuma con l’uso.

Il credito, invece, ha bisogno di tutto. Va sorvegliato, accompagnato, tenuto al caldo. Chi possiede un credito possiede anche l’uomo che glielo deve, ma è una proprietà delicata: se l’uomo si ferma, se si rompe, se la sua attività chiude, il credito muore con lui. Per questo il creditore è, di tutti, quello a cui la salute del debitore sta più a cuore.

***

Daniela aveva disposto la carne sul tagliere e la stava dividendo. Era l’ultima rimasta, quella che Mario aveva portato a casa prima di abbassare la saracinesca. Pesò i pezzi sulla bilancia da cucina. Li tolse solo quando segnarono la stessa cifra.

Scaldò la padella, la passò con il burro e ci lasciò cadere la carne. Premette con la forchetta. Aspettò. La girò una sola volta. Mario era già seduto a tavola.

Quando impiattò, nel suo lasciò la bistecca intera, in quello di Mario la tagliò a pezzi piccoli.

«Mangia finché è calda.»

Lui prese la forchetta con la mano buona. Per un poco si sentì soltanto il rumore delle posate.

«Quando ti rivedono?»

«Tra un mese.»

«Un mese?»

Mario annuì. «Così c’è scritto.» Infilò in bocca un pezzo di carne.

«E poi?»

«Poi decidono.»

Daniela masticò senza fretta. «Se il dito resta così.»

«Resta così» la rassicurò.

«Vedremo.»

Mario appoggiò la forchetta. «Non cambia niente.»

«Cambia. Non il dito.» Daniela prese il bicchiere, bevve un sorso, lo posò. «Cambia tutto il resto.»

Finirono quasi in silenzio. Lei sparecchiò e tornò a tavola con una cartellina piena di fatture, che aprì dove fino a un momento prima c’erano i piatti.

«Questa è di marzo.» La girò verso di lui. «Questa di aprile. E questa dell’ultima consegna.»

Mario diede un’occhiata distratta. «Non ci capisco niente.»

«Lo so.» Daniela prese una penna e cerchiò due cifre. «Questo è quello che paghi tu. E questo è quello che paga lui.»

«Chi?»

«Il macellaio di fronte.»

Mario alzò appena gli occhi. «E perché paga meno?»

«Perché noi compriamo da uno, che compra da un altro, che compra da un altro ancora. Tu li conosci, quelli prima?»

Mario scosse la testa. «Io conosco quello che scarica.»

«Appunto.»

Daniela prese la calcolatrice, digitò due cifre e gli mostrò il risultato. Poi corresse a penna il totale sulla fattura. «Se salti un passaggio, risparmi questo.»

Mario guardò il numero. «E io come faccio?»

«Vai a vedere da dove arriva la carne.»

Lui sorrise appena. «Sono vent’anni che arriva.»

«E tu sono vent’anni che la aspetti dietro il banco.» Daniela chiuse la cartellina. «Adesso il banco lo tengo io.»

«Tu?»

«Peso, servo, incasso. Quello lo so fare.»

«La gente chiede consigli.»

«Imparerò.» Prese il foglio dell’ultimo ordine e lo piegò in quattro. «Non voglio più comprare così. Voglio sapere chi vende davvero.»

Mario si mosse sulla sedia. «Non è il mio lavoro.»

«Lo è da domani.»

Lui abbassò gli occhi sulla mano fasciata. «Con questa.»

«Con quella non devi tagliare. Devi parlare. Vai dai fornitori, guardi, fai domande.» Daniela infilò il foglio nella cartellina e gliela spinse davanti, sotto la mano buona.

Mario rimase a fissarla per qualche secondo.

Poi la prese.

***

Era ancora buio quando Daniela alzò la saracinesca a metà.

Il sangue si era raggrumato ed era diventato scuro. Saliva per le maioliche in gocce lunghe, piegate tutte dallo stesso lato, e sul piano d’acciaio si era seccato in una lastra sottile, screpolata ai bordi. Lungo la fiancata del bancone correva una striscia larga, fino in basso, e sul pavimento c’era l’impronta di mezza mano. Si capiva dov’era rimasto seduto, ad aspettare.

Si annodò un grembiule pulito e riempì un secchio d’acqua.

Cominciò dall’alto. Le maioliche vennero via in tre passate, seguendo le fughe. Cambiò l’acqua. La lastra sul piano si sfaldò a scaglie sotto la spugna. Dentro la sega, tra i volani, lo straccio non arrivava, e ci provò col manico di un coltello. Poi seguì il filo fino alla presa e tirò via la spina.

Verso le otto e mezzo, sotto la saracinesca, comparvero due scarpe. Daniela strizzò lo straccio.

«Alle nove.»

L’uomo si abbassò sotto la lamiera ed entrò dalla porta a vetri.

La prima cosa che fece lei fu alzare la saracinesca fino in cima. La luce della strada si spalmò all’interno, e fuori passò una macchina, poi un ragazzo col pane sottobraccio.

L’uomo aspettava al centro del negozio. Fece due passi, guardò la parete lavata a metà, la sega col cavo staccato. Arrivò all’impronta sul pavimento e ci girò intorno.

«Venerdì è passato.»

Daniela posò lo straccio sul bordo del secchio. Tirò fuori l’agendina dalla borsa e la sfogliò all’indietro, mese dopo mese. Tra le uscite, una voce tornava sempre uguale, senza nome, tutti i venerdì. Capì subito.

«Quanto è, in tutto?»

L’uomo si prese il suo tempo e disse la cifra. Non esitò, non disse “circa”.

Daniela si sfilò un guanto coi denti e la scrisse in fondo alla colonna. Ci tirò una riga sotto.

«C’è una pratica aperta» disse. «Per la mano.»

«Lo so.» L’uomo non la guardava, fissava l’impronta sul pavimento. «Quanto vi hanno detto?»

«Dipende dalla percentuale.»

«Alla percentuale ci arrivano in primavera. Se ci arrivano.» Alzò gli occhi su di lei. «Io sono abituato a contare per settimane.»

«Il sabato, alla chiusura, le do quello che c’è in cassa. Viene, apro il registratore, li può contare lei.»

«E se non c’è niente?»

«C’è sempre qualcosa.»

L’uomo rimase dov’era. Il frigo del banco ronzava.

«Al bar dicono che non è stato un incidente.»

Daniela riprese lo straccio e tornò alle maioliche già pulite.

«Al bar dicono tante cose» disse, dandogli le spalle. Fece due passate sul muro, seguendo le fughe.

«Se la voce arriva all’assicurazione, la pratica muore» disse l’uomo. «E non solo la pratica.» Una pausa. «Al bar ci parlo io.»

Daniela strizzò lo straccio dentro il secchio.

«Sabato, allora».

«Sabato.» Andò alla porta. Sulla soglia si fermò. «Fino alla pratica. Poi tutto insieme.»

La porta a vetri si richiuse. Sul pavimento bagnato era rimasta l’impronta della scarpa, accanto a quella della mezza mano di Mario.

Alle nove Daniela staccò dalla porta il cartello Chiuso per malattia. Lo piegò in quattro e se lo mise nella tasca del grembiule.

***

L’anziana degli sfilacci entrò guardando il banco, prima di alzare gli occhi su di lei.

«Gli sfilacci ci sono?»

«Giovedì.»

«Mario li aveva sempre.»

«Giovedì, signora.»

Le tagliò la fettina per la bambina. Venne più spessa. La pesò, e le fece il prezzo di quella giusta.

L’anziana contò le monete sul banco. «Ho visto l’ambulanza, martedì. Si dice che…»

«Si dice», la interruppe Daniela, e le mise il cartoccio nella borsa aperta.

Quando fu sola, riprese l’agendina e, sotto la riga del totale, scrisse: “sabato”. Poi, più sotto: “giovedì”.

***

Il deposito lavorava già. Dietro la rete, sotto i fari montati sui pali, i muletti entravano e uscivano dalle celle a marcia indietro, fischiando. Al cancello, gli dissero che fuori si aspettava di là, e gli indicarono col mento il bar dall’altra parte della strada.

Dentro, il caldo appannava i vetri. Mario si mise in fondo al banco, dove c’era un po’ più di spazio. Ordinò un caffè e lo lasciò lì. Gli uomini entravano a due o tre, bevevano in piedi e uscivano.

Quando arrivò quello che scarica la merce, fuori cominciava a schiarire. L’uomo prese posto senza nemmeno guardare chi c’era nel bar, ma dopo che il barista gli mise davanti la tazzina, a metà del gesto di portarsela alla bocca, si arrestò.

«Mario.» Guardò la fasciatura. «E che hai fatto?»

«Un infortunio sul lavoro.»

«Si diceva peggio.»

«Senti» disse Mario. «A voi la carne quanto ve la fanno al chilo?»

Lo scaricatore posò il cucchiaino sul piatto. «Questo lo sanno in ufficio. Non ti posso aiutare, Mario.»

«Quante ne fai, di casse, in un giro?»

«Ottanta. Novanta sotto le feste.»

«Da quanti chili?»

«Venticinque. Fai il conto tu, che hai il negozio.»

Mario lo fece. Due tonnellate a giro.

«E caricate qui?»

«Qui c’è il freddo. Il caldo lo carichiamo al macello, prima del giro.»

Mario girò la tazzina. «Giovedì da me a che ora passi?»

«Da te non passo, Mario. Siete in blocco. Finché non pagate marzo, la bolla non me la stampano nemmeno.»

Il barista sciacquò le tazzine nel lavello.

«Se ti serve qualcosa per giovedì,» aggiunse lo scaricatore, guardando davanti a sé «ogni tanto una cassa si perde. Capita. La paghi la metà di quello che c’è in fattura.»

Mario tenne gli occhi sulla propria mano, ferma sul banco.

«No» disse.

«Come vuoi.»

«Al macello, giovedì, a che ora ci vai?»

«Alle quattro. Perché?»

«Portami.»

«A fare cosa?»

«A comprare.»

«Là non vendono ai negozi. Là caricano i grossisti, con le bolle già pronte.»

«Portami e basta.»

Lo scaricatore finì il caffè e si tirò su dallo sgabello.

«Alle quattro meno un quarto al cancello» disse. Guardò ancora la fasciatura. «L’aiuto tiene la bolla e non tocca niente.»

Uscì. Mario chiamò il barista, pagò i caffè e, aspettando il resto, guardò dall’altra parte della strada: un camion era salito sulla pesa e stava fermo, col motore acceso.

***

Alle quattro meno un quarto il cancello era ancora chiuso e davanti aspettavano tre camion. Quando quello dello scaricatore si mise in coda, lo sportello si aprì dall’interno.

«Sali.»

Alla guardiola, lo scaricatore passò i documenti dal finestrino. «È il mio aiuto» disse, indicando Mario. Il guardiano annuì e sollevò la sbarra.

Il camion andò in retromarcia contro una banchina di gomma nera.

Dalle porte a bandiera uscivano le mezzene, appese alla guidovia, una dietro l’altra. Fumavano. Lo scaricatore mise in mano a Mario una tavoletta con la bolla. «Tu segni. Numero e peso. Non toccare niente.»

L’uomo alla bilancia chiamava il numero e il peso, e Mario faceva la spunta. Le mezzene gli passavano davanti a mezzo metro e lui le leggeva senza volerlo. La copertura, il colore del grasso, un taglio storto che aveva rovinato il reale.

A un certo punto, l’uomo alla bilancia ne agganciò una e, prima di leggere, disse a quello della cella: «Quanto va, questa.»

«Centottantacinque» fece uno.

E un altro: «Centonovanta.»

«Centonovantadue», disse Mario, senza alzare la testa dalla bolla.

La bilancia si fermò a centonovantuno e mezzo. Guardarono Mario. Poi l’uomo alla bilancia agganciò quella dopo.

***

Alla banchina accanto caricavano per un grossista.

A un certo punto l’autista fermò la guidovia con la mano: «Questa roba io non la carico.» Staccò il gancio e fece scorrere le mezzene fuori dalla fila. Erano più scure delle altre, asciutte, quasi senza copertura. «Al banco del supermercato questa me la rimandano indietro.»

Ripartì con mezzo carico. Le sei mezzene rimasero appese in fondo alla guidovia.

«Adesso stanno lì fino a lunedì» disse lo scaricatore, riprendendo a spingere.

«E lunedì?»

«Lunedì viene quello dei cani e se le porta via a peso.»

Finirono il loro carico. Mario posò la tavoletta sul bordo della banchina e andò in fondo alla guidovia. Premette il pollice nel muscolo, guardò il taglio, passò il palmo sulla superficie asciutta.

«Che fai?» disse il capo carico.

«Quanto vi dà, quello dei cani?»

Il capo disse la cifra. Era il prezzo a cui Mario, al negozio, vendeva le ossa.

«Ve le pago adesso. Le porto via oggi.»

«E che ci fai?»

«Sfilacci.»

Il capo guardò le mezzene, poi lui. L’uomo della bilancia passò dietro, spingendo un carrello vuoto.

«Questa è dura come una scarpa» disse il capo.

Mario tirò fuori alcune banconote, piegate in due, e le contò sulla tavoletta. Arrivava a quattro.

«Queste quattro.»

«E le altre due?»

«Giovedì prossimo.»

«Se lunedì sono ancora qui.»

Il capo prese i soldi, li ricontò, e fece un cenno verso il fondo. «La bolla va timbrata. Ufficio, dopo le stalle di sosta. Digli che è un avanzo.»

Il corridoio esterno costeggiava i recinti coperti. Dentro c’erano dei cavalli, fermi nel buio, a coppie o da soli. Un uomo vuotava un secchio nella mangiatoia. Mario passò con la bolla in mano.

In ufficio, l’impiegato ascoltò la parola avanzo, prese un blocchetto diverso dal primo e compilò senza fare domande.

Caricarono le quattro mezzene scure per ultime, dopo il giro degli altri. Sulla sponda del camion, appese in fila con le chiare, si riconoscevano da lontano.

Fuori cominciava ad albeggiare. Il camion attraversò il piazzale e salì sulla pesa, e la pesa lo tenne fermo un momento. Dietro il vetro della guardiola, un uomo guardò il quadrante e scrisse. Poi la sbarra si alzò.

***

L’uomo della tabaccheria prese il suo pacchetto e chiese di metterlo sul suo conto.

Daniela rimase a guardarlo.

«Dove?»

«Come, dove. Sul quaderno.» Indicò la cassa con gli occhi.

Nel cassetto, sotto il registratore, c’era un quaderno a quadretti, gonfio, chiuso da un elastico. Dentro, nomi e date e colonnine di cifre piccole. Certe righe erano ricalcate due volte, altre stavano sbiadendo. Le pagine andavano indietro di anni.

«Il nome?»

«Vito. Della tabaccheria.»

Daniela trovò la pagina. Fece la somma con la matita, in fondo, mentre lui aspettava impaziente. Poi girò il quaderno verso di lui.

L’uomo si mise gli occhiali e lesse strizzando gli occhi.

«E questo cosa vuol dire?»

«Che oggi segno. E che da oggi, quando viene, un poco del vecchio comincia a darmelo.»

«Mario non ha mai detto niente.»

«Lo dico io.»

L’uomo guardò ancora la pagina. Tirò fuori il portafoglio e pagò le fettine, giuste; gli arretrati restarono nel quaderno. Uscendo tenne la porta a una ragazza che attendeva di entrare, senza guardarla.

Tra un cliente e l’altro, Daniela rifece i conti, un nome alla volta, e sotto ogni colonna tirò la riga e scrisse il totale. Sul retro dell’ultima pagina sommò i totali. Il quaderno valeva più di un mese di banco.

Venne uno per il macinato, e il macinato era finito. Nel banco restavano tre vassoi.

Vuotò una scatola di latta che era servita per i cartellini e iniziò a riempirla con gli arretrati. Verso mezzogiorno entrò un tale che di pagine ne aveva due. C’era un’altra cliente che aspettava il suo turno, ma Daniela girò il quaderno sul banco lo stesso per farglielo vedere.

«Questa è roba vecchia» disse l’uomo.

«È roba scritta.»

L’uomo guardò la donna dietro di sé, poi la pagina. Mise dei soldi sul banco senza contarli.

«Da settimana prossima mi servo di fronte.»

«Come preferisce.»

Daniela contò i soldi, tirò la riga sotto le due pagine e scrisse quello che aveva ricevuto. Servì la cliente dopo di lui come se niente fosse.

L’anziana arrivò all’una meno un quarto.

«Gli sfilacci?»

«Nel pomeriggio.»

«Aveva detto giovedì.»

«È giovedì. Nel pomeriggio.»

Le tagliò la fettina per la bambina. Venne giusta al primo colpo. La pesò e fece il prezzo.

Quando il negozio fu vuoto, aprì la scatola di latta e contò due volte. Stava ancora scrivendo la somma sull’agendina, nella riga sotto “sabato”, quando la porta si aprì di nuovo.

***

Alle tre, il camion dello scaricatore si fermò davanti al negozio, con le quattro mezzene rimaste appese in fondo. Le portarono dentro dal retro, una alla volta. Alla luce del laboratorio erano ancora più scure.

«Ripasso giovedì» disse lo scaricatore, e risalì sul camion.

Daniela era sulla porta del retro, il grembiule addosso.

«Quanto?»

«Il prezzo delle ossa.»

Daniela guardò di nuovo le mezzene. Poi tornò al banco perché c’era gente.

Mario appese la prima mezzena al gancio grosso. Prese il coltello a scimitarra dal magnete, lo passò due volte sull’acciaino. La moglie sbirciava da un lato, senza girare la testa. Affondò il primo taglio tenendo la carne con la sinistra.

La mano non tenne. La mezzena girò sul gancio e il taglio uscì storto.

Mario posò il coltello. Rimase un momento fermo, si guardò le dita. Poi aprì il cassetto degli attrezzi e frugò fino in fondo: l’uncino era sotto le pietre da affilare. Non l’aveva mai usato. Lo impugnò con la sinistra, piantò la punta nel muscolo e la carne stette ferma.

Tagliò contro la fibra, sottile. Le fettine venivano via scure, quasi viola, e sotto la lama prendevano il lucido. Il reale venne via intero. I muscoli lunghi li aprì, li passò di sale grosso e li sistemò nelle cassette, uno strato di sale e uno di carne, poi portò le cassette nella cella, sul ripiano alto, dove non le toccava nessuno.

Al banco, Daniela batté uno scontrino e aprì la cassa per il resto. Rimase un momento così, col cassetto aperto. Poi diede le monete alla cliente e lo richiuse.

Quando i vassoi furono pronti, prese un cartellino e il pennarello.

«La scura?»

«Prezzo pieno.»

Daniela scrisse il prezzo. Poi sistemò i vassoi scuri davanti, accanto alle chiare, contro il vetro.

Quando l’anziana tornò, fuori era quasi buio.

«Gli sfilacci.»

«Si fanno da questa» disse Mario, il respiro affannato. «Quindici giorni.»

L’anziana guardò il vassoio scuro attraverso il vetro, poi la mano fasciata di Mario, e quello che stava per dire se lo tenne per sé.

«E intanto?»

«Intanto questa è da pentola. Due ore, fuoco basso, e ci vuole il vino.» Mario prese due fette con la carta. «Se non è buona, sabato me lo dice.»

Pagò il prezzo del cartellino. Alla porta si fermò, la borsa stretta davanti.

«Degli altri me ne tenga mezzo chilo.»

Daniela aprì il quaderno e lo annotò. Era la prima riga, lì sopra, a non guardare indietro.

***

Il sabato mattina, il vassoio della scura finì alle undici.

«C’è quella scura?» chiese uno, dopo mezzogiorno.

«Lunedì» disse Daniela.

L’anziana venne nel pomeriggio, senza la borsa della spesa.

«Era buona» disse dalla porta. «Ne tenga mezzo chilo anche per mia cognata.»

Daniela aprì il quaderno alla pagina nuova e scrisse il secondo nome sotto il primo.

***

Alle sette la saracinesca era abbassata a metà. Nel retro, il coltello di Mario batteva sul tagliere, regolare.

L’uomo si chinò sotto la lamiera ed entrò dalla porta a vetri, il coltello si fermò per un momento e riprese un attimo dopo. Guardò il vassoio vuoto in mezzo a quelli pieni, i cartellini nuovi. Scorse il quaderno sopra la cassa.

Daniela tirò fuori la scatola di latta da sotto il banco, la rovesciò nel cassetto del registratore e lo girò verso di lui. L’uomo contò le banconote in fretta, le monete le lasciò dove stavano. Mise via i biglietti.

«A sabato» disse, e uscì da sotto la saracinesca.

Daniela richiuse il cassetto. Prese l’agendina, scrisse la cifra consegnata nella riga del sabato, poi andò alla pagina del totale e fece la sottrazione. Il totale nuovo lo scrisse sotto il vecchio. Cominciavano con lo stesso numero.

Sfogliò l’agendina in avanti, fino all’ultima pagina. Dicembre. Tornò indietro, alla pagina del sabato, e la lasciò aperta. Rimise la latta vuota sotto il banco, al suo posto.

Nel retro, il coltello batteva, regolare.

… Continua

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