I.
Un corpo vale. In qualunque stato, a qualunque età, vale.
Un rene rende più da vivo che da morto, perché da morto va prelevato in fretta e per ogni ora che passa, si abbassa la cifra. Il fegato invece si divide e si vende a metà. Il midollo teme gli anni. La cornea no.
Il sangue si dà a sacche, il plasma a litri, i capelli a ciocche, lo sperma a dosi, gli ovociti a cicli, e per ognuna di queste cose c’è un prezzo scritto da qualche parte, e dove è vietato scriverlo, il prezzo è più alto.
Poi c’è il corpo, intero, vivo, che non si vende ma si fa pagare.
Gli incidenti hanno un loro tariffario. Tanto per un dito, tanto per una mano, tanto per una gamba, tanto per un occhio; la somma cresce se chi la perde è giovane, cala se è vecchio, si azzera se era già malato prima. Le assicurazioni scommettono al contrario: quelli che muoiono presto, pagano di più.
L’invalidità si conta in percentuale. La percentuale diventa una rendita, e la rendita ha una scadenza. Ci sono statistiche per tutto, e le statistiche non si occupano di nessuno in particolare. Mettono insieme milioni di corpi e ne ricavano un numero. Ma un numero, prima o dopo, torna a valere per un corpo alla volta. E fra tutti quei corpi, di cui listini, tabelle e perizie parlano senza conoscerli, ce n’è uno grasso, pesante, in questo momento sdraiato da qualche parte, che vale moltissimo e non lo sa ancora.
***
Come tutte le mattine, Mario si svegliò anticipando la sveglia. Rimase disteso aspettando che si placasse il reflusso, poi si mise seduto, e aspettò che le ginocchia finissero di fargli male prima di fidarsene. Alzarsi era la prima spesa della giornata.
Si vestì al buio, per non vedersi. I pantaloni che chiudevano appena, la camicia, che portava sempre fuori. Si asciugò il collo col dorso della mano prima ancora di uscire. Sul pianerottolo si fermò a riprendere fiato. Con una mano sulla ringhiera, fece finta, come sempre, di controllare le chiavi.
In strada, il corpo diventava una cosa d’altri.
Sull’autobus prese l’unico posto in fondo in cui riusciva a non occupare anche i sedili accanto, e tenne la borsa sulle ginocchia per ingombrare meno. Sudava e contava le fermate.
Sopra i finestrini, correva la solita fascia di cartelli pubblicitari: un compro-oro, un telefono a rate e, all’altezza della sua testa, la scritta: Hai avuto un incidente? Ti spetta un risarcimento. Sotto c’erano un numero verde e il disegno di una gamba ingessata.
Guardò le proprie, di gambe. Restò a fissarle finché l’autobus non arrivò alla sua fermata, e per poco non la saltò.
Arrivato al negozio alzò la saracinesca, ci si infilò sotto, e la richiuse alle spalle. Dentro era ancora buio e freddo. Accese le luci sollevando gli interruttori, dal fondo verso la vetrina. Per ultimo, illuminò il banco frigo, che partì con un ronzio.
Cominciò dal quarto posteriore. Incise lungo l’osso, staccò la carne con la punta. Girò il coltello e la separò dall’anca in un pezzo unico. L’osso nella cassetta degli scarti, la coscia la aprì in tre: il magro per le fettine, il pezzo per gli sfilacci, il resto alla macinatura. Mise il magro sulla bilancia, segnò il peso, moltiplicò a mente, scrisse il prezzo su un cartellino. Confezionò, tirò la pellicola sul vassoio, incollò l’etichetta con la data e il numero. Dispose i vassoi nel banco, i cartellini tutti rivolti verso il vetro.
Alle otto e mezza entrò la prima cliente. Una signora anziana, la borsa stretta davanti con due mani.
«Gli sfilacci ci sono?»
«Certo. Freschissimi.»
Un etto e mezzo. E una fettina sottile, per la bambina.
Tagliò la fettina. La pesò, la incartò, batté lo scontrino. Le contò il resto nella mano, una moneta alla volta, e la guardò trascinarsi verso l’uscita.
La porta si aprì di nuovo ed entrò una ragazza. Mario stava disossando una spalla. Alzò gli occhi. La maglietta le cadeva dritta dal petto, e sotto si segnavano le punte dei seni. I jeans le stavano bassi, tra la stoffa e la cintura si scopriva una striscia di pelle.
Si pulì le dita sul camice.
Un etto di bresaola. Fine.
La ragazza si raccolse i capelli con una mano e li tenne su, cercando l’elastico che aveva al polso. La nuca le rimase scoperta. Mario la guardò finché non li lasciò ricadere, e mentre lei cercava ancora, lui, con la mano libera sotto il grembiule, ravanò nel cavallo dei pantaloni.
Sfilò il coltello dall’osso, andò a prendere la bresaola e l’affettò fine, la pesò e la incartò. Si leccò il pollice per staccare un sacchetto dal blocco prima di infilarci dentro il cartoccio di carne.
La ragazza prese il sacchetto, si voltò, e uscì dalla porta. Mario la seguì con gli occhi stampati sul vetro. Poi si strofinò la bocca e tornò alla spalla aperta sul tagliere.
***
Un creditore non lo si riconosce dai vestiti. Si veste come tutti, a volte anche peggio. Non ha i denti d’oro, non porta gli anelli, non ha cicatrici sul volto.
Si riconosce da come entra. In un negozio, è l’unico che non guarda la merce, ma quello che la vende.
Chi ha un debito ha sempre fretta. Chi ha un credito, invece, se la prende comoda. Dice il nome per intero, e scandisce bene. Conosce la cifra prima di entrare. Non chiede quanto, semmai controlla. Non si appoggia, non si siede, non tocca niente. Sta in mezzo, come se il negozio fosse il suo.
La porta a vetri si aprì e l’uomo entrò. Mario stava disossando una spalla, cominciò a parlare mentre era ancora chino sul tagliere.
«Dica.»
«Mario» disse l’uomo.
Mario posò il coltello.
«Lo so perché è qui» disse. «Questa settimana non ce la faccio. Ho pagato il fornitore, ho pagato la corrente. Mi dia fino a fine mese.»
L’uomo non disse né sì né no. Restò a guardarlo.
«A fine mese le do un acconto» continuò Mario. «Il resto lo sistemo. Dopo Pasqua qui gira, il cavallo è aumentato, torna la gente.»
«L’acconto» ripeté l’uomo. «E il resto, con cosa?»
Mario non rispose.
L’uomo non aveva fretta. Girò lo sguardo per il negozio. Il banco, la cella aperta, i ganci, il ricevitore di cassa. Poi si fermò su di lui.
***
Rientrò che era già buio. Si tolse le scarpe, si lasciò sprofondare sul divano senza neanche cambiarsi, cercò il telecomando e accese il televisore.
«Sei tu?» la voce della moglie gli arrivò dalla cucina.
Daniela era al tavolo, gli occhiali poggiati sopra la testa. Contava banconote e le disponeva una sopra all’altra. In televisione, parlava un uomo con la giacca e i capelli smaltati: «La tua tranquillità non ha prezzo. Proteggi il tuo reddito e regala un futuro a chi ti vuole bene.»
Mario cambiò canale.
«Com’è andata oggi?» disse lei. Non alzò la testa dalle banconote.
«Poco.»
«Quanto poco?»
Mario sbuffò. «Quanto ieri, Daniela.»
Daniela lisciò una banconota sul tavolo e la mise sotto le altre, in ordine di taglio. Aprì un’agendina, trovò la riga, scrisse un numero.
Sullo schermo, una coppia rideva in un giardino. Una voce diceva che «pensare a domani è un gesto d’amore. Bastano pochi euro al mese, per chi resta.»
«È venuto quello della luce,» disse lei «ha lasciato il foglio sul mobile.»
«L’ho visto.»
«Il ventisette c’è la rata.»
«Lo so.»
Piegò una bolletta in due e la infilò in una busta con le altre. Batté la busta sul tavolo per pareggiarle.
«Non ci arriviamo, Mario.»
«Dopo Pasqua si rimette» disse lui. Gli occhi fissi sullo schermo. «Il cavallo è aumentato. Torna la gente.»
Lei sommò una colonna, segnò il totale in fondo, e ci tirò una riga.
Mario cambiò canale.
Daniela ripose le monete in una scatola, i biglietti sopra. Per ultima, l’agendina. Chiuse il coperchio, e la spinse in fondo al tavolo, contro il muro, con l’angolo pari allo spigolo. Raccolse gli scontrini, li piegò a metà e li fermò con un elastico. Impilò le buste. Si tolse gli occhiali dalla testa e li posò sopra la scatola.
«Vado a dormire» disse. «Spegni quando vieni.»
«Vengo.»
Non andò. La sentì lavarsi. Poi la riga di luce sotto la porta in fondo al corridoio si spense.
Mario fece scorrere i canali. Su una delle reti davano una vecchia commedia. Restò a guardarla senza ridere mai. Ogni tanto gli occhi gli scivolavano dallo schermo al tavolo, dove la scatola stava contro il muro, con gli occhiali sopra.
A un certo punto si alzò, spostò gli occhiali dalla scatola e la prese, poi si rimise le scarpe e uscì.
***
Arrivò all’ippodromo che davano la settima. Alla cassa non c’era fila.
Pagò l’ingresso, prese il programma e non lo aprì nemmeno. L’aria lì dentro sapeva di sigaro e di birra. Ai monitor la gente stava col mento alzato e il bicchiere di plastica in mano. Un vecchio leggeva il giornale delle corse tenendolo a un palmo dagli occhi.
Mario si mise in fila a uno sportello. Davanti a lui, una donna giocava due numeri su ogni corsa, contandosi le monete nel palmo. Sugli schermi scorrevano i nomi dei cavalli e le quote. Mario lesse la lista fino in fondo. Cometa Rossa era data a tre.
Contò i soldi in tasca, per non sbagliare al banco. Quando fu il suo turno, li posò sul ripiano, sotto il vetro. «Cometa Rossa. Tutto.»
L’uomo dietro il vetro non alzò la testa. Prese i soldi, batté il biglietto e lo spinse sotto la fessura. Mario lo mise nel taschino e andò verso la pista. Cercò il suo colore in mezzo al gruppo. Alla penultima curva, il gruppo si aprì. Due cavalli si staccarono. Caruso III e Cometa Rossa.
Negli ultimi metri non guardò la pista. Guardò il tabellone, finché non vide il suo numero illuminarsi di giallo. Intorno, qualcuno strappò il biglietto e lo lasciò cadere bestemmiando.
Mario rientrò al caldo, allo sportello per le riscossioni. Passò il biglietto sotto la fessura. L’uomo lo lesse, batté un tasto, aprì il cassetto. Contò le banconote sul ripiano, ne fece un mucchio, poi un secondo mucchio accanto al primo. Sopra, mise le monete.
Mario le tirò a sé e le contò un’altra volta. Finì il primo mucchio e passò al secondo. I polpastrelli presero a tremargli. Non ricontrollò quanto aveva puntato.
Le banconote facevano spessore, non stavano nella scatola. Provò lo stesso a chiudere il coperchio che si sollevò da una parte. Alla fine le infilò senza piegarle nella tasca interna della giacca. Lasciò la scatola vuota sul ripiano dello sportello.
Sulla via d’uscita, al bar, prese un caffè. Pagò con un biglietto grosso e lasciò il resto sul piattino. Il barista guardò il piattino, poi lui che si allontanava. Le monete rimasero lì.
***
La via bassa cominciava dopo il distributore di metano e scendeva verso i capannoni. Una donna ogni trenta metri, ferma contro il muro, o che camminava avanti e indietro sul suo pezzo di marciapiede. Mario ci passava quasi tutte le sere. Le conosceva a vista, ma non si era mai fermato. Rallentò.
Una si staccò dal muro e venne verso il bordo della strada, il cappotto stretto al collo con una mano, le gambe nude sotto, i tacchi che la facevano ondeggiare. Mario le guardò le caviglie, gonfie sopra il cinturino. Tirò dritto.
Più giù, due dividevano una sigaretta appoggiate a una macchina in sosta. Una rideva, con la bocca aperta, scoprendo un dente d’oro. Una terza, su uno sgabello da campeggio, mangiava qualcosa da un tovagliolo e non alzò la testa.
Le macchine venivano, rallentavano, guardavano e ripartivano. Una si fermò. Abbassò il finestrino a metà, e una donna si piegò a contrattare, col sedere che spingeva sotto la gonna corta.
Mario non guardava le facce, guardava le gambe sotto i cappotti, come stavano ferme sui tacchi, e le confrontava.
Dove la via faceva angolo, una porta di ferro stava aperta su un rettangolo di luce. Mario entrò. Il corridoio caldo sapeva di deodorante alla lavanda e di candeggina. In fondo, una tenda di perline verdi, mezza staccata da un lato.
Una donna anziana teneva aperta su un tavolino una cassetta di metallo e un quaderno a quadretti. Contava i biglietti e li ammucchiava sotto un fermacarte di vetro. Sul muro, scritto a pennarello su un cartoncino, c’era il listino: mezz’ora, un’ora, la notte. E poi i nomi delle ragazze: Kathrina, Aisha, Teresa, Jaline.
Oltre la tenda c’era un salotto, e tre donne al trespolo che aspettavano. Mario restò in piedi. Aveva caldo. Si tolse la sciarpa, non sapeva dove metterla. La tenne in mano. Il colletto gli si era già bagnato e l’aria tiepida di una stufetta gli batteva sulle gambe. Si spostò di un passo, ma continuò a sudare lo stesso.
Una ragazza si alzò, salì di sopra con un uomo entrato dopo di lui, e nel passargli accanto gli lasciò addosso uno sbuffo acre di frutta rancida e dopobarba.
Ne restavano due sul divano. La più giovane era asciutta, le clavicole in fuori, le gambe accavallate e strette, un piede che dondolava nella ciabatta. Mario non si fermò. Guardò l’altra a lungo. Era più grande, sui quaranta. Stava seduta poggiando i gomiti sulle ginocchia aperte. Le gambe erano grosse, volgari. I polpacci pieni, le caviglie senza scavo. In alto, sulle cosce, la pelle era piena di smagliature bianche, mentre più sotto restava liscia e tesa. Un taglio pallido le attraversava il ventre, basso, da parte a parte. Aveva i capelli tinti di rosso scuro, la riga bianca della ricrescita alla radice. Mentre lui la guardava, si passò la lingua su un dente davanti, scheggiato.
«Quella. La notte quanto».
Glielo disse. Mario contò con gli occhi quello che aveva in tasca.
«No. L’ora». Pagò in anticipo.
La donna si alzò e andò avanti su per le scale. Lui la seguì.
***
La stanza era la prima del corridoio. Un letto con una coperta a fiori, una sedia, un lavandino d’angolo, un bidet dietro un paravento di plastica. Faceva caldo anche lì.
Mario si tolse la giacca e la appese allo schienale della sedia. Lei si spogliò.
«Si sdrai» le disse. «Su un fianco. Di spalle.»
Lei obbedì. Piegò il braccio sotto la testa e attese.
Mario si sedette sul bordo del letto e le adagiò una mano dietro, sul fianco. Premette col palmo, fino a sentire dove, sotto la carne, cominciava l’osso. Fece scorrere l’altra mano lungo la coscia, dall’anca al ginocchio. Poi la richiuse intorno alla coscia, per misurarla. Non ci arrivava, a chiuderla.
«Sta’ ferma» disse. «Non ti girare. Non parlare.»
Lei stette ferma.
Mario si tolse le scarpe. Si stese dietro di lei e iniziò a respirare forte, con la faccia contro la sua schiena, tra le scapole. Le passò un braccio intorno, sotto il seno, e la tenne. Restò così. Il sudore gli incollava la camicia al corpo. Lei lo sentiva sulla schiena, ma lo lasciò fare.
L’orologio ticchettava sul comodino. Ogni tanto, lei spostava il peso, o muoveva il piede intorpidito, e lui la stringeva più forte perché stesse ferma.
«Devo fare qualcosa?».
«No» disse Mario. «Stai ferma.»
Lei si fermò di nuovo. Dopo un po’ allungò una mano dietro e gli diede due colpetti piani sulla coscia. Mario le prese la mano e la usò per finire.
Quando lo sentì mollare la presa, si tirò su a sedere.
«È l’ora» disse, e cominciò a rivestirsi.
Mario si rimise le scarpe.
***
Una volta fuori, il freddo lo colse subito e gli fece bene, sulla faccia e sul collo bagnati.
Rifece la via bassa. Poi si fermò. Il fiato si interruppe: lui aprì la bocca, tirò, ma dentro non entrava niente.
Gli salì qualcosa dallo stomaco, acido, fino in gola. Si piegò in due sul bordo del marciapiede, le mani sulle ginocchia, e sputò tra le scarpe un filo di caffè e bile.
Le gambe gli tremarono. Aveva lasciato la giacca sullo schienale della sedia. Tornò indietro, però gli dissero che non c’era nessuna giacca. Provò a insistere, alzò la voce. Un uomo venne fuori, lo atterrò senza preavviso con un pugno al volto e lo spinse fuori, sull’asfalto.
Quando riuscì ad alzarsi camminò verso casa, in mezzo alla strada. Le poche auto che passavano lo scansavano suonando il clacson.
In casa trovò Daniela. Seduta al tavolo sgombro, piangeva a singhiozzi. Alzò la testa quando sentì la porta aprirsi: la faccia lucida, gli occhi piccoli.
«Che cosa hai fatto», domandò, con un filo di voce.
Mario restò sulla porta, la mano ancora ferma sulla maniglia.
***
Il mattino seguente si svegliò presto. Aveva dormito sul divano.
Andò in bagno, accese la luce, e si guardò a lungo, come non faceva da tempo. La faccia gonfia, la barba di due giorni, i foruncoli sul collo, sempre troppo sudato. Aveva gli occhi cerchiati per il poco sonno. Uno dei due era pesto e livido.
Daniela non c’era.
Uscì dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua al lavello, senza mangiare nulla. L’autobus lo prese due fermate più avanti. Non aveva voglia di stare seduto.
Incrociò di nuovo il cartello sugli infortuni. Lo sapevi che, se hai avuto un incidente, hai diritto a un risarcimento?Annotò il numero sul retro di uno scontrino, e proseguì.
Arrivò in macelleria, entrò, e tirò giù la saracinesca. Sul bancone d’acciaio c’erano un tagliere, dei coltelli attaccati a un magnete, e la mannaia. In fondo, la sega a nastro, spenta, aveva la lama bloccata tra i due volani.
Indossò il grembiule e se lo annodò sul retro. Si sfilò la fede, la mise nel taschino della camicia. Lavò le mani sotto l’acqua fredda e le asciugò sui fianchi.
Accesa la sega, appoggiò la mano sinistra sul piano d’acciaio, aperta. La guardò. Chiuse le altre dita nel pugno, lasciando fuori solo l’anulare, disteso oltre il bordo, sopra la lama.
Il sudore gli scendeva a fiotti dalla fronte. Tirò indietro la mano. La rimise. La tirò indietro ancora.
Spense la sega. Il ronzìo calò di tono e morì.
Provò di nuovo. Rimise la mano sul piano, il dito oltre il bordo. Chiuse gli occhi e abbassò il pugno. La sega non cambiò suono. Il dito saltò sul piano d’acciaio e il sangue partì subito, a schizzi, sul metallo, sul grembiule, sul muro di maioliche.
Si strinse la mano al petto, e in un attimo il sangue gli attraversò la camicia. Usando il gomito, spense la sega. Le gambe gli diventarono molli. Scivolò con la schiena lungo il bancone e si ritrovò seduto per terra. Ebbe freddo di colpo, e la bocca gli si riempì di saliva. Sul piano, in mezzo agli schizzi, il dito stava dove era caduto.
Si strappò il grembiule con la mano buona, lo avvolse stretto intorno all’altra, e tenne il braccio in alto contro la spalla. Il dolore arrivò dopo, tutto insieme, e gli salì dal gomito, fino alle gengive.
Chiamò l’ambulanza, poi si sedette di nuovo per terra, il braccio in alto, e aspettò guardando il dito sul bancone, che nel mentre cambiava colore.
***
Bussarono forte alla saracinesca. Mario si tirò su, andò ad aprire con una mano sola, e la strada sembrò entrare nel negozio. Due uomini in divisa, una barella, il freddo. Uno gli prese il braccio, guardò sotto il grembiule, e richiuse. L’altro cercò il dito con gli occhi, e Mario glielo indicò col mento, sul bancone.
Lo raccolsero, lo chiusero in un sacchetto, lo misero nel ghiaccio.
Al pronto soccorso, un chirurgo lo guardò e subito dopo scosse la testa. Troppo tempo, il taglio era troppo sporco. Non c’era niente da riattaccare.
Gli fecero firmare una denuncia di infortunio sul lavoro e Mario firmò con la destra, appoggiando il foglio con l’avambraccio fasciato.
***
Il giorno dopo, da casa, chiamò il numero dello scontrino. Rispose prima una segreteria che gli disse di restare in linea. Poi prese la cornetta un uomo.
«Il referto del pronto soccorso ce l’ha?»
«Sì.»
«La denuncia INAIL?»
«Me l’hanno fatta firmare in ospedale.»
«Bene. Da adesso non deve fare più niente, al resto pensiamo noi. Due cose sole: non si paga se non si ottiene, e queste cose vanno per le lunghe. Ma vanno.»
«Quanto?» chiese Mario.
«Dipende dalla percentuale che le dà il medico legale. Per un dito, alla sua età…» L’uomo disse una cifra, con un forse davanti e un dipende di dietro.
Mario se la segnò sul bordo dello scontrino, sotto il numero.
La saracinesca della macelleria restò abbassata. Chiuso per malattia.
***
Daniela rientrò la sera. Vide la mano bendata sul tavolo. Non chiese niente. Si sedette, aprì gli occhiali, e riprese i conti dall’altra parte del tavolo.
Mario le spinse davanti lo scontrino, con la cifra scritta sul bordo, sotto il numero verde.
Lei lo lesse. Aprì l’agenda, cercò la pagina, e scrisse la cifra tra le entrate, dov’era da mesi che non scriveva niente. La grafia le venne insolitamente spessa e tonda.
Fece i conti. Tirò la riga sotto, guardò Mario e le sfuggì un sorriso involontario.


Lascia un commento