Un corpo alla volta (parte III)

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18–27 minuti
Un corpo alla volta

III.

Una polizza è una scommessa fatta al contrario. Si punta contro sé stessi: se non succede niente, la giocata è persa, e la si perde volentieri.

Le compagnie tengono il banco e, come tutti i banchi, vincono sul mucchio e pagano sul singolo. Hanno una tabella per ogni pezzo d’uomo e una statistica per ogni modo di rompersi; sanno con due decimali di accuratezza quanti occhi si perderanno quest’anno, quante mani, quante gambe. Quello che non sanno è di chi saranno.

All’ingresso dell’ippodromo, un cartello avverte che il gioco può creare dipendenza. Sulle polizze non c’è scritto niente.

***

Il lunedì, Mario andò dall’avvocato per il risarcimento. Lo studio era al secondo piano di un vecchio palazzo. In sala d’attesa c’erano sei sedie, quattro erano occupate. Una segretaria dietro un vetro batteva su una tastiera e ogni tanto chiamava un nome.

Si sedette. Tenne la mano fasciata sul grembo, coprendosi con l’altra.

Di fronte a lui un uomo sulla sessantina teneva una stampella appoggiata alla coscia. Gli mancava una gamba dal ginocchio in giù. Il pantalone era piegato e fermato con una spilla da balia. Parlava con quello di fianco.

«… Settanta per cento mi hanno dato. Sotto il ginocchio è settanta. Sopra sarebbe stato di più.»

«Sopra è novanta» fece l’altro.

«Sopra è novanta. Ma allora non cammini più con questa» e batté due dita sulla stampella «ci vuole quell’altra, quella con lo snodo, e quella la passano solo se il moncone è a posto.»

«Mio cognato ce l’ha, quella con lo snodo.»

«Eh. Lui era sopra, si vede.»

Mario ascoltava senza guardarli.

Alla sua destra, una donna reggeva la borsa sulle gambe. Aveva un occhio coperto da una lente scura, sfogliava una rivista che teneva tra le mani. Un uomo più giovane, in tuta da lavoro, non parlava con nessuno e muoveva l’avambraccio destro avanti e indietro, come per tenerlo caldo. Il gomito non lo seguiva. Ripeteva il movimento ogni tanto, sempre uguale, e ogni volta guardava la porta dello studio.

«Bianchi» chiamò la segretaria.

L’uomo con una gamba sola si tirò su con la stampella e andò dentro.

La donna con l’occhio coperto posò la rivista.

«È preciso, l’avvocato» disse. Non sembrava parlasse a nessuno in particolare. «A mio marito niente gli avevano dato. È venuto qui e qualcosa ha preso, almeno.»

«Cosa aveva?» chiese l’uomo che muoveva l’avambraccio.

«La schiena. Ma non era la schiena.» Riprese la rivista. «Era il fischio nell’orecchio. Quello lo pagano bene.»

L’uomo con l’avambraccio smise di muoverlo. Rimase a pensarci.

Mario guardò la propria mano. Poi l’occhio coperto, l’avambraccio che non teneva il gomito. Li fissò uno per uno. Dopo una decina di minuti, l’uomo con una gamba sola uscì dallo studio.

«Ferrari» chiamò la segretaria.

Mario non si mosse.

«Ferrari Mario.»

Si alzò.

***

Lo studio era una stanza ordinata, con una scrivania sgombra e due schedari. Alla parete, una pergamena di laurea e un calendario di una ditta di infissi. L’avvocato era un uomo asciutto e rifinito, sui cinquanta, camicia senza cravatta e giacca celeste. Si alzò per dargli la mano e allungò la destra, poi guardò la fasciatura, si corresse e aspettò che Mario gli desse la sinistra.

«Si accomodi.»

Sul tavolo c’era già il fascicolo. Referto del pronto soccorso, denuncia INAIL, due fotografie. L’avvocato le allineò con un dito.

«Anulare sinistro. Amputazione netta al pronto soccorso, tentativo di reimpianto non praticabile.» Lesse senza fretta. «Lei fa il macellaio, Mario.»

«Sì.»

«Da quanto?»

«Vent’anni.»

«In proprio?»

«Il negozio è mio.»

L’avvocato annuì, come se questo cambiasse qualche casella nei moduli.

«Allora ci mettiamo d’accordo su come funziona, così non perdiamo tempo.» Prese un foglio bianco e ci scrisse una cifra in alto, cerchiata. «Questo è il punto. Il suo anulare, di punti, ne fa pochi: è un dito che nella tabella sta in basso. Quello che alza, nel suo caso, è il mestiere. Un impiegato un dito così lo assorbe, continua a lavorare, la vita non gli cambia. A lei cambia. Lei con le mani ci campa, e la mano che ferma la carne, per un macellaio, non è una mano qualunque.» Batté la penna sulla cifra cerchiata. «Su questo si costruisce. Il resto è tabella.»

Mario guardò la cifra sul foglio.

«E quanto ci vuole?»

«Dipende dal medico legale. C’è la visita, c’è una loro visita e a volte ce n’è una terza. Se non c’è battaglia, un anno. Se c’è battaglia, due.» L’avvocato intrecciò le dita sopra il fascicolo. «Non si paga se non si ottiene. Questo gliel’avranno detto.»

«Me l’hanno detto.»

L’avvocato aspettò, perché di solito i clienti a questo punto chiedevano quanto, o quando, e firmavano. Mario invece stava ancora guardando il foglio.

«Uno che ha un negozio come il mio,» disse «che va male. E si fa male sul lavoro. Sul serio, dico, non un dito. Una cosa grossa. Quello lì, alla fine, ci guadagna o ci perde?»

Nella stanza rimase solo il rumore della tastiera e lo squillo di un telefono, oltre la parete.

L’avvocato non rispose subito.

«Signor Mario, io mi occupo di infortuni. Di quello che è già successo. Il prima non è il mio lavoro.» Chiuse il fascicolo. «La sua, un dito su una mano, la porto avanti a occhi chiusi. Le facciamo la visita, prendiamo il giusto, e lei torna al suo banco.»

«Certo.»

«Le altre pratiche,» tirò a sé un foglietto degli appunti e ci scrisse qualcosa «quelle dove il quadro è più complicato, dove magari uno ha avuto più di un problema, o problemi vecchi che si sommano ai nuovi, quelle io non le seguo bene. Ci vuole uno che lavora solo su quelle. Uno che conosce le tabelle meglio di me, con gente che ci lavora intorno.» Staccò il foglietto e lo spinse verso Mario. C’erano un nome e un numero di telefono.

«Intanto facciamo la sua» disse, e riaprì il fascicolo sul dito. «Questa è pronta.»

Gli porse una penna.

***

Il tavolo era coperto di carte. Daniela aveva tirato fuori tutto: l’agendina, il quaderno dei clienti, e poi cumuli di bollette, cambiali, fatture e fogli pieni di colonne. Aveva gli occhiali sulla punta del naso e la penna in mano.

«Mangia che si fredda» disse. Non lo guardò nemmeno.

Mario prese il piatto dal forno con lo strofinaccio. Si sedette all’angolo del tavolo, quello che restava libero.

«Com’è andata dall’avvocato?» Chiese Daniela. Girò una bolletta, la lisciò, la mise sotto le altre.

«C’è la visita.»

«Quando?»

«Non l’hanno ancora fissata. Prima la nostra, poi la loro. Poi magari una terza.» Mario tagliò la carne con il lato della forchetta. «Un anno. Forse due, se fanno storie.»

Daniela scrisse qualcosa in fondo a una colonna. «Due anni.»

«Ha detto un anno. Due se c’è battaglia.»

«E quanto, te l’ha detto?»

«Dipende dal medico. Non lo dicono, prima della visita.» Mario masticò e proseguì con la bocca piena. «Ha detto che la mia è una pratica pulita. Che la porta avanti a occhi chiusi.»

«Ma la cifra?»

«Non la dice, Daniela. Prima della visita non la dice.»

Lei lo guardò sopra gli occhiali che teneva poggiati sul naso, poi tornò al foglio. Non insistette. Sommò una colonna a mente, muovendo la penna in aria sopra i numeri, e segnò il totale.

Mario mangiava. Di là, la televisione era accesa senza volume, le immagini che cambiavano da sole.

«Guarda qua» disse Daniela.

Girò il foglio a quadretti verso di lui. Mario gli diede un’occhiata e continuò a mangiare.

«Non ci capisco niente.»

Daniela avvicinò la sedia. Prese la penna e la usò come una bacchetta.

«Questa colonna è quello che è entrato questa settimana. Tutto. Il banco, gli avanzi, la scura, il quaderno che ho recuperato. Tutto.» Batté la penna in fondo. «Questo è il totale. È il più alto da quando è successo.»

«Bene.»

«Aspetta.» Spostò la penna sull’altra colonna. «Questa è quello che è uscito. Il fornitore, la corrente, il macello, quello che ho restituito il sabato.» Batté di nuovo. «Questo è quello che resta.»

Mario guardò il secondo numero, poi di nuovo il piatto.

«È poco.»

Daniela posò la penna. «Ma non è questo il punto.»

Sfogliò l’agendina fino alle pagine dietro, quelle del debito, e la aprì dove un pezzo di scontrino faceva da segno.

«Questo è il debito. La settimana scorsa era così. Questa settimana, dopo che gli ho dato l’incasso di sabato, è questo.»

Le due cifre erano una sotto l’altra. Mario le guardò tutte e due.

«Sono uguali.»

«Non sono uguali. Guarda meglio.»

Mario guardò meglio.

«Quasi uguali.»

«Ecco.» Daniela si tolse gli occhiali. «Quasi. È sceso di questo.» Cerchiò la differenza, che era piccola. «Questa è la settimana migliore che abbiamo fatto. Abbiamo lavorato come non mai. E il debito è sceso di così.»

Mario posò la forchetta.

«E la settimana prossima?»

«La settimana prossima uguale. Se va bene, uguale.»

Daniela prese la penna, fece un conto veloce sul bordo del foglio. Lo guardò, lo rifece.

«No. Aspetta.» Fece una divisione in colonna, portò avanti un numero, corresse una cifra. «Ho sbagliato l’interesse. È peggio.»

«Peggio come?»

«Lui sul debito ci mette l’interesse. Ogni settimana. Quindi mentre io pago, il debito cammina anche da solo.» Segnò due numeri, li sottrasse. «Quello che gli do il sabato, per metà è interesse. L’altra metà è quello vero. Quindi ogni settimana tolgo solo metà di quel poco lì.»

Restò a guardare il foglio.

«Vuol dire che ogni sabato pago per arrivare al sabato dopo.»

Nel televisore, una coppia prendeva il sole su una spiaggia tropicale. Mario ci posò per un poco lo sguardo.

«Alza i prezzi» disse.

«Li ho alzati.»

«Alzali ancora.»

«Se li alzo ancora la gente va di fronte.» Daniela impilò le bollette. «Un po’ è già andata. Posso spremere il quaderno, recuperare i vecchi. Ma i vecchi sono quelli, una volta. Poi è finito.»

«Il macello mi fa un prezzo fisso, adesso. Il giovedì.»

«Lo so. L’ho messo qui.» Toccò una riga. «Aiuta, ma non basta.»

Mario si alzò, portò il piatto al lavello e aprì il rubinetto.

«Quanto ci vuole?» Disse, di spalle. «A finirlo intendo. Andando così.»

Daniela guardò il foglio. Prese la penna, cominciò un conto, si fermò a metà.

«Non lo faccio, questo conto» disse.

«Fallo.»

«Non serve.»

«Fallo, Daniela.»

Lo fece. Divise, riportò, scrisse un numero in fondo e ci mise accanto una parola. Poi girò appena il foglio, non del tutto, quel tanto che bastava perché lui potesse leggere.

Mario si voltò a vedere. Rimase al lavello, con le mani appoggiate al bordo.

«Il risarcimento,» disse Daniela, «quando arriva, chiude tutto in una volta. Quello sì.»

Rimise il tappo alla penna. «Fino ad allora si galleggia.»

«Un anno.»

«O due.»

«O due» disse Mario.

Daniela cominciò a raccogliere le carte.

«Vado a dormire. Domani ti devi alzare presto, vieni anche tu.»

«Vengo.»

Lei mise via anche l’agendina e spense la luce grande, lasciando accesa soltanto quella sopra il lavello.

***

«Si sieda. Ferrari, giusto?» L’uomo gli allungò la mano destra. «Mi ha telefonato, sì. L’anulare.»

Mario si sedette e posò la mano fasciata sul tavolo. Il medico la tirò a sé senza chiedere, sciolse la benda con due dita e la aprì contro il piano. Guardò il moncone, ci passò sopra il pollice, lo premette. Prese le altre dita a una a una e le piegò verso il palmo, fin dove arrivavano, e guardò. Mise la mano piatta e disse a Mario di chiudere. Lui la chiuse. L’uomo tenne il proprio dito in mezzo, e sentì quanto stringeva. Non lo guardò in faccia mentre lo faceva. Scrisse qualcosa.

«Sinistra» notò l’uomo.

«Sinistra.»

«Destro di mano?»

«Sì.»

Fece uno schiocco con la lingua. Scrisse ancora.

«Va be’. Vediamo cosa si può fare.» Si mise gli occhiali. «Mi ha portato i referti?»

Mario posò sul tavolo la cartella con dentro le fotocopie. Lui le sfogliò e le lesse in fretta.

«Amputazione netta. Reimpianto non tentato.» Lesse la data. «Sega a nastro. Da solo in laboratorio.» Alzò gli occhi un secondo verso Mario. «Macellaio.»

Mario annuì.

«In proprio.»

Annuì di nuovo.

L’uomo posò i fogli. Si tolse gli occhiali e li lasciò cadere al collo, appesi al cordino.

«Allora. Le dico come stanno le cose, poi decide lei se ci diamo da fare. La pratica è piccola. Un anulare sinistro su un destro vale una nocciolina, intendiamoci. Il suo unico punto buono è il mestiere: lei con le mani ci campa. Su quello si costruisce. Si prenderà il giusto, forse un po’ più del giusto se sono bravo. Ma è una pratica piccola.»

«L’avvocato ha detto lo stesso.»

«L’avvocato dice bene.» L’uomo appoggiò le mani sul tavolo. «Vuole che gliela segua io la perizia?»

Mario guardò fuori dalla finestra. Sul davanzale, dall’altra parte del vetro, un gabbiano si puliva un’ala.

«Gliela seguo, mi firmi solo…»

«Permette una domanda?»

«Pure due.»

«Come fate a sapere quanto vale.»

«C’è la tabella.»

«No, dico.» Mario cercò le parole. «Uno perde un dito e uno perde una gamba. Uno prende poco e uno prende tanto. Ma come lo decidete, di preciso.»

L’uomo lo guardò.

«Non è il pezzo» disse. «Non conta quanto è grosso quello che manca. Conta quello che non puoi più fare.»

«Cioè?»

«Cioè.» L’uomo prese una penna, la mise in piedi sul tavolo, la lasciò cadere. «Un pianista che perde un dito è finito. Un pianista, per un dito, prende più di uno che perde una gamba, se quello con la gamba fa il centralinista. Perché il centralinista, senza gamba, al telefono ci sta lo stesso. Il pianista senza dito è solo uno stronzo su uno sgabello. Capisce?»

«Il danno è quello che non rendi più.»

«Bravo.» L’uomo lo indicò con la penna. «È esattamente quello. Non si paga il male che uno sente. Il male non lo misura nessuno. Si paga quello che uno non produce più. La differenza tra quanto rendevi prima e quanto rendi dopo. Quella differenza, moltiplicata per gli anni che ti restano da lavorare. Tutto qui.»

Mario era rimasto fermo.

«E la sofferenza?»

«C’è una voce anche per quella. Piccola. “Danno morale”, ma è la mancia.»

Mario annuì. Fuori, il gabbiano aprì le ali e si buttò giù dal davanzale.

«Lei,» disse Mario «nel mio caso, un macellaio in proprio, di quarant’anni, con un negozio. Il danno che rende di più, per uno come me, qual è?»

«Lei per il negozio cosa usa? Le mani, la vista, la schiena per reggere i quarti, le gambe per stare in piedi dieci ore? È tutta roba che, a mancare, incide.» Prese la penna, cominciò una piccola lista sul margine. «Le mani rendono, ma lei ne ha già toccata una, e sulla stessa non puoi tornarci due volte, la compagnia si insospettisce. La schiena rende poco: fa male, dà invalidità, ma è difficile da provare e loro la contestano sempre. Le gambe stanno in mezzo.»

«E quello che rende di più?»

«Di più in assoluto?» Si diede due colpetti vicino allo zigomo, usando la penna. «La vista. Sempre. Non c’è discussione.» Tornò ai fogli. «Un occhio è tanto. Due occhi è tutto. Per darle un’idea: se, faccio per dire, non è un consiglio, ci mancherebbe. Uno, macellaio come lei, perdesse, dio-non-voglia, la vista: non saprebbe più distinguere un braccio da una braciola,» fece un mezzo sorriso per la battuta, poi la lasciò cadere «e a quel punto il mestiere non conta più niente, conta solo che non vede. La cifra non gliela contesta nessuno. La cecità è la cecità, non c’è il medico furbo che te la sminuisce.»

Il perito rimise mano ai fogli del dito, come per chiudere.

Mario non si alzò. Guardò una lastra accesa alla parete. Una radiografia con le due teste dei femori, la linea più chiara che tagliava l’osso.

«Quella cos’è?»

Il perito seguì il suo sguardo, come se se ne fosse dimenticato. Si alzò, andò alla lastra, ci mise un dito sopra, sulla linea chiara.

«Un’anca. Una frattura vecchia, saldata. Un muratore che cadde da un ponteggio.» Fece scorrere il dito lungo la linea. «L’osso si è rimesso, ma storto di un poco. Gli è rimasta una gamba più corta dell’altra di un centimetro e mezzo. Un centimetro e mezzo.» Si voltò verso Mario. «Sa quanto vale un centimetro e mezzo?»

«No.»

«Più della caduta.»

Tornò a sedersi, ma lasciò la lastra accesa.

«La caduta è successa e basta, un giorno solo. Il centimetro e mezzo ce l’ha addosso tutti i giorni. Zoppica. Zoppicherà da qui alla pensione. È quello che si paga.»

Batté due dita sulla scrivania.

«Io queste le tengo appese perché la gente non capisce le tabelle. Capisce l’osso.»

Aprì un cassetto, ne tirò fuori un quaderno grosso, con la copertina di cartone, tenuto insieme da un elastico largo, e ci mise sopra la mano senza aprirlo. «Qui dentro ho vent’anni di gente. Un nome per riga. Cosa aveva, quanto ha preso, quanto ci ho messo.» Batté la mano sulla copertina. «C’è una donna qui da nove anni. Colpo di frusta. Il primo era vero, un tamponamento. Poi ne ha avuti altri due. Il collo, una volta che si è mosso, si muove.» Alzò le spalle. «Lei pensa che io non lo sappia. Io lo so. Ma il medico misura quanto gira la testa, e la testa gira quanto vuole lei. Il male non si fotografa.»

Rimise il quaderno nel cassetto.

«C’è chi è più furbo di me. Uno, la prima volta, prese poco perché era guarito bene. Adesso torna perché è guarito male, la spalla gli si è consolidata storta. È la stessa spalla. Ma la seconda volta vale di più della prima, se uno la sa raccontare.» Aprì le mani, come a mostrare che era tutto lì.

«Da rotto non vali niente. Vali da guarito. Questo è il punto che nessuno capisce.»

«E uno può decidere cosa gli resta?»

«In che senso?»

«Nel senso.» Mario prese fiato. «Uno che sa come funziona, che sa cosa vale e cosa no. Se gli deve capitare qualcosa, tanto vale che gli capiti la cosa giusta.»

Il perito rimase un momento con la mano sul cassetto chiuso.

«Le dico una cosa e poi non la dico più.» Parlava piano, e intanto si faceva serio. «Uno che sa fare le cose non torna mai due volte alla stessa porta. Ogni cosa a una compagnia diversa. E ogni cosa al suo tempo.»

«Al suo tempo come?»

«Una polizza deve respirare.» Allargò una mano sul tavolo. «La fai, la paghi, la lasci lì. Quattro, cinque anni. Paghi tutte le rate, una per una, senza saltarne mezza. Così quando serve, la polizza è vecchia, è tranquilla, è di casa, e nessuno la guarda. Una polizza fatta ieri e usata domani la guardano tutti. Una vecchia di anni, con le ricevute in fila, non gliela discute nessuno.» Ritrasse la mano e la richiuse, piano. «Le ricevute sono tutto. Una polizza senza ricevute pagate non vale niente.»

«Ma costa» disse Mario.

«Costa poco al mese. Costa tanto se conti tutti i mesi. Però è così per tutto.»

Il perito indicò con il mento la lastra alla parete. «Il muratore, là, ha pagato i mesi a casa, prima di prendere. La donna del tamponamento paga il collare, paga la benzina per venire ogni giovedì. Nessuno prende senza mettere. Prima si mette.»

Prese un foglio degli appunti, ci scrisse dei numeri in colonna, e li sommò. Poi aprì un fascicolo, e mise il dito su una riga in basso.

«Faccio per dire. Una polizza infortuni, quella buona, quella che paga l’invalidità permanente e non solo la morte, viene questa cifra al mese.» Indicò la prima riga. «Per un anno fa questo.»

«E questa» il dito sulla riga più bassa della tabella, quella del totale «è la cifra che quella polizza paga per la voce più alta. Non gliela leggo io. La legga lei.»

Mario si sporse. Lesse. Non disse niente. Prese dalla tasca uno scontrino piegato e la penna dal bicchiere sulla scrivania, senza chiederla. Si segnò due numeri, uno sotto l’altro. Il costo al mese in alto, la cifra della tabella sotto. Fece la sottrazione a mente, muovendo appena le labbra.

Il perito lo guardò scrivere e non lo fermò.

«Vede che ha capito» disse.

Chiuse la tabella. Chiuse il fascicolo del dito e lo rimise sulla pila.

«Intanto il dito glielo porto avanti io. Quello è pronto, è di casa.»

Prese un altro foglietto, pulito, e ci scrisse un nome, un numero di telefono e, sotto, il nome di una via.

«Se uno invece volesse cominciare a mettere, prima di pensare a prendere. Solo per stare tranquillo, dico. Una polizza uno se la fa e dorme meglio.» Spinse il foglietto verso Mario. «Si può andare qui. Dica che la mando io, e non aggiunga altro. Loro fanno il contratto e basta. Non sanno niente e non devono sapere niente. È gente che vende polizze come uno vende mangimi. Firma, paga, e si tiene le ricevute.»

***

Il sole nella traversa dietro la stazione arrivava soltanto in cima ai muri. C’erano un fabbro, che si sentiva prima di vederlo, una sala scommesse coi vetri oscurati e, in mezzo, una vetrina con l’insegna di una compagnia che Mario conosceva dalla televisione. I manifesti esposti, prima blu, erano sbiaditi in una gamma di azzurri; una famiglia sotto un tetto, tenuto da due mani enormi, o una nave ancorata in un porto. Su un adesivo, accanto alla porta, i rami in colonna: incendio, furto, grandine, infortuni, vita.

Dentro, c’erano due scrivanie, una parete di raccoglitori ad anelli con le coste numerate a pennarello e un ventilatore che girando spostava sempre gli stessi fogli.

A uno dei due tavoli, un vecchio stava pagando una rata. Contò i soldi che teneva già pronti, arrotolati nel taschino, e l’uomo dall’altro lato compilò una ricevuta premendo forte con la penna, per via del carbone. Staccò la copia gialla e gliela tese.

Il vecchio la afferrò, la lesse tutta, la piegò in due e la infilò in una busta di plastica, dove ce n’erano molte altre, gialle, in ordine. Parlarono del caldo, di quanto sarebbe durato. Poi il vecchio uscì tenendo la busta con due mani.

L’uomo alla scrivania fece segno a Mario di sedersi. Aveva la camicia a maniche corte e gli avambracci poggiati sul bordo del tavolo. Sotto il vetro del piano, un tariffario battuto a macchina. Mario si era preparato una frase per strada, una cosa sul dormire tranquilli, sull’età che avanza, e l’aveva provata due volte.

«Vorrei fare una polizza. Mi manda…» e disse il cognome. L’uomo aprì un cassetto, ne tolse un modulo e sfilò il cappuccio di una penna. La frase preparata restò dov’era, perché nessuno gli chiese niente.

«Cognome, nome, nato dove?» Scriveva man mano. «Professione?»

«Macellaio. In proprio.»

La penna segnò una crocetta, poi un’altra, lontano dalla prima. «Peso?»

Mario disse un numero. L’uomo alzò la testa, lo misurò dal collo alla cintura, e scrisse senza dire cosa.

«Fuma?»

«Ho smesso. Due anni fa.»

«Fuma.» Crocetta. «Suo padre è vivo?»

«No.»

«Di cosa?»

«Il cuore.»

«A che età?»

«Cinquantasei.»

L’uomo scrisse. «La madre?»

«Viva. Ha la pressione alta.»

«Ce l’avete in famiglia, la pressione alta.». I segni si andavano raccogliendo tutti da una parte del modulo, come pesi su un piatto solo di una bilancia.

Arrivato alla mano, indicò la fasciatura con la penna, senza toccarla. «Questa?»

«C’è una pratica aperta. Infortunio sul lavoro.»

«Va segnata.» La scrisse. «Sul premio di oggi non pesa. Ma da qui in avanti lei risulta uno che le pratiche le apre. È un’informazione, niente di più.»

Alla fine ripassò la colonna con la punta della penna, contando per sé, e disse la cifra. Al mese.

«È tanto» disse Mario.

«Non è tanto. È lei.» L’uomo girò il modulo e glielo mostrò, senza consegnarglielo. «Se domani mi entra un ragioniere di trent’anni, magro, paga la metà e non se ne accorge nemmeno. Lei se ne accorge. Con l’annuale risparmia due rate.»

«Mensile. Va bene il mensile.»

«Come vuole. Il quindici, puntuale. La quietanza è la polizza. Il resto è carta.»

Compilò ancora, poi si fermò a metà di una casella. «Beneficiario? Se capita il caso brutto, i soldi a chi vanno?»

Mario portò due dita al taschino della camicia e, attraverso la stoffa, cercò la fede finché non la sentì. «Mia moglie. Daniela.»

«Codice fiscale della signora?»

«Non lo so a memoria.»

«Me lo porta con la seconda rata.»

L’uomo finì la casella, girò il foglio, indicò due righe in basso e Mario firmò due volte.

«C’è la carenza: i primi sei mesi certe voci non pagano. È stampato, non lo decido io. Il contratto se lo legge a casa.» Mise il libretto delle condizioni in una busta della compagnia, azzurra, insieme alla copia del contratto.

Mario pagò la prima rata in contanti, appoggiandoli sul piano della scrivania. L’uomo compilò la quietanza, staccò la copia gialla e gliela tese. Poi aprì i quattro anelli di un raccoglitore, ci fece scendere dentro la propria copia del contratto, in mezzo alle altre, e li richiuse con uno scatto.

Sulla costa, il pennarello diceva un numero e un anno. Rimise il raccoglitore nella parete, al suo posto, in mezzo agli altri.

… Continua

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